Credits: James Minchin III
E' "multilayer" l'aggettivo più usato da Mike Shinoda (con Chester Bennington voce del gruppo) e Brad Delson (chitarra) per descrivere il ritorno sulle scene dei Linkin Park: a varie interpretazioni si presta il titolo della nuova fatica in studio, "Minutes to midnight", in arrivo il prossimo 11 maggio, così come anche i testi, a loro detta. Nessun messaggio preciso, anche quando gli si chiede se loro - alfieri del
mal du vivre
dei "suburbs" a stelle e strisce - avessero qualcosa da dire a proposito della libera circolazione delle armi nel loro Paese all'indomani della strage del Virginia Tech: le risposte, quando non si parla del disco in senso stretto, arrivano puntualmente vaghe (e "multilayer", appunto), con quel tono tutto americano da "statement", da dichiarazione ufficiale che vada bene a tutti e non faccia arrabbiare nessuno. Ed è necessario stuzzicarli un po', domandando se fossero d'accordo con una certa stampa statunitense che ha intravisto nel loro nuovo album una possibile svolta emo, per farli saltellare sulla sedia: "Certo, è il vostro lavoro, vi capisco", sospira divertito Mike, "Però non pensate che sia incredibile come vi sforziate di inventare nuove categorie per incasellare tutto? Voglio dire, uno si adopera per fare qualcosa di originale, ed ecco che subito salta fuori una definizione di genere pronta ad ingabbiarti...". Meno spacconi, più pacati e riflessivi rispetto agli inizi, i ragazzi che eplosero nelle classifiche mondiali nel 2000 con "Hybrid theory" per il loro ritorno in sala d'incisione hanno deciso di affidarsi ad una vecchia volpe come Rick Rubin per fissare su nastro le nuove composizioni, rinunciando in parte alle comodità offerte da Pro Tools e dai campionatori per darsi da fare con vetuste 808 e amplicatori valvolari: "Ma non vogliamo fare di questa scelta una bandiera", precisa Brad, che per l'occasione sfoggia una capigliatura anni '70 ("Un ritorno al suo look del liceo", confessa l'amico Mike), "Per raggiungere i risultati che vogliamo ottenere cerchiamo di percorrere tutte le strade possibili, senza fermarci davanti a nulla. Spesso sbagliamo, e la mattina dopo, riascoltando i mix della session precedente, ci guardiamo domandandoci cosa sia questa schifezza. Quando ci siamo messi a registrare i nuovi brani abbiamo cercato di sfruttare tutto quello che avevamo per far rendere al meglio le canzoni, senza imporci di rinunciare all'analogico piuttosto che al digitale. Usavamo di volta in volta quello che suonava meglio...". In effetti, almeno in base ai pochi brani che la stampa ha avuto occasione di ascoltare oggi poco prima di incontrare i due, l'evoluzione musicale del gruppo è piuttosto evidente, così come l'emancipazione dagli stilemi rap metal che avevano caratterizzato le sortite precendenti della band: "Crediamo sinceramente che questo disco sia il più complesso della nostra carriera. Musicalmente, ma anche e soprattutto dal punto di vista dei testi, molto più meditati che in passato...". Che i Linkin Park, arrabbiati da sempre, abbiamo deciso di incanalare la propria frustrazione per dare alle stampe un album "politico"? "Forse 'politico' non è la parola giusta, però è vero che questo sia il nostro album più esplicito, da un certo punto di vista. Più che 'politico', direi di 'osservazione sociale', cosa decisamente più nelle nostre corde...". E, in attesa di vederli in azione dal vivo al Jammin' Festival, il prossimo 15 giugno a Venezia, potremmo anche attenderli su uno dei palchi del prossimo "Live heart" (vedi News)? "Davvero non lo sappiamo, al momento. Ci sono diversi problemi di programmazione, quindi ad oggi è ancora tutto in forse".
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