Elliott Murphy tra rock e letteratura: 'Col mio ultimo disco torno a casa'

Elliott Murphy tra rock e letteratura: 'Col mio ultimo disco torno a casa'
Un americano a Parigi, come Gene Kelly nel film anni ’50 di Vincente Minnelli. Solo che Elliott Murphy non è un attore ballerino ma un espatriato del rock’n’roll, in esilio volontario da diciassette anni. Oddio, nell’obiettivo della macchina da presa c’è finito pure lui: nel ’72, mentre faceva il “busker” a Roma, finì come comparsa sul set dell’omonimo capolavoro di Fellini (“Vederlo in azione”, ricorda ora, “è stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita. Era il Picasso del cinema. Talmente rispettato e influente che poteva permettersi di filmare dentro al Colosseo in pieno giorno”). Ma Murphy ha sempre fatto il musicista, di professione: e non è cambiato più di tanto dai tempi in cui esordì nei primi anni ’70, in pieno Rinascimento del cantautorato elettrico statunitense. “Sì, la cultura americana, soprattutto quella musicale, è sempre dentro di me: è con quella che continuo a confrontare tutto il resto” ci racconta al telefono, col sottofondo continuo di un chiacchiericcio che ce lo fa immaginare in numerosa e allegra compagnia, a casa sua. L’occasione è l’uscita di un nuovo album, il ventinovesimo in carriera, guarda caso intitolato “Coming home again”, “tornando di nuovo a casa”. “E’ arrivato alla fine, quel titolo, la canzone ‘Home again’ è una delle ultime che ho scritto. Completandolo, mi sono accorto che questo disco segna un ritorno allo stile dei miei primi dischi degli anni ’70: nei testi, nella produzione, nei suoni. Non so bene perché sia successo. Forse perché l’anno scorso è morto Paul Nelson, un celebre A&R e giornalista di Rolling Stone che fu il primo a scoprirmi. Ho parlato di lui in molte interviste, sono andato a rileggermi le sue recensioni sui vecchi numeri della rivista, ho riascoltato i miei dischi di allora: cosa che non facevo da molto tempo. Ma ci sono anche altri motivi, per un titolo del genere: io sono costantemente on the road, tengo un centinaio di concerti all’anno… dunque sono sempre in sospeso, sempre sul punto di tornare a casa. Sulla strada, nel backstage dei concerti, in auto, in aereo, nelle stanze degli alberghi ho scritto le canzoni di questo album. Molte le abbiamo suonate a lungo dal vivo, prima, ed è anche per questo che oggi sono così robuste, concrete. Ma un certo punto è arrivato il momento di riportare a casa anche loro. Lì Olivier Durand, il mio chitarrista, ha avuto un ruolo fondamentale. Io tendo a non passare troppo tempo in studio, ma lui qualche volta mi ha costretto ad ammettere che era il caso di provare a registrare di nuovo, perché le canzoni meritavano un suono migliore. Anche la fotografia di copertina ha molto a che fare con l’idea del ritorno a casa. E’ stata scattata davanti al ponte che sta di fronte alla Torre Eiffel, una notte che passavo di lì con mia moglie, mio figlio e il mio amico Bruce Springsteen. Stupefacente: Bruce che cammina un paio d’ore per Parigi senza essere disturbato da nessuno…Il rapporto che ho con lui è uno dei legami più forti che conservo con l’America, la mia vecchia casa…”.
Sicuramente non hanno lo stesso conto in banca, i due, ma hanno condiviso molte cose: “Arriviamo dallo stesso posto, lui viene dal New Jersey e io da Long Island. Siamo nati tutti e due nel ’49, e abbiamo iniziato a fare questo mestiere nello stesso momento. Se non ricordo male, Rolling Stone recensì nello stesso numero il mio primo album e il suo secondo lp. E ai tempi abbiamo anche condiviso la maledizione di essere etichettati come i nuovi Bob Dylan… Abbiamo molto in comune, ogni volta che lui viene in Europa o io vado negli Stati Uniti cerchiamo di vederci, e lui è sempre così generoso da invitarmi sul palco quando se ne presenta l’occasione. Per me Bruce è un amico ma anche un maestro. Oggi, nelle nostre canzoni, parliamo entrambi di cosa significhi invecchiare con il rock’n’roll. Quando hai vent’anni canti di sogni, di speranze, di passioni. Invecchiando, cominci a scrivere delle esperienze che hai fatto e delle lezioni che hai imparato, dei tuoi rimpianti e di come si impara ad accettare la vita. Con le canzoni ci si pongono sempre delle domande: solo che col tempo quelle domande sono diverse”.
Elliott guarda al passato, oggi. Ma la sua vecchia New York non esiste più: soprattutto da quando hanno demolito i vecchi club, il Bottom Line e il CBGB’s. “Quando ci torno, ho l’impressione che qualcuno l’abbia rivoltata dalla testa ai piedi, che l’abbia svuotata dei suoi vecchi abitanti sostituendoli con una nuova popolazione a me totalmente sconosciuta! Quando ha chiuso il Bottom Line è come se si fosse chiusa l’ultima porta, quello era il mio ultimo vero legame musicale con la città. Una volta New York era un gran posto dove vivere, se eri giovane e creativo. Oggi è più adatta a chi è ricco e anziano”. Non è diventato il nuovo Dylan, Murphy, ma continua a suonare la chitarra, a soffiare nell’armonica, a cantare storie e testi densi di ispirazione letteraria. “Bob ci ha aperto una grande porta dorata, ha permesso al rock’n’roll di diventare poetico. Doveva succedere: nella parola, nel rimare della poesia c’è un ritmo, come nella musica rock. Dylan, per me, è stato anche il primo a fare hip hop: pensa a ‘Subterranean homesick blues’… Credo che il rock cantautorale sia una forma d’arte che non scomparirà mai. Pensaci, è nato nei primi anni ’60 e a questo punto è già più longevo del jazz: quello classico, intendo, il be bop che è durato una ventina d’anni. Mentre di cantautori ne nascono ancora oggi, ne ho visto uno qualche sera fa in tv allo show di Conan O’Brien di cui non ricordo neppure il nome: ma suonava una chitarra e un’armonica come noi”.
Pochi però riescono a infilare nelle loro canzoni persino Paris Hilton, come lui fa nel suo ultimo album. Elliott ride di cuore: “Beh, quand’ero più giovane parlavo di Marilyn Monroe…Viviamo in un mondo mediatico, ossessionato dalla fama. E Andy Warhol, ideatore della famosa teoria dei 15 minuti di celebrità, è stato uno dei miei maestri. Non ho citato la Hilton per metterla in una luce negativa: serviva solo a segnare la mappa, a chiarire dove ci troviamo e chi siamo oggi”. Nella stessa canzone, “As good as”, Murphy prende le distanze dalla visione apocalittica che sembra aver contagiato molti suoi colleghi: inferno e paradiso, canta Elliott, sono sempre esistiti checché ne dica la Cnn. “Ebbene sì, sono fondamentalmente ottimista sui destini del mondo. So di essere tra i pochi, ma il fatto è che viviamo nell’età dell’ansia perché siamo informati su tutto: se si verifica un terremoto nel mezzo del Sud America entro un’ora la Cnn ce lo fa sapere. Mentre trentacinque anni fa ne saremmo rimasti all’oscuro per giorni. Forse sono condizionato dalla mia esperienza personale: la mia vita oggi è molto migliore di quanto avrei mai potuto immaginarmi”. In un altro pezzo, “Losing you”, confessa di essere “agganciato al passato”. Si sente un uomo fuori dal tempo, Elliott? “Ho un piede nel passato e uno nel presente. Mi rendo conto che oggi sono altri tempi: a me il rock’n’roll ha cambiato la vita, oggi lo usano in pubblicità per vendere un’automobile”. Non se l’artista si chiama Tom Waits, però… “Ah, Tom, un altro dei miei idoli. Mi divertii un sacco con lui a Chicago, nel 1975, in un club che si chiamava The Quiet Knight. C’erano cinquanta spettatori alla volta, suonammo dal lunedì al venerdì, cinque sere di fila. Lui arrivava in autostop, e la cosa mi piaceva perché lo faceva assomigliare a una specie di moderno trovatore. Proprio come mi sento io oggi, suonando in tutto il mondo e ovunque mi chiamino: città minuscole e metropoli, piccoli club e grandi festival. Ho imparato proprio allora, con lui, cosa significasse vivere da cantautore”.
Qualche compagno si è perso per strada: come il “Jesse” a cui è dedicata una commovente ballata di “Coming home again”. “Si chiamava Jesse Chamberlaine, ed è morto troppo giovane circa quattro anni fa. Suonava nei Red Crayola ed era amico di Ernie Brooks, il bassista che di tanto in tanto lavora con me: insieme stavano in una band chiamata Necessaries, ha suonato in miei dischi come ‘Milwaukee’ e ‘Murp the surf’. Quella canzone è dedicata a tutti quelli che suonano il rock’n’roll senza essere delle star. Quelli che non finiscono nelle Hall of Fame ma che sul palco danno l’anima: come faccio io ogni sera”. Un brano semplice e diretto, tutto il contrario dei simbolismi di “Prince of chaos”: “Una di quelle canzoni”, spiega Murphy, “che vengono fuori quasi per scrittura automatica e in cui tu fai solo da tramite. Potrebbe parlare di chiunque: di me, di George Bush, di Johnny Ramone, di Jack Kerouac”. Un altro eroe di Murphy: che ha sempre amato scrivere, romanzi e storie brevi, ma anche articoli e recensioni musicali (pure per il Mucchio Selvaggio, in passato). “Mi piace scrivere di musica. O meglio, di musicisti: della loro vita, e di quello che dicono le loro canzoni. Descrivere a parole la musica, invece, è molto più difficile: il suono è una materia troppo sfuggente, effimera. Ma la biografia musicale sta diventando un genere letterario adulto: pensa ai due volumi di Peter Guralnick su Elvis Presley, ai bei libri che sono usciti su Beatles e Rolling Stones, all’autobiografia di Dylan. Ne sto scrivendo una anch’io…”. Prima però ha completato un romanzo “neo-western”, “Poetic Justice”, che sarà presto pubblicato in Italia dalla FBE Edizioni. Del resto, l’ha detto lui stesso: “La letteratura è la mia religione, il rock’n’roll la mia droga”. “E’ così, ho bisogno di entrambi. Kerouac, Scott Fitzgerald, Allen Ginsberg, Rimbaud hanno influenzato il mio modo di scrivere canzoni. Ma oltre alla quiete della letteratura ho ancora bisogno dell’eccitazione del rock’n’roll”.
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