'The good, the bad and the Queen': West London chiama il resto del mondo

'The good, the bad and the Queen': West London chiama il resto del mondo
Damon Albarn è il numero 10 della nazionale pop britannica: mobile, fantasioso, un po’ supponente, impossibile da marcare. Si è fatto conoscere al mondo cantando in una band dal futuro tuttora incerto (Dave Rowntree, il batterista, ha detto alla stampa britannica che i Blur si rimetteranno insieme per un disco. Ma lui davanti ai nostri microfoni smentisce: “No, non c’è niente in programma. Un paio di concerti, forse”). Poi s’è inventato un gruppo senza volto, i Gorillaz. E ora, con Paul Simonon (ex Clash), Simon Tong (ex Verve) e Tony Allen (ex Fela Kuti Band) ha messo insieme una band senza nome: il cui album “The good the bad and the queen”, che pure uscirà nei negozi soltanto il 19 gennaio prossimo, è già stato dato in pasto ai fan in un poker di concerti inglesi. Assente Allen, che vive a Parigi, gli altri tre sono qui, in un hotel di Milano, a parlarci del loro disco intrigante e un po’ spiazzante, un album di quieto, malinconico e pulsante “dub pop” che più inglese, anzi londinese, non si potrebbe a dispetto (o forse proprio in virtù) dei suoi continui incroci multiculturali. “Sì, siamo una nameless, aimless & shameless band”, scherza Albarn. “Un gruppo senza nome, senza scopo e senza vergogna”. L’idea, racconta, gli frullava in testa da almeno cinque anni, epoca a cui risale il primo incontro col prodigioso Allen, un batterista con più braccia della dea Kalì che è anche il riconosciuto maestro dell’afrobeat. “Avevamo lavorato insieme su un disco, ‘Home cooking’, e dopo qualche tempo l’ho ricontattato. E’ venuto per qualche giorno a Londra, ci siamo messi a improvvisare nel mio studio di registrazione e a un certo punto ci siamo accorti di avere abbastanza materiale per un album. Allora, con Simon, ci siamo trasferiti a Lagos, in Nigeria, nei leggendari studi Aphrodisia dove incideva Fela Kuti. Lì abbiamo inciso le canzoni nuove ma poi abbiamo capito che qualcosa non funzionava. Così abbiamo riposto tutto negli scaffali e abbiamo lasciato perdere, fino a quando non è intervenuto Paul”. Simonon, appunto, l’ex bassista dei Clash che oggi è un pittore piuttosto affermato, fascinoso e cool come ai vecchi tempi a dispetto degli anni che passano. I due, Damon e Paul, si erano già incontrati per intercessione di Chrissie Hynde al matrimonio del povero Joe Strummer, nel 1995. “Ma tutto si era esaurito in qualche bevuta collettiva e in ‘group hug’, un abbraccio di gruppo”, ricorda Simonon. “Poi non ci siamo più rivisti fino all’aprile dell’anno scorso. Solo allora ci siamo conosciuti meglio e abbiamo scoperto di avere interessi comuni”: compresa una sana antipatia per Tony Blair, a cui Albarn rifiutò un invito ufficiale a Downing Street guadagnandosi senza saperlo la stima imperitura dell’ex Clash. “Con lui”, spiega Albarn, “ci siamo messi a riesaminare il potenziale del progetto: abbiamo finito per riregistrare tutto da capo con Danger Mouse nel ruolo di produttore”. C’era anche la vicinanza geografica, a giocare a loro favore. “Viviamo nello stesso quartiere, a poche strade di distanza. Si potrebbe quasi dire che siamo dirimpettai”, dice Paul. “Sì, lui sta a Westbourne Grove e io a Westbourne Park Grove, se non ci fosse niente nel mezzo potremmo guardarci alla finestra”, conferma Damon. “La zona di West London in cui abitiamo, North Kensington, non è come Notting Hill Gate che oggi è diventata un posto troppo esclusivo”, riprende Simonon. “Questa è un’area che continua a non avere finanziamenti pubblici, in cui le scuole continuano a chiudere. Nei secoli è stato un luogo di raccolta per gli immigrati e per coloro che cercavano di sfuggire alle persecuzioni razziali”. E’ un disco squisitamente londinese, dunque, “The good, the bad and the queen”? “In un certo senso sì, ad esempio per certi riferimenti geografici. Ma poi il tutto si proietta in un quadro molto più ampio: l’Inghilterra, il Regno Unito e forse anche altrove”. Come ai tempi dei Clash… “Quando abbiamo iniziato”, ricorda Simonon, “cantavamo ovviamente delle cose di cui avevamo esperienza diretta. Poi, viaggiando, abbiamo cominciato ad allargare la visuale. Ma Londra e l’Inghilterra da allora non sono cambiate più di tanto, i problemi sono rimasti più o meno gli stessi. A parte lo scenario politico, quello sì che è diverso: ai tempi dei Clash conservatori e laburisti erano due cose ben distinte, oggi diventa sempre più difficile tracciare una linea di demarcazione”. Come allora, anche oggi sulle coste inglesi soffiano i venti di una guerra assurda e lontana, a dispetto della marcia pacifista che tre anni fa ha radunato nelle strade della capitale un milione di persone. Di questo parla un pezzo come “Kingdom of doom”, degno epigono di una tradizione che parte da “London calling” e dagli Specials di “Ghost town”, dalla “Shipbuilding” di Costello e dal Billy Bragg di “Rumours of war”: la vita quotidiana che prosegue apparentemente indifferente al sangue che scorre sul fronte iracheno. “La domanda di base è: cosa possiamo fare?”, spiega Albarn, distintivo pacifista al petto. “Io vivo in una collettività democratica che ha fatto capire chiaramente di non volere questa guerra ma che continua a essere ignorata dal governo. Che ci stiamo a fare, là, se non per ovvi motivi di denaro e di approvvigionamento delle nostre scorte di petrolio? Non vorremmo essere in guerra ma lo siamo e non possiamo farci niente. Non abbiamo il potere di fermarla, questo è il sentimento prevalente nella coscienza collettiva. E siccome la guerra è lontana da casa..." “...tutti continuano ad andare a bere al pub ”, chiosa Simonon citando la frase chiave del testo della canzone. Altre, a dispetto dei titoli, non sono così esplicite nei riferimenti. “80’s life”, per esempio, che musicalmente evoca piuttosto i Fifties, e che Albarn definisce “una canzone piuttosto astratta sugli anni giovanili”. Gli anni della Thatcher, della guerra delle Falklands ma anche di esperienze e ricordi che si mischiano e confondono, dato che i musicisti della band sono di tre generazioni differenti (“Negli anni ’80 quei due andavano ancora a scuola…”, sospira Simonon). Da lì anche lo strano mix di stili, “una musica che è venuta fuori spontaneamente quando ci siamo trovati a suonare insieme in una stanza. Abbiamo schiacciato il pulsante ‘record’ e ci siamo messi a suonare. Non c’è nulla di preordinato e di intenzionale”. A parte, interviene Tong, “la scelta deliberata di suonare a basso volume. Nel primo concerto ci abbiamo dato dentro ma poi abbiamo capito che qualcosa non andava e siamo tornati a un approccio più intimista”. “Così si sentono di più anche le stecche!”, scherza Simonon. “Ognuno di noi, in studio come dal vivo, ha suonato preoccupandosi di lasciare spazio agli altri strumenti. Ci ascoltiamo attentamente l’un l’altro, rispondendo intuitivamente a quel che sentiamo. Come fanno i musicisti jazz”. “Non avrebbe avuto senso”, interviene Albarn, “mettere insieme un tale gruppo di musicisti e non approfittarne per fare il miglior disco possibile. Anche se molte idee si sono perfezionate solo negli ultimi mesi il progetto, come dicevo, ha avuto origine tanto tempo fa, è il risultato di un processo piuttosto lungo. E questo, credo, nell’album si sente. Noi ci siamo concentrati sulla musica e sull’immagine che volevamo dare al gruppo, attenti a non commettere errori e a non accettare compromessi. Il resto, compresa la scelta di pubblicare un singolo e ritirarlo subito dal mercato, non sono idee nostre e non fanno differenza”. Anche se il futuro del gruppo è tutto da scrivere, i quattro pensano di presentarsi ancora in carne e ossa su un palco. “Ma certo non faremo un tour mondiale che ci tiene lontani da casa per tanto tempo”, anticipa Simonon. “Io ho i miei quadri e un cane da portare a spasso, Tony vive a Parigi e Damon un sacco di progetti come al solito”. A proposito: come fa a trovare il tempo e l’energia per seguirli tutti? “Ma non è mica così difficile. Basta impegnarsi su una cosa alla volta: quando mi gusto la cena penso solo a quello. Come insegna il libro del Tao, ‘mentre stai facendo una tazza di tè preoccupati solo di farla al meglio’. Sapete una cosa? Gli esseri umani sono in grado di fare più cose contemporaneamente”.
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti Testi
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.