Beth, Devendra, Bush e cigni neri: Bert Jansch parla del suo nuovo disco

Beth, Devendra, Bush e cigni neri: Bert Jansch parla del suo nuovo disco
“Il Jimi Hendrix della chitarra acustica” (così lo apostrofò Neil Young), l’ossessione confessata di Jimmy Page, il principe (con i Pentangle e John Renbourn) del “folk baroque” e del “fusion folk” contaminato di jazz, blues ed etnica, è tornato di colpo a fare la musica di un tempo. Nonostante la presenza in studio di giovani discepoli come Beth Orton e Devendra Banhart e se si escludono certi testi legati all’attualità, il suo nuovo album “The black swan” sembra catapultato qui da una macchina del tempo: acustico, essenziale, misterioso, evocativo come uno dei suoi classici dischi anni ‘60 per l’etichetta Transatlantic. “All’inizio in effetti volevo incidermelo per conto mio, voce e chitarra acustica” conferma il grande scozzese, al telefono dalla sua abitazione londinese. “Poi, come sempre, è andata diversamente e soprattutto i contributi di Noah Georgeson, il produttore, hanno fatto la differenza. Io avevo registrato nel mio home studio qui a Londra, dal vivo, con Beth (Orton), Paul Wassif, Maggie Boyle e David Roback, lui si è portato le tracce negli Stati Uniti per mixarle aggiungendovi tutto il resto. Ha fatto davvero un bel lavoro e mi ha fatto conoscere gente nuova come Devendra. E’ impressionante, quando ascolto i suoi dischi mi sembra di risentire quel che ero io negli anni ’60, il tutto mescolato al suo background che è in parte sudamericano. David (Roback) ha uno studio a Oslo, ci ero stato per incidere un paio di canzoni con Hope Sandoval, la sua partner nei Mazzy Star: ho fatto qualcosa anche col gruppo, ma quel materiale finora non è ancora affiorato in superficie. Beth, invece, la conosco ormai da un paio d’anni. Ci siamo incontrati all’Homefires Festival di Londra, lei mi chiese di darle delle lezioni di chitarra e io scherzosamente accettai. Da quel momento siamo diventati amici e così le ho chiesto di cantare su qualche pezzo del disco. Uno in particolare, ‘When the sun comes up’ è stato scritto apposta per lei, con la sua voce in mente”.
Orton e Banhart sono la dimostrazione vivente di come il folk sia tornato sorprendentemente in auge. Fioccano i premi ufficiali, le compilation a tema, i programmi radiotelevisivi dedicati, mentre Nick Drake è idolatrato e lo stesso Jansch è un solido personaggio di culto. Sorpreso, Bert? “No, semplicemente contento di questa grande ondata di popolarità che la musica folk sta vivendo in Gran Bretagna. Credo che molto dipenda dalla televisione, dal coraggio di qualche produttore. Programmi come ‘Folk Britannia’ sono serviti a molto, in questo senso, perché hanno puntato l’attenzione anche sulla scena attuale, non solo su quanto accaduto tanti anni fa; ovviamente, però, ne hanno beneficiato anche i musicisti della mia generazione”. A lui, Jansch, l’etichetta “Brit folk” sta magari anche un po’ stretta. Nella sua musica sono sempre state evidenti le influenze americane, blues e country: anche in “Black swan”, con quella “Texas cowboy blues” che fa venire in mente Dylan. E’ stato importante quanto Davey Graham, nella sua formazione di musicista? “Mi piacciono le sue primissime cose, ma poi ho un po’ perso le sue tracce. All’inizio ne sono stato influenzato, certo, ma lo stesso si può dire di Woody Guthrie e di tanti altri cantautori americani. E Davey, come chitarrista, è stata una grande fonte di ispirazione fin dagli inizi, quando avevo 16 anni”. All’epoca dello Jansch adolescente ed enfant prodige si ricollega, in questo disco, anche un traditional come “The old triangle”: “Più o meno nello stesso periodo”, racconta, “incontrai Clive Palmer e poi Robin Williamson (i due fondatori della Incredible String Band) con cui cominciammo a frequentarci. Aprimmo un music club in un pub di Edimburgo, e durante una delle serate a microfono aperto che organizzavamo incontrai per la prima volta il folk singer irlandese Dominic Behan. Fu lui a farmi conoscere quella canzone ispirata a ‘The quare fellow’, una commedia contro la pena capitale in Irlanda scritta da suo fratello, il famoso scrittore Brendan. Per me la tradizione non ha un significato romantico, significa semplicemente guardare a quello che è accaduto prima. Non faccio altro che passare il testimone di quella musica e di quel sapere musicale ad altre persone. In un pezzo come ‘Hey pretty girl’ ho riaggiornato il tema di uno dei classici più famosi del folk, irlandese, ‘Raggle taggle gypsy”…Ma non sono un vero tradizionalista, in fondo al cuore io resto sempre un singer-songwriter, un cantautore”. Che oggi ama ancora scrivere in modo diretto ma anche per metafore, interrogarsi sulle brutture della realtà ma anche sul significato profondo della vita. “Texas cowboy blues” e “The black swan” sono i due poli del suo songwriting e la prima è piuttosto esplicita, come invettiva anti-Bush…“Volevo esprimere la mia preoccupazione per l’atteggiamento degli americani, che rifiutano tuttora di unirsi al resto del mondo nella ricerca di fonti di energia pulita insistendo sul petrolio e sui mezzi di locomozione a benzina. Mi sembra che anche le supposte guerre di religione (oggetto di un’altra canzone del disco, “Bring your religion”), ruotino in realtà intorno a questo stesso argomento… In ‘The black swan’, invece, il cigno nero è una navicella spaziale che viaggia intorno all’universo senza mai fermarsi. Spetta a noi decidere quando salire e scendere, una volta che pensiamo di essere arrivati a destinazione. E’ una metafora sulla vita e la morte. Ma potrebbe anche essere un pub, invece che un astronave, con quel nome… Un pub semovente!”.
La morte, e il rimpianto per gli amici scomparsi, sono argomenti ricorrenti nella sua musica e anche in questo disco (“High time”, per esempio): Jansch stesso, 63 anni, è sopravvissuto a una dura battaglia con l’alcolismo che negli anni ’80 rischiò di portarselo via. E (“come tutti i musicisti”, sibila facendo capire di voler cambiare argomento), ha avuto numerosi incontri con la droga, fin dai tempi in cui, ancora teen ager, a Edimburgo viveva una vita da bohémien incarnando uno dei primi prototipi dell’hippie folk. Ama rivisitare certi suoi vecchi classici (“A woman like you”, in questo disco: “in origine, con la sezione ritmica dei Pentangle, aveva un feeling jazz, mentre oggi suona più come un pezzo blues”), ma non “Needle of death”, uno delle prime canzoni in assoluto sull’eroina che, ricorda, “scrissi per un amico musicista, Buck Polly, che a Londra fu vittima di una overdose. Fu la prima persona di mia conoscenza a morire di droga. Le mie canzoni, in qualche modo, sono sempre un tentativo di ricordare le persone che ho incontrato”. Neil Young vi si ispirò direttamente per “Ambulance blues”, e probabilmente anche per “The needle and the damage done”. “Non posso dire di conoscerlo, anche se ora sono stato invitato con Devendra a suonare a Los Angeles per il suo Bridge School Benefit (sabato 21 ottobre allo Shoreline Auditorium, con Pearl Jam, Dave Matthews Band, Brian Wilson, Foo Fighters e altri). L.A. è stata anche il luogo del nostro unico incontro precedente nei primi anni ’70, quando suonavo nei Pentangle. E sembra che lui se lo ricordi molto meglio di me…”. Un altro fan dichiarato, Jimmy Page, ne saccheggiò il repertorio e lo stile nel primo e terzo disco dei Led Zeppelin, tanto che a un certo punto giunse notizia di una vertenza giudiziaria, poi sfumata nel nulla. “Bah, ci sono troppe cose più importanti al mondo per mettersi a pensare a queste cose”, dice Bert liquidando in fretta anche questo argomento. “Sinceramente non ho mai seguito gli Zeppelin, non conosco la loro musica. Preferisco ascoltare i musicisti che conosco personalmente: con l’eccezione di Booker T & the MG’s, i miei preferiti in assoluto”. E i Pentangle? I membri originali della formazione sono ancora tutti in attività, e in tempi di reunion come questi… “Ogni tanto vedo Jacqui McShee, ma è difficile metterci tutti assieme nello stesso posto. Per il momento non se ne parla. Non per quanto ne sappia io, almeno”, chiude. Gentile ma sfuggente, a parole: tanto quanto è loquace con la sua musica e la sua chitarra.
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