Pere Ubu: 'Noi siamo mainstream, Britney Spears è avant garde'

David Thomas, voce, cuore e mente dei guastatori Pere Ubu, vive in Inghilterra da una ventina d’anni. Eppure nei suoi dischi c’è ancora molta America profonda: anche in questo nuovo “Why I hate women”, con quei titoli che parlano di Texas e di Nebraska, e quella canzone su una tal Mona che viene dall’Arizona. “Come molti”, si giustifica il corpulento geniaccio dell’ “avant garage rock” , “anch’io mi porto nella testa certi paesaggi che non mi abbandonano mai. E’ come vivere costantemente in una città fantasma. Nei primi anni ’80, quando stavo ancora a Cleveland, l’antica città della mia infanzia stava diventando una ghost town, un posto che non esisteva più nella realtà. La desolazione spettrale della vecchia downtown, la sua architettura dark gotica, stavano scomparendo, la gente ricominciava a ripopolare il centro, i vecchi magazzini abbandonati venivano riconvertiti in ristoranti, night club e appartamenti di lusso. Ma io sono rimasto legato alla mia città fantasma, e il vantaggio è che puoi portartela appresso ovunque tu vada”. Restandogli fedele a dispetto di quel che accade nel mondo circostante, anche. Nell’ultima canzone in scaletta (paradossalmente, una “overture”), Thomas canta del Texas come di una “land of the free”, la terra degli uomini liberi: proprio nel momento in cui il presidente texano degli Stati Uniti diffonde nel mondo un’immagine decisamente diversa del suo paese d’origine. “Ma questo, come sottolinea una frase riportata nel booklet, è un disco privo di ironia”, ribatte Thomas. “E io amo davvero il Texas, la sua gente, la sua cultura”. Anche un titolo forte come “Perché odio le donne” potrebbe sembrare una boutade ironica. E comunque non ha niente a che fare con una ipotetica misoginia dell’autore: è, infatti, il titolo da lui immaginato per un romanzo noir che lo scrittore pulp Jim Thompson non ha mai scritto. Fiction della fiction, non male come punto di partenza per un album… “che, come tutti i precedenti, parte da una storia che gli fa da sfondo”, spiega lui. “Da quel canovaccio più o meno compiuto seleziono sempre un momento, una situazione psicologica particolare che mi interessa e su cui sviluppo tutto il lavoro successivo di scrittura. Il motivo per cui mi esprimo in musica è proprio questo: non so e non mi interessa scrivere libri, le canzoni mi permettono di affrontare situazioni complesse in modo non logico e non lineare, procedendo per intuizioni e cose non dette”. E il titolo? “Quello provvisorio, ‘Electricity’, non mi convinceva per niente anche se l’idea originale del disco aveva a che fare con una sorta di elettricità sessuale che attraversava alcune delle canzoni. Poi le cose sono cambiate, come sempre succede in corso d’opera, e il soggetto è diventato via via più dark e ossessivo”. Così vengono fuori le parole di un testo come “Love song”, con quell’amante mutante che si fa crescere tentacoli e altre minacciose protuberanze per afferrare l’oggetto del suo desiderio. “Il mio verso preferito è quello che dice: ‘Dai miei occhi crescono bombe a mano per possederti’: un’immagine che disturba ma appropriata, credo, a descrivere la natura di un’ossessione. I nostri dischi sono tutti dei concept, anzi lo è stata la nostra intera carriera. E il titolo è un involucro, l’informazione ultima che puoi dare all’ascoltatore circa il contenuto del tuo lavoro. ‘Why I hate women’ mi è venuto in mente un giorno mentre sedevo al pub e ho pensato subito che fosse il titolo adatto a spiegare il senso del disco. Questo ci ha indotto a dichiarare esplicitamente, in copertina, l’assoluta mancanza di ironia: a scanso di equivoci e di fraintendimenti. Abbiamo messo molta cura nella realizzazione delle parti grafiche, c’è voluto quasi più tempo che a registrare questo pessimo disco! Volevo qualcosa di assolutamente neutrale e allo stesso tempo molto evocativo, qualcosa che non fornisse alcun tipo di indizio sul come interpretare il titolo del disco”. Non è ironico neppure quando dice che i Pere Ubu sono un gruppo mainstream mentre Britney Spears, Robbie Williams e Justin Timberlake rappresentano l’avanguardia musicale di oggi, l’ineffabile signor Thomas? “Assolutamente no, lo dico seriamente. Se pensi alla storia del rock ti accorgi che esiste una linea diritta e continua che parte dagli albori e arriva ai primi anni ’70, quando nella musica entrarono come voci narranti elementi di musica concreta e i sintetizzatori analogici. Una volta spezzata e dirottata, quella linea non ha più senso. Ma nella ghost town immaginaria di cui ti parlavo prima continua ad esistere, e rappresenta il rock mainstream di cui noi ci consideriamo dei continuatori. Non è colpa mia se oggi in giro si sente tanta musica avant garde e sperimentale, da parte dei personaggi che hai citato…”. Lui si sente più vicino agli Stooges, agli MC5? “Non solo a loro. Tutti i membri originali della band, a Cleveland, lavoravano in un negozio di dischi, che nei primi anni ’70 era il luogo in cui si imparava tutto della musica. Così la nostra cognizione della storia del rock è piuttosto completa. Non c’è solo una band o due, tra i nostri punti di riferimento”. E il folk? Non è una novità neanche quella, per Thomas, recentemente coinvolto nel disco di ballate marinare e piratesche assemblato da Hal Willner, “Rogue’s gallery”, nonché collaboratore in passato di gente come Richard e Linda Thompson o Jackie Leven. “Il rock’n’roll è la musica folk dell’America, per questo ho sempre simpatizzato con ogni altra forma di folk music. A Cleveland nei primi anni ’70 Richard Thompson era considerato un dio da tutti i chitarristi anche se non era conosciuto alle masse. Le registrazioni del disco? Il solito caos totale, come sempre succede con Hal Willner. Lui sa mettere insieme i musicisti migliori e lasciarli andare a briglie sciolte. Niente disciplina, tanto fuoco e fiamme. E’ un metodo produttivo molto coraggioso, il suo”. Anche in “Why I hate women”, però, non manca l’improvvisazione: “Sì, ‘Blue velvet’ è un pezzo improvvisato. E ‘Stolen cadillacs’ è frutto di tre registrazioni diverse della stessa canzone fatte in luoghi e momenti diversi che procedono simultaneamente, per quanto sia difficile accorgersene. Ogni nostro album è una combinazione di pianificazione e improvvisazione, in dosi diverse. Si parte da un’idea e si sviluppa il metodo di lavoro di volta in volta più funzionale”. In quelle e nelle altre canzoni, voce di Thomas a parte, il sound più caratteristico è rappresentato dal ronzio dei theremin e dei sintetizzatori vintage di Robert Wheeler… “Ho sempre cercato di sviluppare delle tecniche di registrazione che producessero sonorità dense ma anche spaziose, una chiarezza nella densità. Oggi la tecnologia mi permette di registrare senza usare microfoni, anche in questo album li ho quasi completamente sostituiti con dei particolari altoparlanti che noi chiamiamo ‘speakerphones’. Li ha inventati il mio ingegnere del suono Paul Hamann, ne utilizziamo diversi per la voce e per ogni singolo strumento. Il principio di base è lo stesso dei microfoni, quel che entra è quel che esce, l’unico accorgimento consiste nel modificare certi piccoli elementi elettronici durante la registrazione. Il vantaggio, dal mio punto di vista, è che se utilizzi gli altoparlanti come un apparecchio di registrazione riduci la gamma delle frequenze, e puoi analizzare sintatticamente il suono evitando l’equalizzazione: un procedimento che detesto perché non ritengo giusto torturare le onde sonore per convenienza. Per la batteria, per esempio, uso un solo microfono ambientale e, magari, fino a sei diversi altoparlanti. Ognuno di essi cattura i suoni racchiusi in una certa profondità di banda, e alla fine io posso mixarli come preferisco. Sono sempre alla ricerca di arnesi da lavoro che mi permettano di enfatizzare il significato di ogni singolo suono in funzione della canzone, e il remix album che abbiamo confezionato in parallelo a ‘Why I hate women’ nasce anche per questo. C’è sempre una componente frustrante nel dover scegliere una sola prospettiva da cui osservare una canzone, quando si pubblica un disco, e nella band ci sono altre persone che hanno la capacità di cimentarsi in un lavoro come questo”. Da audiofilo qual è, Thomas è entusiasta del remix in suono surround che ha accompagnato, qualche tempo fa, la riedizione del capolavoro del gruppo, l’album di debutto “The modern dance” datato 1978. “La cosa frustrante del pubblicare dischi è che non suonano mai bene come li hai sentiti tu in studio”, spiega, ricalcando le recenti dichiarazioni di Bob Dylan a proposito della scarsa qualità dei cd. “Mentre ascoltavo gli ingegneri del suono remixare quel disco, invece, mi è tornato prepotentemente in mente il suono originale di quelle session. La cosa più stupefacente del surround è che se ascolti con dei buoni diffusori ti basta muovere leggermente la testa per cambiare il missaggio dei suoni e sentire una versione totalmente diversa della stessa canzone. Per me è il medium perfetto. Ma chi se la sente di invitare la gente ad andarsi a comprare un impianto hi-fi da 2 mila dollari?”. “The modern dance”, comunque, è il passato. E Thomas è un infaticabile workaholic, non un nostalgico: “Sono sempre impegnato in qualcosa. Stiamo registrando un nuovo disco con i Two Pale Boys, e con i Rocket From The Tombs abbiamo presentato del nuovo materiale, nell’ultimo tour estivo in America. Farò un concerto con Stan Ridgway, e sto lavorando a un progetto con Peter Blegvad”. Tra eccentriche teste d’uovo che vivono ai margini della città rock, evidentemente, ci si intende.
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