Caparezza risorge con ‘Habemus capa’: ‘Chissà se sono uscito dal tunnel...’

Caparezza risorge con ‘Habemus capa’: ‘Chissà se sono uscito dal tunnel...’
Poco più di due anni fa la sua “Sono fuori dal tunnel” divenne un tormentone, che catapultò il suo autore sulla bocca di tutti. Lui, rapper pugliese, giovane ma non troppo (ora ha 32 anni), ma soprattutto sperimentatore di rime e di suoni, quasi non si capacitò di tutto quanto. Stiamo ovviamente parlando di Caparezza, che torna in questi giorni con il suo terzo album, “Habemus Capa”. “E’ stata un’esperienza insolita, che non mi aspettavo”, dice oggi di quel successo. “Ho attraversato varie fasi, dall’incredulità alla stizza e alla rabbia per lo stupro che quella canzone subiva venendo usata in vari contesti, fino alla consapevolezza che non puoi avere controllo su un pezzo che si diffonde a macchia d’olio”.
Per evitare di rimanere ingabbiato in uno stereotipo, “Capa” è tornato con un disco che preme ancora di più sul pedale della sperimentazione, allontanandosi volutamente dalla formula che l’ha portato al successo: “Ripetersi è la morte di un artista”, spiega. “Questo album è più duro perché è figlio del tempo, risente dell’ambiente che ci circonda. Io voglio appartenere a questo contesto, non mi interessa essere politicamente corretto”.
In “Habemus Capa”, Caparezza effettivamente non risparmia nessuno. Il “concept” è assai ambizioso: Capa muore nel primo brano, per poi reincarnarsi in una serie di personaggi quasi sempre negativi (il leghista di “Inno verdano”, ma anche il ragazzino del singolo “La mia parte intollerante”); infine risorge nell’ultimo episodio, quello che dà il titolo alla raccolta: “Faccio riferimenti precisi”, dice. “Non ho paura di sporcarmi le mani, non mi piace il qualinquismo. Amo le persone che dicono delle cose attraverso la musica. La politica tocca noi ogni giorno, noi non dobbiamo averne paura, e toccarla se è il caso. Volevo fare una sorta di inferno personale, popolato di strani personaggi. Poi era troppo ambizioso, e la formula del concept imponeva troppo paletti; quindi a un certo punto ho trasformato questa idea in una sorta di disco a tema. E’ un modo come un altro per parlare delle cose senza usare la prima persona”.
Ad un anno dall’elezione del nuovo papa, notiamo, il titolo può sembrare un po’ blasfemo. “‘Habemus Capa’ è un titolo molto ironico”, controbatte Caparezza. “Nasce in un contesto vaticanista e dal martellamento mediatico di quell’evento: ho pensato a come sarebbe stato annunciare il papa de noantri, quello che dice la sua in altri contesti. Non è un riferimento alla Chiesa in genere, comunque”.
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