Anna Castiglia: “Le mie paure sono dei talismani”
In “Quando tornerai dall’estero”, Vasco Brondi canta: “Tengo i tuoi occhi nella tasca interna del giubbotto”. Cose preziose, cose che ci fanno felici, cose dolorose. Tenerle con sé significa farle proprie, interiorizzarle, esorcizzarle, non rifuggirle. Anna Castiglia, con sé, in tasca, ha deciso di portare le paure. Dopo la vittoria della Targa Tenco con il suo disco d’esordio “Mi piace”, la cantautrice siciliana, oggi tra le più interessanti, premiata da Rockol agli scorsi Awards, torna con il secondo album “La paura in tasca”, in uscita venerdì 25 settembre. Senza rinunciare alla sua ironia tagliente e, muovendosi con naturalezza tra leggerezza e profondità, Castiglia ci prende per mano e ci chiede, attraverso le sue canzoni, di non scappare, di tenerci stretti i brividi della vita perché sono quelli a renderla vera.
Nell’ultimo anno hai avuto diversi riflettori addosso. Attraverso un video, tempo fa, hai raccontato di volerti prendere una pausa per fare nuova musica. Ora torni con un album. Nel disco parli anche delle aspettative e delle pressioni. Come ti sei avvicinata umanamente a questo lavoro?
Volevo stare lontana dai riflettori, lontana dagli impegni e dal palco. Ho sentito la necessità di fermarmi, di rimettermi a creare, perché è molto difficile farlo in tour. È un processo che richiede un suo spazio e un suo tempo. Sono quasi due lavori diversi, o comunque un lavoro che ha due aspetti quasi stagionali: c'è la stagione dei concerti e poi quella della creazione. Quindi, umanamente, diciamo che mi sono posta libera e aperta, nonostante le pressioni di cui parlo e che sentivo, ma da parte di me stessa, perché nessuno mi ha imposto una data di consegna su questo disco.
La paura si deve portare in tasca come un talismano?
Sì, racconto la paura con gioco, quasi con tenerezza, perché ci appartiene sin dalla nascita. A differenza, invece, dell'ansia e delle aspettative, che maturano dall'esterno, che cambiano in base alla cultura, al periodo in cui viviamo. Adesso ci sono nuove ansie che prima non c'erano: basta pensare all'eco-ansia o a quella legata anche ai social. La paura di cui parlo io invece bisogna portarsela dietro, ogni tanto prenderla e guardarla.
Perché?
È tascabile perché non va buttata in strada, non bisogna inquinare lo spazio degli altri con le proprie paure. Bisogna in qualche modo averci a che fare e affrontarle. Vanno guardate prima di intraprendere un viaggio. Basta pensare a Dante, che si trova davanti alle tre fiere, che poi hanno diversi significati, nel suo viaggio infernale. Ho letto anche un libro stupendo che mi ha ispirato: è di Andrea Bajani, si intitola "Un bene al mondo": parla di una città in cui tutti hanno un cane, che simboleggia in realtà le proprie paure. E c'è chi ha un cane molto feroce, che fa male agli altri, c'è chi ha un cane invece educato, pulito e coccoloso.
Le paure vanno accudite?
È doloroso, lo sappiamo, ma è così.
Jean-Paul Sartre scrisse: "L'inferno sono gli altri". L’altro, in questo album, ti manda in confusione. A volte ti rende perfino contraddittoria. Gli altri sono i grandi protagonisti di questo disco?
Sì, tutto ciò che arriva dall’esterno può essere inferno. Ovviamente in questo campo bisogna includere anche se stessi. Perché possiamo essere sia il pubblico, sia “l’altro”, giochiamo tutti un doppio ruolo. Il giudizio degli altri è un tema che avevo già accennato in "Mi piace". Qui vado oltre e dico: la coerenza mi spaventa parecchio. L'unica cosa che viene richiesta, sempre, è di essere “coerenti”, ma ci sono così tante incoerenze e incongruenze che è veramente difficile esserlo, quel tipo di pressione è infernale.
In “Scema” la contraddizione diventa quasi un gioco, anche se il tema non lo è.
Parte da una questione personale, è un dialogo con mio padre. L’ho avvisato quindi lo puoi scrivere (sorride, ndr). È un pezzo che parla della pressione estetica sul modo di vestire. Parla di attenzione per l’aspetto, di come ci si presenta e di che vestiti ci mettono addosso. In questo caso i vestiti del padre, ma non per forza del mio o di un uomo, vestiti che qualcuno ha deciso di metterti e che, crescendo, non senti più tuoi. È un pezzo che già facevo live con il collettivo “Canta fino a dieci”.
Il disco, che ha una forte varietà sonora, è stato lavorato immaginando i live?
Assolutamente sì. Ci sono dei pezzi in cui la batteria è totalmente stravolta a livello di suono, altri fatti in presa diretta. C’è di tutto. "La paura in tasca" è un brano totalmente composto live, a parte poi quelle sovraincisioni di violino incredibili di Aura Fazio. Il mio sogno è proprio riportare la sensazione del live nell'album, anche per questo ho inserito degli skit, dei parlati.
Sul palco hai una spiccata componente teatrale che nel disco trova respiro, per esempio con un divertentissimo dialogo con Valerio Lundini, “l’uomo meno famoso d’Italia”.
Ci sono delle voci fuori campo, non sono dei feat veri e propri. Valerio Lundini è nei panni dell'uomo meno famoso d'Italia in una società in cui tutti siamo famosi, tutti abbiamo la spunta blu sui social e ci comportiamo come se fossimo perennemente in TV, spettacolarizzando qualunque cosa. Lui, invece, interpreta un nessuno. È quindi paradossalmente una star. Poi ci sono i Selton, in "Ho finito i pezzi latin". Ci siamo avvicinati perché a me piace tantissimo la musica brasiliana. Con loro abbiamo scherzato sulla questione dell'appropriazione culturale, sul fatto che io sia una siciliana che adora la musica latin.
“Se ti guardo come gli altri” è un pezzo intimo, quasi spiazzante.
Arriva dopo tre brani energici, crea distensione. È una ballad, è la canzone d'amore del disco, quindi solamente voce e sentimento. Non suono nemmeno le chitarre in quel pezzo, mi espongo sotto un altro punto di vista, che paradossalmente è quello in cui faccio più fatica a mostrarmi, anche se nel primo disco c’erano già pezzi di questo tipo. Sono brani che mi mettono più in imbarazzo.
Forse è per questo che li fai…
Mettersi in imbarazzo, a volte, è un bellissimo esercizio.
In quale canzone esorcizzi tutte le tue paure?
Proprio ne "La paura in tasca": le elenco tutte, anche le più stupide e le più banali. Nel ritornello rispondo alla domanda del perché io stia facendo tutto questo. Non per salvare il mondo, ma perché ho una penna nella borsa, ma soprattutto la paura in tasca. E sono strettamente legate, è la paura, spesso, a spingerci ad agire.
Quanto è pressante la paura del tempo che passa?
Io preferisco avere la paura di essere dimenticata piuttosto che la paura di fermarmi, perché ci sono tantissime persone che non riescono a fermarsi. Ed è un aspetto che ovviamente ha toccato il mio cervello più volte in questo anno, soprattutto quando inizia l'estate, ricominciano i tour, e dici: "Oddio, ma io è da tantissimo che non sto nelle scene, tutto ciò mi farà del male? La gente si è dimenticata di me? Devo pubblicare qualcosa sui social". Questa è l'epoca degli influencer e del contenuto, solo che la velocità, secondo me, non va a braccetto con la creatività, molto spesso. Perché le cose di getto, a volte anche realizzate con un guizzo creativo, esistono, ma molte richiedono del tempo e soprattutto lontananza dai riflettori. La gente non è abituata al fatto che gli artisti scompaiano ma è un processo fondamentale.
Il mercato, però, oggi è spietato.
Bisogna pubblicare a raffica. Una canzone dura due settimane, un album anche meno di un mese. Bisogna contrastare questi processi in qualche modo. Io ci ho provato. Ovviamente non è stato facile prendersi del tempo per lavorare a questo album, però penso sia stato necessario. E per farlo mi sono “staccata” parecchio dai social, da cui siamo tutti dipendenti. È importante stare dentro il mondo fuori dai social, che poi è quello reale, forse ogni tanto dovremmo ricordarcelo (sorride, ndr).
I nuovi live come te li immagini?
Sul palco voglio portare anche nuovi colori e nuovi suoni. Ho fatto alcuni secret concert perché per me è fondamentale testare le canzoni davanti al pubblico: mi sembrava assurdo presentarle per la prima volta direttamente durante un tour, senza averne prima verificato le reazioni. Questi concerti mi sono serviti proprio per capire come le persone accolgano i nuovi brani. Ci saranno anche dei cambi di formazione e voglio continuare a introdurre sempre più elementi unici nei miei live, proponendo anche canzoni che esistono soltanto nella dimensione dal vivo. L’idea è che chi viene a un mio concerto possa vivere qualcosa che non troverà da nessun’altra parte.