"Disorder: la storia dei Joy Division". Un estratto dal libro

L'ha scritto Fernando Rennis, esce domani per "Nottetempo"
"Disorder: la storia dei Joy Division". Un estratto dal libro

1444 giorni per entrare nell’eternità: Fernando Rennis racconta la storia dei Joy Division, che tra 1976 e 1980 segnano indelebilmente la musica rock con due soli album e una fine improvvisa, nel suo libro “Disorder. La storia dei Joy Division”. Per gentile concessione dell’editore Nottetempo pubblichiamo un estratto dal libro che uscirà domani.

 

Per Peter Saville Unknown Pleasures è un “sottopassaggio” di una Manchester notturna illuminato dai lampioni, Closer “la cattedrale neogotica della città” e Atmosphere “le brughiere intorno ai Pennini”. Al netto di qualche altro singolo – Transmission su tutti – e degli ep, la storia dei Joy Division è tutta qui. Su di essa gravano due fardelli: la retorica del sacrificio suicida e lo stigma della profonda angoscia trasmessa dal gruppo.

Lontano dall’autodistruzione edonistica dello stereotipo rock and roll, il gesto di Curtis ha finito con il fagocitare la storia dei Joy Division. L’ha infusa di maggiore autenticità, ma allo stesso tempo l’ha offuscata con l’enfasi del “martirio” usata anche per il cantante dei Nirvana e sintetizzata nella frase “Kurt Cobain è morto per i nostri peccati”, finita persino sulle t-shirt. Sgonfiare esagerazioni del genere permette di riportare a una dimensione più umana ragazzi di talento che non hanno retto situazioni difficili, rispettare il dolore dei loro cari, rendere giustizia alla storia di cui sono parte.

È la stessa operazione da fare per attenuare la disperazione attribuita ai Joy Division: l’impatto artistico del gruppo è nato soprattutto per una serie di imprevisti – l’incazzatura di Gretton per il nero scelto da Saville per la copertina di Unknown Pleasures – e scelte estetiche, alcune persino dettate da esigenze esterne, come le luci bianche e fisse ai concerti. Tolti questi due fardelli, cosa rimane? Una grande storia e una musica affascinante. Per questo, sul gruppo è stata scritta una moltitudine di libri, saggi accademici, approfondimenti. Migliaia di articoli, e persino fumetti.

Il più celebre in Italia è Il caso Joy Division, uscito sul numero 12 della rivista Frigidaire, pubblicato nell’aprile del 1982. L’autore è Massimo Mattioli, che si inventa un vero e proprio giallo sulla morte di Ian Curtis, con tanto di colpi di scena. Era un periodo, quello, in cui la spinta del punk e post punk inglese portava in Italia una stagione di innovazione unica e riscriveva la geografia musicale del paese, che, oltre a grandi centri come Milano, Bologna e Firenze, rifletteva adesso anche il romanticismo cupo della provincia e dei suoi improbabili eroi. Ma è proprio lì che bisogna andare per ascoltare come suonava il futuro: in negozi di dischi come il Pick Up di Bassano e Carù a Gallarate, oppure guidando fino a Cairo Montenotte, in provincia di Savona, dove si chiude il nuovo numero di Rockerilla.

In questa curiosa toponomastica, appassionati di musica organizzano concerti di band di culto e battono a macchina, fotocopiano, spillano e spediscono fanzine in tutta Italia. Vanno a Londra – chi sta meglio economicamente a sue spese, chi non può permetterselo in autostop – dove reperiscono informazioni per diffonderle in questa rete carbonara. Umberto Eco riconosceva ai movimenti del 1977 quella “accessibilità all’avanguardia” che permetteva alle nuove generazioni di scrollarsi di dosso l’opprimente atmosfera degli anni di piombo abbracciando la sperimentazione. Proprio quell’anno, il 4 ottobre molti giovani italiani hanno una rivelazione. Rai 2 trasmette una puntata del rotocalco Odeon, tutto quanto fa spettacolo, curato da Raffaele Andreassi, dal titolo La moda e la musica punk. Lo speciale si conclude con un riepilogo in cui passano le immagini di giovani sfrontati alle prese con la troupe. “Punk è un nuovo tipo di musica un po’ paranoico, punk è un nuovo modo di vestirsi, un po’ da nazisti, punk è cattiveria e aggressività, un po’ come James Dean. Punk è anche… uno sputo,” conclude sconsolata la voce fuoricampo mentre la saliva di un ragazzino cola sull’obiettivo. Un’irriverenza che sarebbe apparsa in riviste e giornali come L’Espresso, La Stampa, l’Unità e in programmi come L’altra domenica di Renzo Arbore.

Probabilmente, alcune informazioni per la puntata di Odeon erano state prese dal Corriere della Sera, che il 9 dicembre 1976 titolava a tutta pagina: “Avremo anche noi alla tv i cantanti del sesso? Il quartetto dei ’Sex Pistols’ lancia dal video inglese oscenità contro la regina e i benpensanti”. Nell’articolo venivano intervistati funzionari Rai e cantanti come Milva, Drupi e Patty Pravo. Più in basso sulla stessa pagina, Gabriele Pantucci firmava un altro pezzo intitolato “Suonano male, cantano peggio ma i sedicenni impazziscono per loro. Chi sono e cosa fanno i nuovi idoli inglesi del ’pop’”. Il Corriere della Sera in seguito sarebbe tornato a parlare dell’argomento, mentre ragazzini punk con bomber, teste rasate e gestacci rivolti alla telecamera appaiono su Rai 1 il 3 marzo 1980. In quella puntata di Made in England, Enzo Biagi affronta “la rivoluzione in musica” nel Regno Unito. Il giornalista si trova a Liverpool per analizzare l’enorme eredità dei Beatles, intervistando tra gli altri Allan Williams, il primo manager del gruppo, all’Eric, mentre alle sue spalle una band sta montando gli strumenti sul piccolo palco. “È lì che si trovano ora i punk,” dice un marinaio di passaggio alla troupe. La voce di Enzo Biagi sul finale avverte gli spettatori: “Ci fu un tempo dei teddy boys e c’è adesso una stagione dei punk, perché il gusto del travestimento continua”.

La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2026 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.