Come diventare una band, non si impara con i Green Day al cinema
La buona notizia è che "Nimrods: A Green Day Comedy" di Lee Kirk, presentato come una "commedia di formazione on the road ispirata ai primi anni dei Green Day", è piacevole da guardare. Rifugiatevi al fresco di una sala cinematografica, prendete i popcorn e godetevi un film senza troppe pretese, con una colonna sonora che fa buona parte del lavoro e un gruppo di giovani protagonisti con cui non è difficile trascorrere un paio d’ore. Almeno fino a quando la realtà non riporta tutti con i piedi per terra. Perché è proprio lì che arriva la cattiva notizia. Nel momento in cui un pensiero di troppo si frappone tra lo spettatore e il grande schermo, la commedia comincia a perdere terreno e nemmeno le grandi canzoni dei Green Day o qualche battuta ben riuscita riescono sempre a recuperarlo.
"Nimrods" ha tutti gli ingredienti di una commedia adolescenziale che guarda con nostalgia al cinema tra gli anni Ottanta, Novanta e Duemila, ma prova contemporaneamente a collocarsi nel presente. Ci sono tre amici, una band, un’auto rubata, una destinazione apparentemente irraggiungibile, adulti stravaganti incontrati lungo la strada, qualche eccesso, una notte di terrore, molte decisioni stupide e un sogno abbastanza grande da giustificare qualsiasi deviazione. Kirk non rinuncia neppure a qualche piccolo insegnamento sull’amicizia, sulla famiglia e sulla necessità di continuare a credere in qualcosa anche quando tutto sembra dimostrare che non accadrà. Il problema è che il film non centra fino in fondo proprio la lezione musicale che sembrava voler impartire. Sulla carta, visto l’obiettivo che si pone fin dall’inizio, i presupposti non erano neanche semplicissimi. Eppure una possibilità "Nimrods" se la merita. Nelle sale italiane c’è tempo fino al 18 agosto.
Sullo schermo, la gavetta è sempre un’illusione
"Nimrods" gioca fin dall’inizio con due concetti che nel racconto della musica ritornano continuamente e che negli ultimi anni vengono spesso tirati in ballo anche dagli artisti affermati quando parlano delle nuove generazioni. Da una parte c’è la gavetta, dall’altra l’illusione di poter arrivare immediatamente da qualche parte. Sono idee perfette per costruire una commedia su tre diciassettenni convinti che una telefonata possa improvvisamente cambiare le loro vite, soprattutto quando quella telefonata è falsa.
Tommy, Fred e Chad suonano insieme negli Analog Dogs, un trio punk nato in un garage. Dopo aver incontrato i Green Day in un negozio di dischi e aver consegnato loro una demo, ricevono quella che credono essere la chiamata della vita. Dall’altra parte del telefono dovrebbe esserci Tré Cool, pronto a invitarli ad aprire il concerto di Capodanno della band all’Hollywood Palladium di Los Angeles. In realtà è uno scherzo organizzato da Wayne, il fratello maggiore di Tommy. I tre non verificano nulla, rubano l’auto di Wayne e partono da Kansas City con pochissimi mezzi e ancora meno buon senso, convinti di poter raggiungere la California in tre giorni. L’inganno mette subito al centro della storia la disillusione e la perseveranza. Se il concerto non esiste, cosa resta del sogno? E soprattutto, quanto bisogna essere ingenui per credere che basti consegnare una demo alla band giusta perché da un giorno all’altro si spalanchino le porte dell’Hollywood Palladium?
Lee Kirk conosce già bene Billie Joe Armstrong, avendolo diretto nel 2016 in "Ordinary World", commedia nella quale il frontman dei Green Day interpretava un ex punk alle prese con la propria vita adulta da padre di famiglia. Anche "Nimrods" parte apparentemente da uno sguardo disincantato, quello secondo cui desiderare qualcosa non significa necessariamente meritarla e tantomeno ottenerla. Eppure, più il viaggio procede, più questa concretezza viene sostituita da una versione quasi incantata di ciò che significa mettere insieme una band, suonare, cercare concerti e costruirsi lentamente un pubblico.
Il confronto con film musicali ben più articolati come "Quasi famosi" o "School of Rock" può essere ingeneroso, ma aiuta a capire ciò che manca. In quei casi la musica non è soltanto una destinazione narrativa, ma costruisce un ambiente fatto di rapporti, compromessi, fallimenti, identità, persone che devono capire quale posto occupano dentro una comunità. "Nimrods", invece, racconta soprattutto il desiderio di arrivare da qualche parte, molto meno tutto ciò che normalmente dovrebbe esserci tra un garage e quel palco.
"Nimrods" e la difficoltà di raccontare la realtà presente
La scelta più evidente riguarda il rapporto del film con il presente. "Nimrods" è ambientato nel presente e lascia abbastanza indizi per ricordarcelo, arrivando persino a citare le Linda Lindas, dettaglio che merita il suo piccolo applauso. Eppure gli Analog Dogs sembrano provenire da un mondo non troppo reale, nel quale persino internet ha avuto un impatto trascurabile sulla vita di una giovane band. Il trio di "Nimrods" non usa i social per far circolare le proprie canzoni, non cerca pubblico online, non costruisce una rete attorno al gruppo e non sembra neppure interrogarsi su tutto ciò che oggi accompagna inevitabilmente il tentativo di farsi ascoltare.
Di per sé è anche piacevole vedere degli adolescenti che non trascorrono un intero film a scorrere uno smartphone, con messaggi e reaction che compaiono continuamente sullo schermo. Il problema nasce quando questa assenza smette di sembrare una scelta narrativa e diventa una ricostruzione artificiale di un’altra epoca. La stessa origine del viaggio dipende da una demo fisica consegnata ai propri idoli e da un numero di telefono che consente a uno sconosciuto di chiamare Tommy fingendosi Tré Cool. Non è una narrazione impossibile, ma è talmente e programmaticamente analogico da far percepire lo sforzo necessario per tenere il presente fuori dall’inquadratura.
Vinili, cassette, VHS, garage, skateboard, capelli colorati, vecchi furgoni e locali improbabili compongono allora un’idea di autenticità presa in prestito dal passato. È qui che il riferimento alla storia dei Green Day smette di essere soltanto ispirazione e comincia a diventare una gabbia. Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool hanno raccontato i propri inizi ricordando furgoni malandati, pochi soldi, fame, stanchezza, concerti ovunque fosse possibile suonare e una gavetta molto precedente a "Dookie". "Nimrods" prende quell’immaginario e lo trasferisce sui suoi protagonisti, ma senza riuscire davvero a tradurlo nel mondo in cui Tommy, Fred e Chad dovrebbero vivere. Soprattutto manca quasi completamente il concetto di scena. Una band non esiste soltanto perché tre amici si chiudono in un garage e conoscono bene i dischi giusti. Esiste anche rispetto ad altre band, ai locali disposti a farla suonare, a chi organizza concerti, al pubblico che torna la seconda volta, agli amici che passano parola, alle persone che registrano, producono, distribuiscono o semplicemente prestano un amplificatore quando serve. Il DIY, prima ancora di significare fare tutto da soli, ha spesso significato costruire reti nelle quali moltissime persone facevano qualcosa insieme.
Gli Analog Dogs incontrano altri musicisti e finiscono anche a esibirsi lungo il viaggio, ma gli incontri funzionano soprattutto come tappe episodiche della commedia, o come momenti comici. Fred Armisen, tra gli altri, compare in una delle parentesi più riuscite, mentre Bobby Lee e gli altri adulti aggiungono personaggi eccentrici al percorso. In "Nimrods", tutto contribuisce al ritmo del road movie, molto meno alla costruzione di un ecosistema musicale credibile. Anche i tre ragazzi appartengono più alla grammatica della teen comedy che a quella di una vera band. Tommy, interpretato da Mason Thames, è il sognatore e porta con sé anche il lutto per il padre. Fred, interpretato da Kylr Coffman, è la scheggia impazzita. Chad, a cui dà volto Ryan Foust, è il nerd mammone che gli amici vorrebbero rendere più punk. I tre funzionano insieme perché hanno energia e una buona chimica, non perché la sceneggiatura conceda loro una particolare complessità. Alcuni passaggi emotivi vengono liquidati troppo rapidamente, la relazione tra Tommy e Olivia, interpretata da Mckenna Grace, sembra soprattutto assolvere alla necessità di introdurre un interesse romantico, mentre Jenna Fischer - nota soprattutto per aver interpretato Pam in "The Office" e moglie di Lee Kirk - riesce a dare spessore alla madre di Tommy pur avendo a disposizione uno spazio limitato.
In fondo, però, il principale problema di "Nimrods" non è essere prevedibile. Il cinema on the road vive da sempre di tappe riconoscibili, incontri casuali, litigi, riconciliazioni e deviazioni necessarie a far crescere i protagonisti. E nemmeno il suo essere più pop che punk rappresenta necessariamente un difetto. È una commedia dolce, rumorosa e volutamente adolescenziale, con ragazzi che rubano auto, cercano alcolici, prendono funghi allucinogeni, finiscono nel fango e si comportano spesso come se le conseguenze delle proprie azioni potessero aspettare i titoli di coda. Il problema è che un film nato anche dalla memoria degli inizi dei Green Day avrebbe potuto raccontare con maggiore precisione proprio la distanza tra il sogno e ciò che serve per renderlo possibile. Invece, nel tentativo di celebrare una gavetta vera, finisce paradossalmente per inventarne una troppo facile.
È ancora una volta la musica a salvare il salvabile
Cosa salva allora "Nimrods" e lo rende, alla fine, un film che vale due ore del nostro tempo? La musica, fortunatamente. Può sembrare quasi scontato per una commedia che porta i Green Day già nel titolo, ma non lo è. Un film su una band che si permette di sbagliare molti passaggi nel raccontare l’industria musicale, romanticizzando la gavetta e costruendo personaggi attraverso stereotipi, nel momento in cui mette degli strumenti nelle loro mani deve almeno convincerci che quelle persone abbiano un motivo per stare insieme. Gli Analog Dogs, quando suonano, quel motivo lo trovano. Il giovane trio dimostra di avere canzoni che funzionano, alle spalle si intuiscono ore passate a provare nel garage e conosce abbastanza bene la storia musicale alla quale vogliono appartenere. I riferimenti ai Ramones, ai Misfits, ai Rancid e alle altre coordinate punk disseminate nel film possono talvolta sembrare messi lì per certificare un’appartenenza, ma almeno quando Tommy, Fred e Chad salgono su un palco la finzione trova finalmente qualcosa di concreto a cui aggrapparsi. La band diventa più credibile in pochi minuti di esibizione di quanto riesca a esserlo attraverso molti dei discorsi sul credere nei propri sogni.
Ed è forse questa la lezione involontaria più riuscita di "Nimrods": per mettere in piedi una band non basta volerlo moltissimo, non basta avere una storia da raccontare, una bella estetica, un garage e nemmeno la conoscenza enciclopedica dei propri idoli. A un certo punto servono delle canzoni, possibilmente buone. La colonna sonora rende questo concetto impossibile da dimenticare. Persino gli Analog Dogs, seppur siano una band fittizia, hanno le loro canzoni che funzionano. Nel film e nella colonna sonora si possono ascoltare tre brani - "Bored", "Getaway" e "Freaking out" - scritti apposta dal figlio di Billie Joe, Jakob Armstrong.
Nella pellicola trovano spazio anche 22 brani dei Green Day distribuiti lungo tutta la loro carriera, ai quali si aggiungono anche tracce di Paradox, Ultra Q e Mckenna Grace. La colonna sonora ufficiale arriva complessivamente a trenta brani e comprende anche “I’m Never Gonna R.I.P.”, l’inedito dei Green Day scritto per il progetto, oltre a registrazioni dal vivo realizzate appositamente per il film.
Il rischio di trasformare "Nimrods" in un lungo jukebox celebrativo naturalmente c’è e in alcuni momenti il film sembra effettivamente affidarsi al catalogo dei Green Day per creare da solo l’emozione che la sceneggiatura non è riuscita a preparare. Ma quel catalogo può permetterselo. La successione di brani provenienti da epoche diverse ricorda senza bisogno di troppe spiegazioni perché Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool possano oggi guardarsi indietro e costruire una commedia sui propri inizi. Il trio di "Basket case" non è arrivato fino a qui perché ha creduto abbastanza intensamente nel proprio sogno, ma anche perché, disco dopo disco, ha scritto canzoni capaci di resistere al tempo.
Ed è significativo che il momento in cui "Nimrods" smette davvero di raccontare la musica e decide semplicemente di mostrarla sia anche uno dei suoi più convincenti. Per il film i Green Day hanno organizzato e registrato un vero concerto all’Hollywood Palladium, chiamando alcuni fortunati fan a partecipare come comparse. Spoiler: Kirk lascia che una parte di quell’esibizione rimanga sullo schermo abbastanza a lungo da non sembrare soltanto un cameo promozionale. Alla fine del film seguono inoltre altre performance registrate per l’occasione. È una scelta semplice, ma restituisce improvvisamente alla musica una fisicità che altrove manca. Ci sono una band, un palco, strumenti suonati davvero, persone davanti a loro e il rumore prodotto dall’incontro tra le due parti. Non serve spiegare il DIY, la perseveranza, l’autenticità o la ragione per cui qualcuno decide di dedicare anni della propria vita a un gruppo. Per qualche minuto basta vedere i Green Day suonare.
Ed è anche qui che diventa più facile capire a chi sia rivolto davvero "Nimrods". Subito dopo la première di Los Angeles dello scorso 12 agosto, sono stati i Green Day a spiegarlo con parole semplici in un post sui social: "Abbiamo sempre sognato di fare un film sui Green Day, e ora quel sogno è finalmente diventato realtà". Hanno aggiunto: "Ieri sera abbiamo potuto festeggiare la première di Nimrods insieme allo straordinario cast, alla troupe e a tutte le persone che hanno contribuito a trasformare questa folle idea in realtà. Un enorme grazie a tutti quelli che ci hanno messo il cuore e a tutti voi che ci avete accompagnato lungo questo viaggio. Che siate con noi fin dai primi giorni che hanno ispirato il film oppure che ci abbiate scoperto lungo la strada, questo film è per voi".
"Nimrods" non è un manuale su come si mette in piedi una band nel 2026 e forse sbaglia quando sembra volerlo diventare. Il film resta una celebrazione costruita con affetto, una commedia piacevole e un po’ ingenua che usa il road movie per trasformare una vecchia storia di furgoni, concerti e sogni sproporzionati in una favola per fan. In un periodo storico in cui i biopic musicali spopolano, rimane ancora la voglia di vedere un vero lungometraggio biografico sui Green Day.