Bad Bunny a Milano: uno show che va oltre il suo protagonista

Una festa culturale e musicale potentissima dove il mondo evocato conta più della performance.
Bad Bunny a Milano: uno show che va oltre il suo protagonista
Credits: ©elenadivincenzo

Ha polverizzato 157 mila biglietti per le due date all'Ippodromo Snai La Maura di Milano. Nel mondo, il “Debí Tirar Más Fotos World Tour” ha superato le 2,6 milioni di presenze, confermandolo come uno degli artisti del momento. Otto anni fa, quando Benito Antonio Martínez Ocasio, figlio di un camionista e di un'insegnante, che nel 2016 lavorava in un supermercato, si esibiva al Milano Latin Festival, era una promessa del reggaeton. Oggi è Bad Bunny, il volto di una musica che ha smesso di essere soltanto intrattenimento per diventare identità e racconto culturale. 

Una pedana tra la gente

Proprio con l’album “Debí Tirar Más Fotos” del 2025, un disco che parte da Porto Rico per parlare a tutti, ha trasformato la propria terra, in un periodo di muri, cieli infuocati e trincee, in una “casa aperta”. “Questa notte, nulla ci dovrà dividere”, dice all’inizio, in abito elegante bianco. E anche per questo oggi viene considerato uno degli artisti più politici del panorama pop internazionale. Non solo per gli interventi ai Grammy o per le critiche alle politiche migratorie statunitensi ribadite anche sul palco del SuperBowl, ma proprio per quella capacità di usare la musica come simbolo di contaminazione, unione e resistenza culturale.

Senza sermoni, senza retorica, ma con la forza delle idee. Il suo concerto (che abbiamo visto in anteprima ad Arnhem, qui avete il racconto dettagliato dello spettacolo) è la naturale prosecuzione di quel racconto. Più che uno show, è una festa collettiva che invita il pubblico a entrare dentro Porto Rico. È già la scenografia a suggerirlo: non c’è un palco tradizionale, ma una pedana rialzata, circondata dal pubblico, alle cui spalle, su una gradinata, c’è anche il settore dei “los vecinos” e un gigantesco ledwall. Bad Bunny si esibisce letteralmente circondato dai fan. La cultura dell'isola diventa così esperienza condivisa e il senso di comunità vale quanto le canzoni. Ed è qui che emerge un paradosso. 

Il centro non è mai "solo" lui

Ha costruito uno degli spettacoli concettualmente più potenti del pop contemporaneo, senza avere quella presenza scenica totalizzante che appartiene ai grandi performer della storia recente. Non possiede l'esplosività di Bruno Mars, la precisione tecnica e maniacale di Lady Gaga, né quell'aura quasi mistica con cui The Weeknd riesce a dominare uno stadio semplicemente entrando in scena. Eppure funziona. Perché il centro dello show non è mai “soltanto” Bad Bunny. Il centro sono, in primis, le canzoni. Una sequenza di hit che aiuta a sorreggere tutto l’impianto. Il centro sono i momenti affidati alla band, i portoricani Los Pleneros de la Cresta e i Los Sobrinos, semplicemente fenomenali, tra percussioni, fiati, chitarre, tastiere e cori, con tanto di tributo all’Italia sulle note di “Nel blu dipinto di blu”. Sono le atmosfere, il modo in cui ogni dettaglio contribuisce a costruire un’architettura emotiva. Il centro è il pubblico, una comunità unica che balla e si scatena alzando la polvere. E poi ci sono le idee

La forza delle idee

La Casita portoricana, diventata un manifesto del tour, è forse l'esempio più evidente. Non è soltanto una scenografia costruita nel cuore dell’Ippodromo (per la gioia dei settori più lontani) dove dare sfogo alla parte più urban. È un dispositivo narrativo. Chi ci entra? Come vengono scelti gli ospiti? Perché proprio loro? Domande che hanno alimentato discussioni, curiosità e polemiche a ogni tappa. Anche questo significa costruire spettacolo: creare un racconto che continui a vivere ben oltre le due ore di live. In un'epoca in cui l'attenzione è la moneta più preziosa, trasformare un elemento scenico tradizionale in un fenomeno di conversazione è un'intuizione di enorme intelligenza.

Qui il paradosso assume contorni sempre più evidenti: le idee, il concept, la grandiosità della band e la capacità di scrivere hit finiscono per avere un peso nettamente superiore alla performance. Lo show è grandioso, ma non perché il suo protagonista canti, balli, salti o domini fisicamente il palco in modo particolarmente eccellente, come vorrebbe il canovaccio dei grandi showman del Novecento. Anzi, in più frangenti il suo apporto è proprio scolastico e semplice. È riuscito e fa centro perché trascina il pubblico dentro una storia

Un cambio di paradigma

Bad Bunny arriva dalla trap latina e dal reggaeton, un linguaggio in cui il peso specifico dell'attitudine e della proposta musicale è spesso superiore alla performance. Non deriva in modo diretto dalla scuola dei performer, anche latini, cresciuti tra musical, danza e pop spettacolare. Per questo il suo concerto sembra suggerire un altro modello: non il performer come centro gravitazionale dello spettacolo, ma il performer come creatore di un ecosistema. È un cambio di paradigma che apre anche una riflessione sul suo futuro e su quello del pop. Per decenni il live pop è stato identificato in larga parte anche con il carisma performativo. Oggi, invece, una superstar pop può calamitare milioni di fan attraverso la costruzione di un immaginario brillante. 

Il futuro

Ma dopo aver creato un universo come quello di “Debí Tirar Más Fotos”, quale sarà il prossimo passo? Perché il punto non sarà semplicemente scrivere nuove hit. La vera sfida sarà immaginare anche “un’altra casa”, dal forte valore, in cui accogliere il pubblico. Sarà probabilmente la prova più difficile della sua carriera. Ma è anche quella che distingue le popstar del momento dagli artisti destinati a segnare un'epoca. 

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