Beba: l'importanza di prendersi il proprio tempo
NuovoIMAIE propone una serie di incontri con protagonisti e protagoniste del panorama musicale italiano per parlare dei loro progetti, ma anche per approfondire le dinamiche che ruotano intorno all’essere Artista Interprete Esecutore.
Da anni, ormai, è considerata uno dei talenti di punta del rap italiano al femminile: Beba, torinese classe 1994, ha cominciato a muovere i primi passi nella scena da adolescente e si è fatta conoscere anche grazie a collaborazioni prestigiose, come quelle con Lazza o Salmo. Nel 2021 è uscito il suo primo album ufficiale, “Crisalide”, seguito negli anni successivi da una serie di singoli e featuring, ma ha atteso a lungo prima di tornare con un progetto discografico tutto suo. Nel 2026, però, è uscito il suo atteso secondo album: “L'imperatrice”, un disco molto personale, esteticamente e filologicamente ispirato agli arcani maggiori dei tarocchi, in cui dimostra tutta la sua versatilità e la sua abilità tecnica.
L'album arriva a cinque anni di distanza dal primo disco. Con che spirito sei arrivata alla sua pubblicazione?
È il risultato di tanti anni di lavoro personale, prima di tutto. Credo di essere un tutt'uno con con la mia carriera, non c'è differenza fra la persona e il personaggio: questo è molto bello perché rende quello che faccio autentico, ma inevitabilmente se non sto bene è difficile che io riesca a performare lavorativamente. Questi ultimi anni per me sono stati un po' complessi, e inevitabilmente la mia musica ne ha un po' risentito. Ho fatto molta fatica a trovare una direzione e una motivazione: ho dovuto ricreare il mio spazio di espressione. Ecco perché “L'Imperatrice”: è il manifesto di una donna che non deve chiedere il permesso, che sa chi è cosa vuole, sa con chi sta parlando e sa come dirlo. Come dico anche in un brano, vorrei essere il chiodo che regge questo quadro, e non più solo la cornice.
Chi ti ha affiancato nello sviluppo di questo nuovo progetto?
Tutte le persone con cui ho lavorato a questo disco le posso definire amiche, e questo è uno dei suoi punti di forza. Sono arrivata a un punto della mia carriera in cui è è difficile che io mi affianchi a persone per cui non nutro stima e affetto. È un'altra cosa su cui ho dovuto lavorare parecchio: ho capito che avevo bisogno di creare musica con persone con cui condivido gli stessi valori, con cui ci fosse uno scambio di energie, cosa che in questi anni mi è molto mancata, perché spesso ci si trova a lavorare con professionisti che sono lì per portare a termine il proprio compito e niente più. A livello di produzioni, quindi, ci sono Emanuele Invisible (un ragazzo brillante e adorabile), Federico dei 2nd Roof, Pietro Fitchner e Rossella Essence. Inoltre non volevo riempire il disco di featuring, perché avendo fatto una pausa di cinque anni volevo dare tanto spazio alla mia scrittura. E poi, come dicevamo, sono molto legata ai rapporti un po' autentici, quindi collaboro quasi solo con persone con cui c'è qualcosa da cui partire.
Di recente hai raccontato in un'intervista che avresti voluto ospitare rapper donne all'interno del tuo album, ma che molte hanno rifiutato, indipendentemente dalla tanto decantata solidarietà femminile...
Quell'intervista è stata un po' travisata con dei titoli clickbait. L'intervistatore mi aveva chiesto perché le donne non facessero squadra, e io ho risposto la scomoda verità: che avrei avuto piacere di mettere almeno tre o quattro donne forti nel mio disco – ragazze più giovani, possibilmente, anche per aiutarle a livello di credibilità – ma hanno tutte declinato, forse anche perché mal consigliate. Spesso in Italia i featuring tra donne sono trattati come il sacro Graal, per cui non ti fanno collaborare con me se hanno già in mente di farti collaborare con un'altra artista magari più famosa. Insomma, mi sarebbe piaciuto tanto avere delle donne delle rapper donne in questo disco ma non è stato possibile, non avevo voglia di rincorrere nessuno.
Oltre a Nitro e Omär tra i featuring c'è anche Jake La Furia, che ti segue anche come management e ha pubblicato il disco con la sua etichetta La Furia.
Ci conosciamo da tempo e sono sempre stata una super fan sua e dei Club Dogo. Tre anni fa mi sentivo un po' persa: ero finita per varie vicissitudini a essere rappresentata da un'agenzia che si occupava più che altro di influencer, e non di artisti. Mi sentivo in difficoltà, anche perché ho bisogno di qualcuno che mi aiuti a mettere ordine in testa perché sono un po' disfunzionale e ADHD. Io e Jake siamo andati a cena insieme e gli ho fatto sentire le tracce a cui stavo lavorando, spiegandogli che non ero del tutto convinta dalla direzione. Lui mi ha risposto: “Roberta, il tuo problema è che a te serve qualcuno che ti dica che questa roba spacca, perché da sola fai fatica a dirtelo e quindi non fai uscire i pezzi”. Scherzando gli avevo chiesto se per caso quella persona voleva essere lui: “Sì, va bene”, mi fa serissimo. Due settimane dopo abbiamo firmato un contratto, e il resto è storia.
La sovrapposizione tra il ruolo di artista e performer e quello di influencer è uno dei grandi temi dei nostri tempi. Tu come la vivi?
Non benissimo, vorrei che bastasse la musica, anche perché ci metto tanto di me. In questo disco mi sono raccontata molto, aprendo dei cassetti dolorosi ed esponendomi su cose di cui magari non avevo neanche mai parlato con i miei genitori. A me piacerebbe che non ci fosse bisogno di essere anche una content creator, però mi rendo anche conto che non ci si può opporre ai tempi che corrono: oggi probabilmente c'è talmente tanta offerta che bisogna necessariamente aggiungere qualcosa in più per distinguersi. Detto ciò, a me diverte usare i social nel giusto modo: non vivo in funzione di quello che condivido, e se non condivido non vuol dire che non sto vivendo. Cerco di esserci in maniera moderata, rispettosa di chi mi circonda: ci sono persone che vanno a cena al ristorante e poi per 40 minuti monopolizzano la situazione per creare contenuti, cosa che per me è una follia.
Un altro grande problema degli artisti dei nostri tempi è il ritmo delle uscite discografiche, che deve essere sempre più sostenuto per andare incontro alle richieste del mercato.
C'è più offerta che richiesta ormai, e credo che ne stiano risentendo un po' tutti, a parte i capisaldi delle classifiche. È chiaro che se una volta uscivano 10 dischi il venerdì e adesso ne escono 50, anche con tutta la passione del mondo, un ascoltatore non riesce a dare la stessa importanza a tutto quello che viene proposto. Francamente anche per questo mi sono presa il mio tempo per fare un album. Se lo avessi fatto uscire quattro anni fa magari la mia carriera avrebbe avuto un'impennata, ma quattro anni fa non avevo questa scrittura e non avevo questi contenuti. Se perdo l'attimo perché un mio progetto non rispetta le tempistiche discografiche, pazienza: vorrà dire che parlerò solo a chi è lì in quel momento e vuole ascoltare.
Cambiando argomento, uno dei tuoi grandi punti di forza è l'aspetto della performance. Perché è così importante per te?
Appartengo a una generazione di artisti per cui saper stare sul palco e saper performare era imprescindibile, se volevi fare questo lavoro. Stare sul palco è la cosa che preferisco in assoluto, ma ho anche molto rispetto di chi paga per vedermi: non potrei salire su un palco e fare a vocalist, come capita spesso oggi. Ci sono artisti che fanno stadi e palazzetti senza sapere effettivamente cantare un brano dall'inizio alla fine, si esibiscono in modalità un po' villaggio turistico, il che è intrattenimento più che performance. Per me, invece, la performance resta fondamentale.
C'è qualcosa che avresti voluto sapere all'inizio della tua carriera e che ti sarebbe stato utile nell'intraprendere questo mestiere?
Sicuramente mi sarebbe servito capirne qualcosa di contratti. So che sembrerò una vecchia zia nel dirlo, ma avere una coscienza economica è fondamentale: questo è un mondo che ti mostra la possibilità di fare soldi in un momento in cui molto probabilmente tu non hai la minima idea di cosa fartene. Se non hai delle persone fidate intorno che ti aiutano e che ti sappiano consigliare, è la fine. Non bisogna adagiarsi sull'idea che se arrivano dei buoni cachet all'inizio poi ne arriveranno altri, perché il successo è una sinusoide, è fatto di alti e bassi. Trovo assurdo che a scuola non esista una materia come l'educazione finanziaria: negli ultimi anni io ho dovuto studiare molto per capirci qualcosa. Spesso mi trovo a consigliare ragazzi più giovani di me che stanno iniziando adesso, e che si trovano in una bolla in cui sembra che la fama cresca in maniera esponenziale, perciò vivono i loro guadagni alla giornata. Bisogna avere i piedi per terra.
Se tu potessi cambiare una sola cosa dell'industria dello spettacolo, quale sarebbe?
Mi piacerebbe che ci fosse un bilancio di realtà. Ci sono artisti che fanno sold-out ma poi numericamente su Spotify non convertono allo stesso modo; viceversa, ci sono artisti che magari hanno dei brani con il triplo platino e poi però ai loro concerti non si presenta nessuno. Sarebbe bello se si tenesse conto di questa tendenza, perché crea una dissociazione sia per l'artista in sé che per il pubblico.
Cosa ti aspetta nel prossimo futuro?
Quest'estate sarò in tour e le date sono costantemente in aggiornamento: spero che se ne aggiungano sempre di più, perché come dicevamo prima la mia cosa preferita è stare sul palco e spero di poterlo fare tutti i giorni. In autunno ci sarà la seconda stagione del mio podcast, After Party, e sto lavorando a un progetto nuovo che non svelo perché è una bella idea e spero che non la realizzi nessuno prima di me, come spesso accade con le belle idee... (ride) Infine è in arrivo una collaborazione molto attesa e molto richiesta dei miei fan, ma non posso svelare altro: lo scoprirete a breve!