Sonny Rollins e John Coltrane scrissero la storia in 12 minuti

Il confronto tra il "Saxophone Colossus" e Trane spinse il jazz in una nuova direzione
Sonny Rollins e John Coltrane scrissero la storia in 12 minuti

La morte di Sonny Rollins è una ferita con cui il jazz dovrà fare i conti a lungo. Se n'è andato un titano del sax tenore, l'ultimo grandioso testimone dell'epoca d'oro del jazz moderno, ultimo sopravvissuto dei 57 musicisti della storica fotografia A Great Day in Harlem del 1958.

Theodore Walter "Sonny" Rollins è stato per oltre sette decenni l'incarnazione vivente dell'improvvisazione jazz nella sua forma più pura e assoluta. Universalmente noto come il Saxophone Colossus — dal titolo del suo storico capolavoro del 1956 — Rollins ha ridefinito il vocabolario del sax tenore e dell'hard bop attraverso un suono monumentale, una maestria ritmica impeccabile e una spiccata ironia espressiva.

Mentre la maggior parte dei musicisti della sua epoca si concentrava sulla velocità o sulla complessità armonica astratta, Rollins si è sempre distinto come un eccezionale architetto tematico: aveva la capacità unica di prendere un frammento melodico semplicissimo, a volte persino una canzonetta popolare o un motivo calypso (come nella splendida St. Thomas), per poi smontarlo, interrogarlo e ricostruirlo dal vivo in assoli fluviali e narrativi.

Dotato di un'onestà intellettuale e di un'autocritica feroci, Rollins non ha mai smesso di cercare la perfezione, arrivando persino a ritirarsi temporaneamente dalle scene nel momento di massimo successo pur di studiare in solitudine. La sua scomparsa chiude un'era irripetibile, ma il suo lascito resta scolpito nella storia — a partire dall'irripetibile e generoso confronto ravvicinato con John Coltrane.

Un "duello" storico

La storia del jazz è costellata di grandi dualismi (Coleman Hawkins e Lester Young, Charlie Parker e Dizzy Gillespie, Miles Davis e Chet Baker, Duke Ellington e Count Basie), ma il confronto tra Sonny Rollins e John Coltrane rappresenta qualcosa di più profondo di una semplice rivalità. È la storia di due approcci diametralmente opposti all'improvvisazione e al suono del sassofono tenore, capaci di spingersi a vicenda verso vette assolute.

Siamo a metà degli anni '50. Il sax tenore è lo strumento dominante nel jazz moderno. Da una parte c'è Sonny Rollins, il "Colosso", già ampiamente riconosciuto come il sassofonista più brillante, ironico e tecnicamente dotato della sua generazione. Dall'altra c'è John Coltrane, un talento a scoppio ritardato, che sta trovando la sua voce definitiva nel quintetto di Miles Davis attraverso una ricerca ossessiva e quasi ascetica.

L'unico incontro documentato su nastro tra i due giganti avvenne il 24 maggio 1956 ai Van Gelder Studios nel New Jersey. Rollins, per il suo nuovo disco da bandleader, prese in prestito l'intera sezione ritmica del quintetto di Miles Davis: Red Garland al piano, Paul Chambers al contrabbasso e Philly Joe Jones alla batteria. Su un solo brano, un blues in Si bemolle, invitò a suonare anche l'altro sassofonista di Davis: Coltrane, appunto.

Il brano, che diede il titolo all'album Tenor Madness, è una jam session di oltre 12 minuti che cattura l'essenza della loro dinamica. Più che un duello all'ultimo sangue, è una conversazione serrata. Sebbene entrambi abbiano radici comuni (in particolare l'enorme influenza del pioniere Coleman Hawkins), le loro filosofie musicali si sviluppano in direzioni opposte. Rollins apre con il suo suono pieno e sicuro, giocando con il ritmo e costruendo la melodia con logica ferrea. Quando entra Coltrane, il contrasto è immediato: il suo tono è più penetrante, urgente, spinto da una necessità quasi febbrile di esplorare la griglia armonica. Nei chase finali — lo scambio di battute alternate tra i due sax — la tensione sale, ma il loro diverso respiro musicale rimane inconfondibile.

Oltre la rivalità

Negli anni immediatamente successivi a Tenor Madness, l'ascesa di Coltrane fu fulminea. Mentre Coltrane pubblicava capolavori che spingevano al limite l'armonia occidentale come Giant Steps (1959) e reinventava il jazz modale, Rollins iniziò a sentire una forte pressione interiore. L'esplosione creativa di Coltrane, unita all'arrivo dell'avanguardia free jazz di Ornette Coleman, spinse Rollins a un gesto drastico.

All'apice del successo, Rollins si ritirò dalle scene nel 1959. Per oltre due anni smise di esibirsi in pubblico, recandosi ogni giorno sul ponte di Williamsburg a New York per esercitarsi in totale solitudine, sfidando i venti e i rumori del traffico cittadino per ridefinire il proprio suono. Tornò nel 1962 registrando l'album The Bridge, rinvigorito e fiero del proprio approccio melodico.

Rollins capì che non aveva senso inseguire la densità armonica di Coltrane. Mentre Coltrane continuava la sua ricerca ascetica che lo avrebbe portato fino all'espressione totalmente libera e spirituale degli ultimi anni prima della morte prematura nel 1967, Rollins consolidò il suo status di improvvisatore solido e titanico, capace di tenere concerti interi improvvisando a ruota libera, basandosi unicamente sulla forza del suo ingegno melodico.

Parlare di rivalità in senso negativo o competitivo è fuorviante: tra i due c'era un immenso rispetto, tanto che anni dopo Rollins definirà Coltrane "un essere umano bellissimo". Più che antagonisti, erano le due facce della stessa medaglia: Coltrane usava il sassofono per guardare verso l'infinito cercando la trascendenza, mentre Rollins lo usava per radicarci nella vita terrena, mostrandoci l'intelligenza, l'ironia e la pura gioia dell'invenzione spontanea.

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