Credits: Mikai Karl
Beck, il ritorno: 'Io influente? Se lo dite voi...' (22 marzo 2005)
Beck, il meticcio. Beck, la mente di una generazione. Beck, quello capace di fare dischi acustici, e poi tornare al suono pop-hip hop-rock-funk che l’ha lanciato. Le definizioni si sprecano per questo biondino smilzo americano, che con la sua musica ha saputo cambiare molte cose, trovando
Rockol ha incontrato Beck ieri, 21 marzo, nella pausa tra il soundcheck e il concerto in diretta tenuto per MTV, dove ha presentato il nuovo album “Guero”. Beck si è fatto attendere per quasi un’ora e mezza. Colpa del ritardo nel soundcheck, ma anche dell’arrivo della moglie con il figlioletto neonato.
Appena arriva si siede di fronte ai giornalisti e con un sorriso disarmante si scusa. E si inizia a parlare di “Guero”. “Racconta del quartiere dove sono cresciuto a Los Angeles. Era un quartiere ispanico, pieno di immigrati, un posto strano. ‘Guero' vuol dire ‘ragazzino bianco’, ed è il modo in cui io venivo chiamato laggiù”, racconta Beck.
Il disco, uscito la scorsa settimana, era molto atteso dopo il bellissimo e acustico “Sea change” (disco dell’anno nel 2002 per Rockol), perché segnava un ritorno al suono di “Odelay” e “Mellow gold”. Un suono meticcio come il quartiere che l’ha ispirato; un suono che fonde il blues con l’elettronica, l’hip-hop con il pop. Però con dei testi più cupi rispetto al non-sense allegro di canzoni come “Loser”. “Volevo mantenere l’introspezione di ‘Sea change’, ma musicalmente sono da un’altra parte, in questo momento”, spiega Beck. “Così quell’atmosfera più intima l’ho recuperata nei testi, che raccontano una grande sofferenza: un mio amico si era suicidato, e questo disco parla del processo di elaborazione del lutto”.
Non c’è stato solo dolore, nella creazione di “Guero”. All’opposto, c’è stata una grande gioia nella vita di Beck: il figlio Cosimo. Un’esperienza che, spiega Beck, ha influenzato la lavorazione del disco perché è totalizzante. “Io e mia moglie, che era incinta durante la lavorazione di ‘Guero’, abbiamo fatto una gara a chi finiva prima. Ha vinto lei, che ha partorito due mesi prima che io finissi il disco…”, ride. “Scherzi a parte, è stato difficile finire l’album. Avere un figlio richiede attenzione costante: è la prima cosa a cui devi pensare quando ti svegli. Però mi ha dato una grande felicità, che ha compensato il dolore di cui parlavo prima”.
Quanto al presunto ascendente che la sua musica meticcia e la sua poliedrica figura avrebbe sulle nuove generazioni, Beck si schernisce: “Non mi sento influente. Sono solo una persona eclettica, che ascolta un po’ di tutto. Se me lo dite voi sarà vero… Davvero Allen Ginsberg ha detto che sono così influente per la mia generazione? Dove l’avete letto? Ah, su Internet… non dovete credere a tutto quello che c’è scritto lì sopra...".
Beck, il meticcio. Beck, la mente di una generazione. Beck, quello capace di fare dischi acustici, e poi tornare al suono pop-hip hop-rock-funk che l’ha lanciato. Le definizioni si sprecano per questo biondino smilzo americano, che con la sua musica ha saputo cambiare molte cose, trovando
davvero
il suono interculturale di una generazione. Non diteglielo, però: non vi crederebbe.
Rockol ha incontrato Beck ieri, 21 marzo, nella pausa tra il soundcheck e il concerto in diretta tenuto per MTV, dove ha presentato il nuovo album “Guero”. Beck si è fatto attendere per quasi un’ora e mezza. Colpa del ritardo nel soundcheck, ma anche dell’arrivo della moglie con il figlioletto neonato.
Appena arriva si siede di fronte ai giornalisti e con un sorriso disarmante si scusa. E si inizia a parlare di “Guero”. “Racconta del quartiere dove sono cresciuto a Los Angeles. Era un quartiere ispanico, pieno di immigrati, un posto strano. ‘Guero' vuol dire ‘ragazzino bianco’, ed è il modo in cui io venivo chiamato laggiù”, racconta Beck.
Il disco, uscito la scorsa settimana, era molto atteso dopo il bellissimo e acustico “Sea change” (disco dell’anno nel 2002 per Rockol), perché segnava un ritorno al suono di “Odelay” e “Mellow gold”. Un suono meticcio come il quartiere che l’ha ispirato; un suono che fonde il blues con l’elettronica, l’hip-hop con il pop. Però con dei testi più cupi rispetto al non-sense allegro di canzoni come “Loser”. “Volevo mantenere l’introspezione di ‘Sea change’, ma musicalmente sono da un’altra parte, in questo momento”, spiega Beck. “Così quell’atmosfera più intima l’ho recuperata nei testi, che raccontano una grande sofferenza: un mio amico si era suicidato, e questo disco parla del processo di elaborazione del lutto”.
Non c’è stato solo dolore, nella creazione di “Guero”. All’opposto, c’è stata una grande gioia nella vita di Beck: il figlio Cosimo. Un’esperienza che, spiega Beck, ha influenzato la lavorazione del disco perché è totalizzante. “Io e mia moglie, che era incinta durante la lavorazione di ‘Guero’, abbiamo fatto una gara a chi finiva prima. Ha vinto lei, che ha partorito due mesi prima che io finissi il disco…”, ride. “Scherzi a parte, è stato difficile finire l’album. Avere un figlio richiede attenzione costante: è la prima cosa a cui devi pensare quando ti svegli. Però mi ha dato una grande felicità, che ha compensato il dolore di cui parlavo prima”.
Quanto al presunto ascendente che la sua musica meticcia e la sua poliedrica figura avrebbe sulle nuove generazioni, Beck si schernisce: “Non mi sento influente. Sono solo una persona eclettica, che ascolta un po’ di tutto. Se me lo dite voi sarà vero… Davvero Allen Ginsberg ha detto che sono così influente per la mia generazione? Dove l’avete letto? Ah, su Internet… non dovete credere a tutto quello che c’è scritto lì sopra...".
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