Placebo: vent’anni di “Meds”

Un album che è “guarito” da solo, senza medicine.
Placebo: vent’anni di “Meds”
Credits: Marta Bandino / Concessione in uso a Rockol

Nel marzo del 2006 i Placebo pubblicano “Meds”, quinto album in studio della band guidata da Brian Molko. Rilette oggi, molte delle recensioni dell’epoca restituiscono un’accoglienza complessivamente positiva ma non entusiasta, almeno in Italia: un buon disco, si diceva allora, ma forse non uno dei più memorabili del gruppo. Eppure, vent’anni dopo, la percezione attorno a “Meds” appare diversa. Con il passare del tempo il disco è stato progressivamente rivalutato, soprattutto dai fan, che ne hanno trasformato diversi brani in punti fermi dell’immaginario dei Placebo. Fin dalla title track, “Meds”, costruita su chitarre dense e su una produzione compatta, si intuiscono le intenzioni del gruppo.

A impreziosire il brano c’è anche la voce di Alison Mosshart dei The Kills, che nel ritornello ricorda a Molko di “prendere le sue medicine”, trasformando il pezzo in un dialogo disturbante e ipnotico. È un’apertura che definisce subito il tono dell’album: teso, notturno, pieno di personaggi che sembrano muoversi sull’orlo di un crollo. Non a caso alcune delle canzoni più amate dal pubblico arrivano proprio da qui. “Infra-red” è uno dei classici esempi di scrittura placeboiana: potente, trascinante, attraversata da un testo minaccioso che esplode nel ritornello. In “Drag” le chitarre prendono il sopravvento su tutto il resto, accompagnando parole che raccontano un rapporto sbilanciato, fatto di inferiorità e frustrazione. Ma è nelle zone più emotive del disco che “Meds” trova alcune delle sue pagine più intense. “Follow the Cops Back Home” è una ballata cupa, freak e lancinante, capace di squarciare il cuore con il suo crescendo doloroso. Insieme a “In Cold Light of Morning” rappresenta il lato più riflessivo e fragile dell’album, quello in cui la voce di Molko si muove tra confessione e resa dei conti.

Altrove torna invece la forza chitarristica tipica della band. “Because I Want You” è uno dei momenti più immediati, mentre “Song to Say Goodbye”, pubblicato come secondo singolo (di successo), riassume perfettamente la formula del disco: melodie malinconiche, tensione emotiva e un racconto di relazioni spezzate. Il celebre video diretto da Philippe André, con il giovane attore Field Cate nei panni di un bambino costretto a prendersi cura di un padre depresso, amplifica ulteriormente il senso di incomunicabilità che attraversa la canzone. I temi affrontati da Molko sono quelli che da sempre abitano il mondo dei Placebo: sofferenza interiore, dipendenza, relazioni tossiche, identità in crisi. In “Meds” tutto questo prende la forma di una galleria di personaggi in caduta libera, intrappolati in una società opprimente e confusa. Non cercano davvero una via di fuga: semmai provano a restare a galla senza dimenticare chi sono. 

“Broken Promise”, il duetto con Michael Stipe dei R.E.M., resta forse uno dei momenti forse meno convincenti: l’incontro tra due personalità così forti finisce per risultare meno incisivo del previsto. Eppure è proprio nel suo equilibrio imperfetto che “Meds” ha trovato una seconda vita. Con il passare degli anni molti dei suoi brani sono diventati centrali nei concerti e nel racconto della band, entrando stabilmente nel cuore del pubblico. Riascoltato oggi appare come un lavoro forse sottovalutato al momento dell’uscita: un disco oscuro, ma lucidissimo, in cui la band intercetta il senso di smarrimento di un’epoca e lo trasforma in alcune delle canzoni più riconoscibili della propria carriera. Vent’anni dopo, “Meds” resta lì: un album che non aveva bisogno di essere difeso, ma solo di essere riascoltato.

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