Il concerto che cambiò la vita di Johnny Cash

Il 13 gennaio 1968, il carcere di Folsom diventò palcoscenico della storia
Il concerto che cambiò la vita di Johnny Cash

Il 13 gennaio 1968, Johnny Cash, già noto come The Man in Black, varcò i cancelli della Folsom State Prison, un carcere di massima sicurezza in California, per registrare quello che sarebbe diventato uno degli album live più iconici di tutti i tempi: "At Folsom Prison". La scelta di esibirsi davanti a prigionieri non fu casuale, ma il frutto di una profonda connessione artistica con la realtà degli emarginati e degli incarcerati, e di un periodo difficile nella sua carriera personale e professionale.

Uno di loro

Alla fine degli anni ’60, la carriera di Cash era in declino: i successi scarseggiavano e l’artista lottava con dipendenze da droghe e barbiturici. Nel 1967, grazie anche al sostegno del produttore Bob Johnston della Columbia Records, si aprì la possibilità di registrare un album live in un ambiente “non convenzionale”. Johnston, meno tradizionalista e più incline ai rischi artistici, diede a Cash carta bianca per portare avanti il suo progetto più audace: un live registrato in un carcere reale.

Cash aveva già suonato in carcere in passato: la sua esperienza a Huntsville State Prison negli anni ’50 e altre visite lo avevano convinto che la musica potesse avere un significato particolare per un pubblico di quel tipo. Inoltre, la sua celebre canzone del 1955 “Folsom Prison Blues”, scritta ispirandosi al film "Inside the Walls of Folsom Prison" (che vide nel 1953, mentre prestava servizio nell'Air Force in Germania), era particolarmente popolare tra i detenuti.

La registrazione

La giornata al carcere di Folsom fu intensa e carica di tensione. Cash e la sua band si presentarono all’alba e si esibirono in due set, uno alle 9:40 e uno alle 12:40, per assicurarsi di catturare l’atmosfera migliore in cui registrare. Con lui sul palco c’erano la futura moglie June Carter, il leggendario rocker Carl Perkins, gli Statler Brothers e la sua storica backing band, i Tennessee Three.

L’evento si svolse nella mensa del carcere, dove circa 1.000 detenuti ascoltarono Cash e i suoi musicisti. Lo show iniziò con la sua voce profonda (“Hello, I’m Johnny Cash”) e subito dopo partì "Folsom Prison Blues", un classico che non poteva non risuonare nel luogo per cui era stato scritto.

La scaletta (con brani come “Cocaine Blues”, “Green, Green Grass of Home” e “25 Minutes to Go”) raccontava storie di dolore, punizione, rimorso e fatalismo. Una delle storie più toccanti di quella giornata fu l’inclusione di “Greystone Chapel”, canzone scritta da un vero detenuto, Glen Sherley, e portata a Cash da un ministro la notte prima del concerto. Cash si mise immediatamente a impararla e la inserì nella scaletta, invitando poi l’autore a sedersi in prima fila e riconoscendo pubblicamente il suo contributo.

L'impatto

Quattro mesi dopo quel giorno epico, "At Folsom Prison" fu pubblicato e ottenne un successo enorme: raggiunse la vetta delle classifiche country e scalò anche quelle pop, diventando un fenomeno di vendite; il singolo “Folsom Prison Blues” divenne un nuovo successo, riportando Cash in cima alle classifiche dopo anni di oblio; l’album venne certificato Gold e poi, nel corso degli anni, Triple Platinum per oltre 3 milioni di copie vendute, uno dei live più celebrati della storia della musica a stelle e strisce.

Ma il valore di "At Folsom Prison" andava ben oltre i numeri: fu un’opera che ridefinì l’immagine di Cash e lo consacrò come portavoce degli emarginati, degli “uomini con condanne a 99 anni”, rimarcava la critica. La performance e il disco rafforzarono l’impegno di Cash in ambito di riforma carceraria; nei decenni successivi, infatti, continuò a parlare di giustizia sociale, a visitare carceri e a testimoniare davanti al Congresso degli Stati Uniti. E, soprattutto, lo aiutarono a rialzarsi.

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