Filippo Graziani: “La musica di mio padre non teme le epoche”
Nell’agosto di quest’anno, in Piazza Martiri della Libertà a Teramo, la musica di Ivan Graziani è tornata a riempire l’aria in una serata intensa che ha unito pubblico e artisti in un’unica, “grande scena”. Quell’energia è racchiusa in “80 Buon compleanno Ivan – live in Teramo”, con la direzione artistica di Filippo Graziani e Marco Battistini, un progetto che fotografa un concerto a cui hanno partecipato tanti e diversi nomi. Il figlio del grande cantautore scomparso nel 1997, che da anni porta avanti la tradizione e un suo ricordo vivo, mai polveroso, racconta la genesi dell’operazione culturale messa in piedi, il tributo di Marracash, la poetica di Lucio Corsi, che ricorda quella della voce di “Lugano addio”, e quanto le canzoni del padre siano una DeLorean capace di viaggiare nel tempo, senza mai piegarsi.
Da dove partire per realizzare un progetto di questo genere?
Mi sono avvicinato a questo lavoro nello stesso modo di sempre. L’idea era quella di realizzare delle polaroid: immergermi nel repertorio di mio padre e provare a trasmetterlo anche a chi, magari, non lo aveva mai davvero assimilato. Ho coinvolto persone che hanno provato, e provano tuttora, un affetto autentico nei suoi confronti: artisti che ho avuto con me in tournée negli anni, o che magari non lo hanno mai conosciuto di persona, per questioni generazionali, ma che hanno fatto proprio il suo messaggio. C’è poi chi lo ha conosciuto davvero e ha collaborato con lui, come Michele Pecora. C’è un grande mix di partecipazioni.
Alcuni nomi coinvolti sono di prestigio. È un aspetto che ha aiutato?
Non mi è mai interessato il “nome” di chi coinvolgere, mi importava il fatto che avesse realmente qualcosa da dire.
Quello che colpisce è anche la trasversalità di genere: si va dal pop al rap.
Mio papà non è mai stato interessato alle bandiere di genere: non gli piaceva chiudersi dentro recinti, e questa è una cosa che sento anche mia. Aveva un desiderio autentico di scoperta, amava la contaminazione. Credo che questo sia uno degli aspetti più interessanti del progetto: poter raccontare un repertorio da punti di vista diversi. E sono convinto che proprio questa apertura abbia fatto bene anche allo stesso repertorio.
Come descriverebbe “Maledette malelingue”?
È un pezzo che amo molto perché l’ho visto nascere. Ero piccolo, passavo il tempo a rompere le scatole a mio padre in studio, e quel momento della mia vita mi è rimasto impresso. L’ho riadattato quasi in una matrice country, perché credo che il testo giri bene su quel tipo di sound. È una canzone che, ancora oggi, dice esattamente quello che deve dire.
Parla di pregiudizio e di una storia tra un uomo adulto e una ragazzina.
C’è chi la definisce "controcorrente", ma non so davvero cosa lo sia oggi e cosa no. So però che mio padre mi ha insegnato che, a volte, le canzoni devono dire le cose come stanno, in maniera diretta. I temi difficili, quelli meno digeribili, vanno raccontati per ciò che sono. Anche il linguaggio conta: se si parla di qualcosa di sgradevole, bisogna usare i termini giusti. L’odio va chiamato odio, la guerra va chiamata guerra. Non si può girare intorno alle cose.
“Lugano addio” è il capolavoro di suo padre?
Nasce da un’amicizia che i miei genitori avevano con alcune persone che vivevano a Lugano. Amici che ho rivisto anche di recente e che mi riportano alla memoria i viaggi di quando ero bambino: andare a Lugano mi sembrava quasi partire per un luogo lontanissimo. È probabilmente una delle canzoni più travisate, quella su cui negli anni si sono fatte più congetture su mio padre.
C’è chi dentro ha visto sotto-messaggi politici.
In realtà è un brano che parla d’amore: racconta di un ragazzo che si innamora di una ragazza che vive a Lugano e che si affaccia a un mondo che non sente come suo. È un pezzo che ha avuto il grande pregio di resistere al tempo, forse perché un po’ misterioso, e che oggi, a tutti gli effetti, viene considerato uno dei brani simbolo di mio padre.
Che cosa ha provato quando all’ingresso al Forum di Marracash, per tre serate, ha sentito un boato per lei e per suo padre?
È stata un’emozione fortissima. Sono arrivato a queste serate senza sapere davvero cosa mi aspettasse, e mi sono trovato davanti a un pubblico trasversale, che aveva compreso perfettamente perché Marracash aveva deciso di recuperare e campionare “Firenze (Canzone Triste)”, per questo il pubblico mi ha tributato quel calore. Secondo me, la grandezza di Marra sta proprio in questo: far capire i perché delle sue scelte.
È così che si arriva davvero alla gente?
Spesso si dice che certi cantautori del passato non possano arrivare a un certo tipo di pubblico, perché ormai datati, ma non è vero. Basta raccontare, far capire il viaggio che porta a quei cantautori, e il pubblico lo percepisce. Spesso le cose più incredibili arrivano dai posti o dalle persone da cui meno te lo aspetti. Marracash è riuscito a fare qualcosa di speciale, portando mio padre anche alle nuove generazioni.
Suo padre è stato due volte al Festival di Sanremo nel 1985 e nel 1994. L’hanno mai cercata per un tributo, per ricordarlo all’Ariston?
No, non l’hanno fatto. Ma non l’hanno fatto neppure gli artisti nella serata delle cover. Io, personalmente, non ho mai ricevuto un invito ufficiale: se fosse successo, ci sarei andato.
Crede che suo padre non venga ricordato come dovrebbe tra i grandi della canzone italiana?
No, non sono d’accordo con questo discorso. Mio padre aveva un modo tutto suo di raccontare le storie. Non è stato nazional-popolare come tanti altri artisti, non ha scritto testi con un fare “universale”, nel senso che banalmente non ha quasi mai parlato di “noi”, non ci sono i “noi” nelle sue canzoni. Questo senz’altro ha fatto la differenza.
Lucio Corsi le ricorda suo padre?
Lucio, da mio padre, ha ereditato forse l’insegnamento più grande: l’importanza di raccontare una storia, rispettandola per quello che è e consegnandola al tempo.
Qual è la più grande eredità di suo papà?
Che se la musica è fatta con sincerità non teme le epoche e può fermare le clessidre, rimanendo. Gli artisti non devono essere schiavi delle mode, solo così potranno lasciare, come ha fatto mio padre, qualche cosa al domani.