David Bowie, “un collante cosmico”
Arcana Editrice ha ripubblicato, in versione aggiornata, un libro di Francesco Donadio che esamina i testi delle canzoni di David Bowie. Si intitola “Fantastic voyage”, era uscito in prima edizione nel 2013, e viene riproposto in una edizione ampliata a 632 pagine (25 euro). Da questa è tratta la prefazione che riproduciamo qui di seguito.
In una recente intervista l’attore inglese Gary Oldman ha detto che da quando è morto il suo amico David Bowie, “il mondo è andato a scatafascio. Era come se fosse una specie di collante cosmico”. Difficile dargli torto: si ha veramente l’impressione che stia andando così in questi giorni, tra guerre, distruzioni, tecnologie fuori controllo, estremismi diffusi da una parte e dall’altra e leader mondiali poco saggi (quando va bene) o del tutto impreparati ai tempi duri.
Prima del 10 gennaio 2016 tutto questo magari c’era anche già, ma era vissuto come molto più sfumato e distante. Nell’ultimo decennio le crisi hanno (tutte) subito un’accelerazione e un’acutizzazione arrivando a toccarci da vicino, in maniera in apparenza ingestibile.
Eppure, nelle sue canzoni Bowie ci aveva avvertito, che le cose avrebbero potuto prendere una brutta piega. Di visioni distopiche è piena la sua opera, a partire dalla Saviour Machine del 1970, che oggi fa pensare a quanto potrebbe fare (e farci) l’Intelligenza Artificiale; passando per le “passionate young things” di Aladdin Sane che vivono la loro vita edonistica senza capire che stanno per diventare carne da cannone; per le immagini di desolazione e cannibalismo della città di Hunger City dove comanda con pugno di ferro un Big Brother che il popolo è costretto ad adorare; per il nazismo “neo-romantico” del magro Duca Bianco di Station To Station; per la brezza (nucleare) e il metallo e acciaio fuso di Time Will Crawl; fino a giungere al Tristo Mietitore che ti arriva fino in casa della sua opera finale blackstar.
Premonizioni, forse. Ad ogni modo, parole che nel decennale della sua scomparsa sono quanto mai attuali. Come attualissimo resta, in toto, l’artista David Bowie, a un livello che 10 anni fa non ci saremmo immaginati. Oggi è più che mai un’icona, del rock e non solo. Passata la fase “buia” degli anni 90 e 00 in cui venne trattato, dai più, come una vecchia star decotta, nel 2025 nessuno ha più alcun dubbio: adulti, ragazzi, vecchi e bambini sanno che è stato un cardine (quantomeno) degli anni 70 e 80, decenni in cui contribuì in maniera determinante all’evoluzione della musica e del costume. Ne conoscono a menadito le canzoni; sicuramente le venti-trenta tra le più popolari, ma poi, a seconda della passione per le sette note, molti di loro ne frequentano anche la deep discography. E più che mai nella sua natìa Gran Bretagna, dove la più recente antologia legacy è fissa nella top 100 dall’11 novembre 2016, ovvero dal giorno dell’uscita (il che vuol dire che queste canzoni sono assai ascoltate dai giovani su Spotify, Youtube e quant’altro). E anche negli USA, in Italia e altri Paesi, è presumibile che i dati di acquisti e ascolti non divergano molto.
“Everybody knows me now”, aveva cantato in Lazarus. È vero: adesso, 10 anni dopo quel fatale 10 gennaio 2016, lo conosce proprio chiunque. Come i Beatles e addirittura più di Elvis, il suo idolo da ragazzo, uno alla cui fama ed eterna grandezza aveva sempre aspirato.
Francesco Donadio
Roma, ottobre 2025
Estratto da David Bowie. Fantastic voyage. Testi commentati di Francesco Donadio, Arcana Edizioni
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