La vita di Ian Curtis dei Joy Division in "Control", il film

Recensione, trailer e soundtrack del film sui Joy Division
La vita di Ian Curtis dei Joy Division in "Control", il film

Control – UK, 2007

«L’esistenza… che importanza ha? Io esisto meglio che posso. Il passato fa parte del mio futuro, e il presente è fuori controllo». Non è la rabbia a far perdere il controllo a Ian. È l’incapacità di capire, una radicale estraneità a se stesso che lo ammutolisce e gli rende indecifrabili le regole dello stare al mondo (esistono?). Lui si lascia trasportare, non ha il timone della propria vita, e se fa una scelta, di solito è quella sbagliata. Sposarsi presto, avere figli, tradire: è facile finire fuori strada, ma c’era una strada giusta? Quanto puoi spingerti dentro a un labirinto?

Girato tra Manchester e dintorni, in un bianco e nero malinconico e proletario, esatto contrario della colorata, frizzante ed effimera Londra di “Velvet Goldmine”, il film di Anton Corbijn segue con delicatezza il breve tragitto di Ian Curtis, frontman dei Joy Division suicidatosi nel 1980 a ventitré anni. “Control” non è un film biografico, non cerca di analizzare o capire: più che raccontare il suo protagonista, si direbbe che il regista lo accompagni, e noi con lui. Guardiamo vivere Ian, e più raramente lo sentiamo parlare, perché lui parla poco, appare sempre in imbarazzo. Lo abbiamo detto: non è un arrabbiato, un ribelle, e nemmeno il classico “poeta maledetto”: è alienato, lontano da sé. Parla e si scongela solo con la musica: scrivendo i testi trova le parole per esprimere lo smarrimento, la frantumazione (“Love will tear us apart”); i suoi movimenti sul palco, prima goffi poi sempre più agitati, sono danze sull’orlo del caos, singhiozzi convulsi che evocano le sue crisi epilettiche. In un certo senso, “Control” non ha una colonna sonora: sono le immagini a essere la “colonna visiva” di quel che le canzoni raccontano (“When your time's on the door, and it drips to the floor”; “And we would go on as though nothing was wrong, staying in the same place, just staying out the time”…).

Il primo brano del film però non è di Curtis ma di David Bowie: “Drive-In Saturday”, dall’album “Aladdin Sane” che Ian ha appena comprato. È il 1973, da lì si parte, ma il sentiero non porta lontano: Ian è stato una cometa. In mezzo, il matrimonio nel ’75, i Joy Division nel ’77, molti farmaci, un’amante, Annik, intrigante ma anche lei fuori posto, e due album - nemmeno il tempo di conoscere il proprio successo.

Per tutto il film, in fondo, nessuno sembra sapere nulla di lui, nemmeno lui stesso (“È come se non stesse succedendo a me, ma a qualcuno che fa finta di essere me”), e neppure noi ne avremo capito molto di più, alla fine. Perché non c’è una trama lineare: anche la storia, come la vita di Ian, gira in tondo finché tutto infine crolla. Questa è la coerenza di “Control” che però proprio per questo, forse, non ebbe un gran riscontro al di fuori della Gran Bretagna e del pubblico degli appassionati: girato con rispetto dall’allora esordiente Anton Corbijn (acclamato fotografo e regista di video musicali) e interpretato con empatia da Sam Riley, anch’egli al debutto cinematografico e magnifico nella sua depressa passività, il film non offre una morale né una consolazione, ma solo uno sguardo sull’abisso. Restano le scintille, la coda della cometa, qualche strofa straziante e alcune scene molto riuscite, come l’esecuzione di “Dead Souls” di fronte ad Annik: sul piccolo palco, fradicio di sudore, Ian lascia correre in avanti gli strumenti, aspetta in silenzio, sembra vedere qualcosa oltre al pubblico o dentro di sé, poi comincia a muoversi, ad agitarsi, a cantare (“Someone take these dreams away”…). C’era una vita possibile, da qualche parte. Invece no.

Le parole di “Atmosphere”, che corrono sui titoli di coda, sembrano un malinconico rimprovero al ragazzo che ha ceduto: “Walk in silence / Don’t walk away, in silence”.

Trailer

Soundtrack

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