Mille: 'Fare la cantante non è solo cantare tutto il giorno'
NUOVO IMAIE propone una serie di incontri con protagonisti e protagoniste del panorama musicale italiano per parlare dei loro progetti, ma anche per approfondire le dinamiche che ruotano intorno all’essere Artista Interprete Esecutore.
Raffinata, elegante, sofisticata, con una voce e un'attitudine che sembrano provenire da un'epoca distante e da terre lontane: Mille è senz'altro una delle cantautrici più promettenti della sua generazione. Non a caso, non appena intraprende la carriera solista (in precedenza era la frontwoman di una band, i Moosek), i riscontri non tardano ad arrivare: vincitrice del premio della critica a Musicultura nel 2021, del contest 1mnext in collaborazione con NuovoIMAIE nel 2022, tre anni di fila invitata al Concertone del primo maggio - quattro, se contiamo che quest'anno si è esibita all'Uno Maggio Libero e Pensante di Taranto. Dopo suo EP di debutto "Quanti me ne dai" torna sulle scene con un nuovo singolo dal titolo suggestivo: "Il tempo, le febbri, la sete".
Hai definito questa canzone “una rinascita”. In che senso?
Tutte le mie canzoni sono fotografie del momento che sto vivendo. Quando ho scritto questa stavo soffrendo per amore, e vivevo il passaggio tra la disperazione e il superamento di una storia finita. Avevo bisogno di tempo per elaborare il dolore, di febbre per scaricare la sofferenza e l’emotività e della sete come moto del corpo e del cuore per tornare ad avere voglia di vivere. Lasciarsi attraversare dal dolore per poi rinascere è una cosa che ho imparato col tempo: questa è una canzone-talismano, perché ogni volta che la canto mi ricordo di averla scritta per aiutarmi a guarire.
È difficile cantare brani così personali davanti a un pubblico di sconosciuti?
In realtà cantarle davanti a un sacco di persone è più facile che registrarle in un contesto intimo e privato! (ride) Ogni tanto capitano momenti da groppo in gola, come durante il mio concerto all’Uno Maggio Libero e Pensante di Taranto: due ragazzi si stavano commuovendo e pure io dietro a loro. Ma cantarla dal vivo è uno sfogo, lascio andare tutto. La cosa davvero catartica è stata scriverla. Ricordo ancora perfettamente il momento: ero in sala da pranzo, davanti al mio pianoforte, ero in camicia da notte e imbracciavo una chitarra, in lacrime.
Quando hai iniziato a scrivere pezzi tuoi?
Prestissimo, avevo sei-sette anni. Avrei voluto cantare una canzone mia anche quando da bambina mi ero iscritta allo Zecchino D’Oro (falsificando la firma di mio padre che si incazzò come una biscia ma poi mi portò a Bologna per le audizioni), ma mi dissero che purtroppo non si poteva! A un certo punto dell’adolescenza avevo il rifiuto del palco, pensavo che avrei fatto l’autrice e basta. Però scrivevo in inglese, per non farmi capire da mio fratello, con cui condividevo la stanza e che mi prendeva un po’ in giro per le mie velleità artistiche. Per anni l’inglese ha rappresentato una piccola coperta di Linus nei confronti del mondo esterno, anche parecchio dopo che ero uscita di casa. L’italiano è arrivato abbastanza recentemente, nel 2018.
Prima di diventare Mille, la cantante solista, eri Elisa Pucci, la frontwoman dei Moosek, band in gara a X Factor 2018…
Il nostro batterista fece l’iscrizione senza dirci niente, sapendo che quell’anno tra i giudici c’era anche Skin, la mia cantante preferita. Quando ci hanno presi eravamo abituati alla classica gavetta da band, caricandoci e scaricandoci il furgone da soli ogni volta che andavamo a suonare: a X Factor ci siamo ritrovati all’improvviso nel Paese dei Balocchi, avevamo un team di decine di persone a disposizione e ogni nostro desiderio veniva esaudito. Volevamo un’altalena o una gigantesca bilancia per fare da scenografia a una nostra esibizione? Ce la costruivano senza battere ciglio. È stato bellissimo e molto stimolante.
Una volta usciti, però? Per voi c’è stato quel momento di spaesamento di cui parlano molti ex concorrenti dei talent?
Nel mio caso no, assolutamente. Ho ricominciato a fare quello che facevo prima, con in più la visibilità ottenuta da un mezzo potentissimo come la tv. Forse il motivo per cui non mi sono sentita spaesata è anche che avevo fiducia nelle mie capacità e nelle mie canzoni, visto che ho sempre scritto quello che cantavo e che nessuno mi ha mai imposto niente.
A un certo punto arriviamo a Mille…
Un giorno (ai tempi cantavo ancora in inglese) ho fatto un esperimento: durante un live ho cantato una canzone in fake english, mugugnando parole senza significato, e il pubblico non si è accorto della differenza. Da lì ho capito che i messaggi che cercavo di trasmettere nei miei testi rischiavano di perdersi. Finito il tour con i Moosek, quindi, mi sono messa al pianoforte e ho cercato di superare i limiti che mi ero auto-imposta, sperimentando con l’italiano. Quando ho accumulato un numero congruo di tracce, ho capito che il progetto aveva senso; ma siccome erano brani davvero personali, ho deciso di metterci solo la mia faccia.
Com’è stato ricominciare da sola?
Anche se il mio è un progetto solista, la musica si fa insieme: dal vivo ho una band che mi accompagna, in studio interagisco con tanti altri musicisti (in primis Davide Malvi, il famoso batterista dei Moosek, che è il mio partner in crime con cui scrivo e produco). Insomma, la percezione che io sia sola è più una cosa che arriva al pubblico, che se deve dirmi brava o deve criticarmi si rivolge a me personalmente, e non a tutto il team: io, però, sola non mi ci sento.
La “prima ufficiale” del tuo progetti è stata l’esibizione al Concertone del Primo Maggio, dove avevi vinto il Contest 1MNEXT realizzato in collaborazione con NuovoIMAIE che ha messo in palio 10.000 Euro per la realizzazione di un tour...
Quel concorso, nel momento in cui ho debuttato io, era veramente fondamentale: dopo il Covid per gli emergenti non esistevano più tante possibilità di suonare dal vivo, e quello è stato uno strumento preziosissimo per farsi conoscere. Per me ritrovarmi su quel palco è stato ritornare alla vita, in tutti i sensi. Sono opportunità che vanno colte e che sono felicissima esistano: per me è stata davvero un’esperienza grandiosa. Se non lo avessi fatto, probabilmente tante delle cose che mi sono successe dopo non sarebbero diventate realtà, come gli opening nei concerti di Carmen Consoli o Max Gazzé. Sono riuscita a farmi vedere da persone che magari altrimenti non avrebbero mai saputo della mia esistenza.
Spesso gli artisti emergenti non sono ancora consapevoli delle implicazioni più “tecniche” del mestiere: diritti, obblighi, aiuti e sostegni restano poco conosciuti. Tu come ti poni rispetto a tutto questo?
Ti rispondo come rispondo a tutti coloro che mi dicono “Ah, fai la cantante? Beata te che canti tutto il giorno”. E cioè: “Seh, magari!”. Questo è un lavoro che implica molto altro, è un grande contenitore che include tanti altri aspetti: quello legale, quello logistico, quello di comunicazione… E per me sarebbe un peccato perderne dei pezzi, perciò cerco di informarmi un po’ su tutto, nel mio piccolo. Mi aiuta anche a crescere a livello di carriera, e a essere presente a me stessa e alle persone che mi accompagnano in questo viaggio.
Tornando al punto da cui abbiamo cominciato: “Il tempo, le febbri, la sete” anticipa il tuo album, che uscirà nei prossimi mesi per TAIGA / ADA Music Italy. Vuoi raccontarci qualcosa in più?
Intanto sono molto orgogliosa del titolo, “Risorgimento”, che è una parola che mi ha conquistata fin da subito. L’ho trovata quasi per caso, chiacchierando con una persona a cui stavo raccontando il periodo che stavo vivendo. “Un risorgimento, praticamente!” mi ha detto, e in me è scattato qualcosa. Mi piace il senso di trasformazione che porta con sé, a livello umano e musicale: accolgo sempre i cambiamenti con piacere, abbracciandoli. È un disco molto organico, che contiene tanti strumenti veri, dalle batterie ai violini: ho avvertito quest’esigenza e l’ho seguita fino in fondo.