Mia Martini, una donna da non dimenticare
Che poi uno darebbe volentieri via un mucchio di dischi nuovi in cambio di un altro po’ di Mimì. Se solo si potessero barattare per ascoltare i suoi progetti sospesi: le canzoni con Pino Daniele, con Mina, un album dedicato alla luna, il tributo a Tom Waits, un altro a Billie Holiday, quello su cui stava lavorando e passava nelle sue cuffie quando se ne andò trent’anni fa, sola, dopo aver tentato di raggiungere il telefono. Perché di canzoni belle Mia Martini ne ha lasciate tante, ma, al contrario di quanto accade normalmente, le più indimenticate sono quelle del ritorno, con cui si rialzava dopo lunghi silenzi e periodi bui. Tornava, ed era più grande di quando era sparita. Sublimava le sofferenze attraverso la musica, cioè la via per trasmettercele tutte.
Si faceva chiamare Mimì Berté
Funziona così, sin da ragazzina. Si fa chiamare Mimì Bertè e canta lo yé-yé, ma poi finisce a scontare quattro mesi in un carcere della Sardegna per possesso e spaccio di stupefacenti. Trentacinque milligrammi di hashish, in pratica una sigaretta corretta, in un 1969 controculturale in cui fumano anche i muri. Di notte, in cella, Mimì canta. Spinge fuori il soul di Etta James e Aretha Franklin, e le detenute la stanno ad ascoltare. Viene poi prosciolta, ma l’esperienza la segna nel profondo. Guadagna qualcosa lavorando all’uncinetto, ne approfitta per cambiare nome quando la scopre il fondatore del Piper: Mia, come la Farrow, Martini, come il marchio italiano più famoso all’estero. Non è più l’urlatrice spensierata, riparte con “Padre davvero”, un’invettiva dissacrante, molto sentita da lei che il padre, descritto come violento, non lo vede da tempo ed è cresciuta con le quattro donne della sua famiglia. Il brano vince il Festival di Musica d’Avanguardia e Nuove Tendenze di Viareggio, sta in un disco intitolato “Oltre la collina” (cinque brani sono scritti per lei da Claudio Baglioni, che canta anche nel coro di “Ossessioni”), dove si parla di galera, suicidio, conflitto generazionale, religione, argomenti che scatenano la censura. Si aggiungono discussioni con la casa discografica, la bocciatura per partecipare al Festival di Sanremo. E quindi che fa Mimì? Reagisce con “Piccolo uomo”, “Donna sola”, “Inno”, “Minuetto”.
È il 1974 e la stampa europea la elegge cantante dell’anno. Sono successi non privi di tribolazioni contrattuali e penali da pagare, ma quella voce è strabiliante e poco dopo Charles Aznavour la vuole con lui all’Olympia di Parigi. In Francia la paragonano alla Piaf. Mimì, però, non ama lo scintillìo, la distanza dal pubblico, e rinuncia a proseguire l’avventura. Riparte. “Da capo” è una perla nascosta scritta per lei da Riccardo Cocciante. Mimì canta: “Il cuore fa un casino di rumore, io saprò ricominciare”. Rinuncia all’estero anche per vivere appieno la storia sentimentale e professionale con Ivano Fossati, che sboccia in “Danza”, disco ispirato che contiene “La costruzione di un amore”. Ironicamente, è proprio l’amore che la distrugge. Rapporti intensi e tormentati. “Dentro la mia collezione di amori con le gambe corte” canta De Gregori in “Mimì sarà”.
Quando cambiò la voce
Lei lotta, fra problemi di donna e problemi d’artista, e la voce, per protesta o per dispetto, si ammala a fine anni ‘70. Subisce due interventi chirurgici. Resta muta per un anno. Il suo strumento cambia, la voce adesso è roca, meno morbida. Mimì si ritira? Al contrario. Nel 1982 partecipa per la prima volta al Festival di Sanremo, con “E non finisce mica il cielo”. La interpreta così bene che i giornalisti si devono inventare il Premio della Critica. Lo istituiscono apposta per Mia Martini, infatti oggi porta il suo nome.
Ecco, il suo nome: è un capitolo terribile della sua vicenda umana. Già da tempo qualcuno si prodiga in farneticazioni: Mia Martini porta iella. Sembra uno scherzo, invece è una persecuzione. La superstizione diventa ostracismo. Se la invitano a un festival, i colleghi si ritirano. Dalle trasmissioni cancellano le sue canzoni. Ad ogni imprevisto, «è stata quella lì». L’innominabile. Più colpevole di chi questa calunnia l’ha generata, è chi ci ha creduto. E sono in tanti. Al punto che Mimì non sopporta più l’ambiente. “È un vento impossibile su queste vele di legno”, perciò nel 1983 si ritira nella campagna umbra. La sua non è paranoia. A riprova, la scaramantica giuria sanremese non seleziona “Spaccami il cuore”, scritta per lei da Paolo Conte, non un brano così immeritevole se l’hanno rifatto Miriam Makeba e Dizzy Gillespie. Mimì, atterrita, sparisce per sette anni. Sette lunghissimi anni a tenersi la voce per sé, tra crolli depressivi e pomeriggi al pianoforte, a suonare i concerti brandeburghesi.
La gente è strana
Nel 1989 la ritroviamo al Festival di Sanremo. Ricomincia, portando un brano scritto nel 1972 da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio. È il momento giusto per interpretarlo. Ora che ha toccato il fondo, il suo blues è alle stelle. Renato Zero racconta di aver garantito personalmente per Mimì, nel caso la sua presenza avesse fatto crollare il teatro Ariston. Fa ridere, se non fosse che fa più infuriare. Lei sale sul palco, si eleva su “Almeno tu nell’universo”, scrosciano applausi. E sì, la gente è strana, prima ti odia e poi ti ama. Dietro le quinte c’è Fabrizio De André che l’aspetta per abbracciarla. La sostiene. Faber si commuove ogni volta che Mimì rifà la sua “Hotel Supramonte”.
Da lì a seguire la Martini infila “La nevicata del ’56”, “Gli uomini non cambiano”, “Cu’mme” con Roberto Murolo e Enzo Gragnaniello, “Rapsodia” (che si posiziona quarta all’Eurovision). L’ultimo disco è “La musica che mi gira intorno”, rilettura di brani di artisti che ama, un po’ come aveva fatto con “Compagni di viaggio”, esprimendo gratitudine verso la musica a tutto tondo. L’ultima potente immagine tv è dell’aprile 1995: Mimì e una giovane Giorgia s’impennano insieme su “E poi”. E poi.
Una grande solitudine
Mimì era una grande solitudine che raggiungeva la moltitudine. «La musica è la vera ragione della mia esistenza», diceva già a undici anni, a Bagnara Calabra, dove era nata nel 1947 e dove sarebbe stato più opportuno fare la moglie, la madre, qualsiasi mestiere tranne la prostituta e la cantante. E questo anticonformismo, ora che Mia Martini è percepita come un classico, si dimentica troppo spesso. I temi che ha trattato erano coraggiosi: “Libera”, “Ma quale amore” (scritta da Antonello Venditti), “Io donna, io persona”, “Ritratto di donna”, “Donna”, “Lacrime”, tutte sull’emancipazione femminile; “La vergine e il mare” su uno stupro; “Uomini farfalla” sull’omosessualità; “Prigioniero” sul carcere. Ci si dimentica che era apprezzata dal Giappone al Canada, che ha cantato in tedesco, francese, spagnolo, greco, ha riportato la canzone napoletana in classifica, si è calata benissimo in quella romana, vedi “Te possino dà tante cortellate” con la sorella Loredana e i duetti con Gabriella Ferri (consigliamo di vedere lo speciale “Mia” di Enzo Trapani, 1974), ha cantato il Mediterraneo, l’Oriente, il Brasile. Sbaglieremmo a dimenticare che era una persona ironica, spiritosa, dalla risata fragorosa, come racconta chi l’ha conosciuta. Il fatto è che la massima intensità lei la raggiungeva quando il sole non batteva. “Questo nero di seppia che mi spegne le stelle ad una ad una” canta in “Buio” (scritta da Mimmo Cavallo), che ora compare in una intrigante versione nel disco “Tarab”, raccolta con qualche vecchio inedito e interpretazioni alternative di brani noti riarrangiati (con la produzione artistica di Maurizio Piccoli).
Achille Lauro, alla presentazione del suo ultimo disco, ha detto: «Mia Martini per me è forse la cosa più grande mai successa in Italia». Ricordiamola così. La sfortuna non è quella che Mimì ha portato ma quella che ha avuto. E no, non è l’artista finita presto, è l’artista che ha sempre ricominciato.