Musica pop e libertà: Biagio Antonacci intervista Giorgio Poi
Biagio Antonacci ha studiato. Si è stampato uno per uno tutti i testi delle nove canzoni contenute in “Schegge”, il nuovo album di Giorgio Poi: ha sottolineato con la penna i passaggi che lo hanno colpito di più, come un professore che legge con curiosità il tema di un suo studente. E ci sono perfino dei voti. “Ci sono delle frasi mogoliane: Mogol è stato la grande rivoluzione della musica italiana”, dice. Ma a differenza di un professore, Antonacci non ha un atteggiamento giudicante. È autenticamente incuriosito dall’immaginario di riferimento di Giorgio Poi, che segue e stima da tempi non sospetti: nel 2023 dopo aver conosciuto il cantautore, novarese di nascita, romano di crescita, bolognese d’adozione, gli chiese di scrivere per lui il testo de “L’inizio”, la title track del suo ultimo disco con cui raccontò la nascita del suo terzo figlio, Carlo. “Parlammo di quell’evento in un ristorante a Bologna. Ti chiesi di raccontare quel mio momento perché se l’avessi fatto io sarebbe venuta fuori una cosa poco lucida”, gli dice. A distanza di due anni l’autore di “Se io, se lei”, “Se è vero che ci sei”, “Quanto tempo ancora” e “Iris” non sta nella pelle all’idea di intervistare per Rockol Giorgio Poi in occasione dell’uscita del suo nuovo album, arrivato nei negozi e sulle piattaforme lo scorso venerdì.
(Claudio Cabona e Mattia Marzi)
Giorgio, il brano che mi ha colpito di più è il primo, “Giochi di gambe”. Ti conosco da cinque anni, hai vissuto a Bologna e ti ho conosciuto qui. Ti ho frequentato in varie fasi della tua vita e mi sono innamorato della tua personalità. L’album si apre con una frase mogoliana: "Giro con il dito sullo scotch". Nel brano, parli del fatto di stare poco a casa: “A casa non ci torno più”. Forse perché volevi uscire da te stesso?
Sì. Fino a quel periodo ero stato molto in giro, tra tour e impegni vari. Quella di cui parlo è una casa figurata. Non mi sentivo più veramente io. C’è una crisi di identità e la racconto: il tema torna qui e là nelle canzoni.
C’è un pezzo in cui dici che cerchi di riconoscerti.
Sì, in “Uomini contro insetti”: “Mi guardo allo specchio prima di uscire. Sì, sono io”. Torna anche in “Les jeux sont faits”.
La consapevolezza di riconoscerlo per me è fantastica: vuol dire essere consapevoli di chi siamo. Ma torniamo a “Giochi di gambe”: c’è la figura di tuo padre che dice che avrà nei tuoi confronti una protezione. È il primo album che fai dopo la perdita di tuo papà. Come successo a me nel 2014.
Nella canzone che apre il disco cito la perdita come forma di ispirazione. Improvvisamente non è più fuori, ma dentro. È stato un evento centrale nella scrittura del disco.
Nella strofa di quella canzone dici: “Poca benzina nei serbatoi/metto i miei occhi dentro ai tuoi/come non mi vedi? Sono qua/ci sono almeno per metà”. Mi fa venire in mente le notti della mia adolescenza in periferia, a Rozzano. Mi ricorda la provincia. È un’immagine che ho creato io, interpretando a modo mio la canzone, o è reale?
Sì, è tua, ma è comunque bellissimo che ognuno ci veda quello che vuole. Io avevo inteso la benzina come energia. Tu ci hai visto un’interpretazione letterale, un’immagine della tua vita. È il bello delle canzoni, che quando si staccano da te non sono più tue: diventano di tutti.
Il disco lo hai scritto e prodotto da solo, suonando anche gli strumenti. Cosa ti porta a produrre una canzone, da una semplice armonia, e poi a volerla finire e a chiuderla da solo?
Ho sempre lavorato così, in verità. Inizialmente lo facevo per necessità. Poi quando ho imparato a farlo, ho continuato.
Ricordi la prima volta in cui l’hai fatto?
Sì. Ero a Londra, in quel periodo della mia vita. Ma non mi ero ancora organizzato come si deve (ride, ndr). Acquistai un paio di casse, i microfoni, la scheda audio.
La cosa più bella che un artista possa avere è l’indipendenza.
È così: è bello non dipendere da nessuno.
Il bello di questo disco è che ha una sonorità caratteristica: è maturo. I fiati soffiano. La batteria di “Non c’è vita sopra i 3000 Kelvin” mi ricorda quelle di “Trespass” dei Genesis. Un capolavoro.
Ciò che la rende caratteristica è il fatto che non è un beat, ma una parte vera di batteria: è ben diverso.
Il suono dell’album mi ricorda, in certi passaggi, quello delle produzioni di Mauro Malavasi, uno dei primi veri produttori indipendenti: uno sperimentatore vero. Io ci lavorai all’inizio della mia carriera, quando incisi album come “Liberatemi” e l’eponimo “Biagio Antonacci”, quelli di “Non so più a chi credere” e “Se io, se lei”. Mixava in fase di produzione. Faceva un grosso lavoro sul suono, con i riverberi ariosi, diversi dal pop di oggi che lascia poco spazio alla fantasia e che manca di respiro. C’era il suo zampino anche nei dischi di Luca Carboni, Lucio Dalla.
Sono dischi, quelli, che fanno parte dei miei ascolti d’infanzia. Crescendo, poi, ho cominciato ad ascoltare inevitabilmente album e artisti diversi rispetto a quelli che ascoltavano i miei. Ma quando a vent’anni sono andato a vivere all’estero mi sono riappacificato con le mie origini e con la lingua della mia terra. Ci scrissi anche una canzone, “La musica italiana”.
L’album ha visto la supervisione di Laurent Brancowitz dei Phoenix. Hai una visione internazionale?
Sì. Del resto, ho trascorso i miei vent’anni all’estero e fatto il Conservatorio a Londra. Sono stato esposto a un modo di vivere e di approcciare la musica diverso. Inevitabilmente è rimasto un legame con le produzioni internazionali.
Ma c’è anche un tocco di italianità. In “Uomini contro insetti” il finale è alla Morricone.
L’ho ascoltato tantissimo, soprattutto negli ultimi anni: sono felice che tu ci veda dei riferimenti alle sue composizioni nelle canzoni di questo disco.
Che cosa sono le “Schegge” per te? Io ho come la sensazione che queste canzoni siano in qualche modo imprendibili e imprevedibili.
Il mio sentire è esattamente questo. In questi ultimi anni sono cambiato molto. Per tanto tempo ho cercato di tenere tutto sotto controllo, ma poi qualcosa è mutato perché c’è stata un’esplosione dentro e intorno a me. C’è stata una devastazione…ma poi è subentrata anche una libertà. Nel distruggersi, ci si alleggerisce.
“Un aggettivo, un verbo, una parola” per me è una canzone da dieci.
Ti ringrazio molto. Vedo che lo hai proprio scritto vicino al testo della canzone, nei tuoi appunti. Hai dato i voti alle canzoni…(sorride, ndr).
Certo. Ho studiato. Mi ricordo quando ci siamo incontrati per strada a Bologna. Abitavamo poco distante, ma non ci conoscevamo. E gettammo le basi per quella che sarebbe stata la nostra collaborazione. Per me hanno scritto Paolo Conte, Franco Battiato e tu, Giorgio. Quando hai avuto i tuoi drammi famigliari, ho cercato di starti vicino…
Lo ricordo. Tornare qui, a Bologna, è sempre speciale. La vedo più luminosa, anche se d'inverno può essere molto fredda.
Che cos’è per te il pop? Per me è un suono, non è solo un certo modo di scrivere. Tu sei pop al 100%.
Io non ho veramente ascoltato solo musica pop. Ma senz’altro ci possono essere elementi pop in canzoni che non lo sono totalmente. Morricone è pop. Per me un pezzo è “pop” quando è efficace. Per me è “pop” quello che vuole consegnare all’ascoltatore le chiavi di accesso di quello che sta facendo. E non bisogna mai vergognarsi di dare quelle chiavi. Non è un discorso stilistico, ma proprio di accessibilità. Miles Davis che sembra distantissimo dal pop, in realtà, è uno che le chiavi per esempio le ha consegnate, eccome.
Il racconto dell’amore e delle relazioni, anche se lo facciamo in modo diverso, ci accomuna.
Tu hai vissuto l’amore in modo evidentemente passionale. Tu sei un esplosivo, io un implosivo. Il mio modo di vivere le relazioni è in continuo aggiornamento.