Frontiers Rock Festival: ecco come è andata l'edizione 2025

Dopo sei anni di assenza, torna la manifestazione: un report da sotto il palco.

“Famolo sobrio”, si raccomandarono a Roma, riferendosi al 25 aprile. Ma nemmeno per scherzo, risposero da Trezzo sull’Adda, una trentina di chilometri a nord-est di Milano. Dopo sei anni d’assenza, chi si rivede? Il Frontiers Rock Festival! Che, per i non addetti ai lavori, altro non è che la vetrina live della più prolifica etichetta del genere sul pianeta Terra: la Frontiers, con quartier generale – per nostra immensa fortuna – a Napoli. Le auto e i camper parcheggiati fuori dal Live Club arrivano da tutta Europa: targhe svizzere e tedesche in quantità, poi Francia, Olanda, Austria, Belgio, Croazia, Serbia, Bulgaria, Romania… mica siamo a una sagra di paese. Tre giorni di rock e hard rock, con qualche grattugiata di metal, per una line-up che include mostri sacri e nuove promesse.



DAY 1
Ad aprire le danze, gli svedesi Fans of the Dark, usciti dal cilindro scandinavo nel 2020 con l’omonimo album a sfondo horror, seguito da Suburbia (2022) e Video (2024). La voce di Alex Falk non ne sbaglia una e chiude la mezz’ora di show con una cover leggendaria (dal loro EP Cover Me): “In for the Count” dei Balance (1982). Pubblico da sold out, birra che inizia a scorrere già dal primo pomeriggio, e i sorrisi di chi non sta nella pelle per l’attesa dei prossimi act. Il menù del giorno ha in serbo gli altrettanto svedesi Art Nation e gli elvetici Shakra, prima di entrare nella storia del rock con i tedeschi Bonfire. Che si presentano però senza Hans Ziller (problemi di salute, sob), fondatore della band – nientemeno che nel 1972. Allora si chiamavano Cacumen, ma il succo non cambia.

Capitolo t-shirt, che in questi casi è un elemento tutt’altro che trascurabile. Quelle ufficiali del festival spariscono nel giro di due giorni (ma volendo sono ancora in vendita sul sito di Frontiers), ma è tra quelle dei partecipanti che c’è da divertirsi. Band presenti escluse, si vede molto Journey, Toto, ma anche H.E.A.T. e Survivor. Poi ci sono chicche come Shadow King, Atlantic e addirittura Aviator, cult band britannica in attività tra il 79 e l'80, il loro album omonimo è all'unanimità considerato un classico. Al calar della sera – udite, udite – si paventano nientemeno che i canadesi Honeymoon Suite, prima volta in Italia in oltre quarant’anni di attività, sette album in studio e svariati dischi di platino. Spiattellano vecchi successi come “New girl now” ma anche pezzi recentissimi come “Find What You're Looking For”, dal loro Alive (2024). E i rocker apprezzano, applaudono, e si godono lo spettacolo.


Ma subito dopo c’è pronta una sorpresona, e non di quelle particolarmente piacevoli: Toby Hitchcock, singer dei Pride of Lions nonché una delle voci più dotate della scena hard rock, sale sul palco e confessa l’inconfessabile: si è alzato con le corde vocali in sciopero. Della serie non ci posso credere…Poi succede di tutto. Jim Peterik (proprio quello dei Survivor), l’altra anima dei Pride of Lions, assume il ruolo di lead vocals con Hitchcock che inizialmente fa scena muta pur saltando come un matto da una parte all’altre del palco. Pezzo dopo pezzo un mezzo miracolo sembra rimettere parzialmente in funzione l’ugola di Toby, che si riprende parte della scena fino a quando sul palco appare... Robin Mcauley. Con testi alla mano dà manforte su classici dei Survivor che culminano con “Burning Heart”. Tutto assai bizzarro ma è il bello della diretta baby!

Dulcis in fundo, Asia. La formazione originale, scaturita nel 1982 annoverava John Wetton, Geoff Downes, Carl Palmer e Steve Howe. Milioni di dischi venduti, concerti in tutto il globo, riconoscimenti e un posto nell’olimpo del prog-rock. Oggi è rimasto Downes, circondato da musicisti (Virgil Donati alla batteria, giusto per fare un nome) assolutamente in grado di raccogliere l’eredità Asia. E allora ecco “Here comes the feeling” (Asia, 1982), “Wildest dream (idem), “The heat goes on” (Alpha, 1983)… Qui di sorprese per fortuna non ne arrivano, e si va a nanna felici e contenti aspettando il giorno dopo.

DAY 2
Casomai ci fosse ancora qualcuno convinto che questo sia un genere riservato al comparto Gen X, l’ennesima smentita si chiama Chez Kane. Gallese, classe 1990, entusiasmo e simpatia da vendere, e una voce che ha ipnotizzato YouTube, dove le sue cover hanno fatto proseliti, prima di uscire con due album di inediti. A bordo delle sue calze a rete, rimbalza da un punto all’altro del palco insieme alla sua giovanissima band, sfoderando chicche come “Powerzone” e “Rocket on the Radio”. Manco a farlo apposta, a seguire nella setlist arriva Danny Rexon, colui che l’ha scoperta e lanciata nel circuito Frontiers, nonché leader degli scandinavi Crazy Lixx – ormai rocker navigati che non si smentiscono nemmeno questa volta. Show pirotecnico, come da copione, incluso siparietto horror con maschera da Jason Voorhees (Friday the 13th) e mannaia sulle note di “XIII”.

Ma è il momento degli FM. Quattordici album per quarant’anni di rock britannico, firmati dalla voce sempre inconfondibile di Steve Overland: look da bravo ragazzo e una gran voglia di cantare e suonare – riprova ne sono i suoi mille progetti paralleli (Overland, The Ladder, Shadowman…). Difficile dire se è più felice lui o i rocker davanti al palco. Di certo, l’affetto del Live Club per lui e la sua band è immutato e assolutamente ricambiato. Si vede e si sente: non c’è canzone (“That Girl”, “Tough It Out”, “Someday”…) senza i cori a squarciagola di un pubblico che sembra parte integrante della band. A mani basse, il miglior concerto della giornata.

Arduo raccogliere il testimone degli FM, ma gli svedesi Treat – che in quanto a storia non sono certo da meno (sono in giro dall’82 e nell’86 aprirono per i Queen in Svezia) – ci riescono veleggiando tra cavalli di battaglia come “Get You on the Run”, “Changes”, “World of Promises”, e brani dall’ultimo album (The Endgame, 2022). Il finalone è firmato Winger, mostri sacri in giro ormai da quarant’anni senza alcun bisogno di presentazioni. Basti dire che la loro “Seventeen” ha fatturato 53 milioni di streaming. Mica pizza e fichi. Ma sarà che girano voci di dismissioni, sarà che Kip Winger da un pezzo sembra avviato a una carriera da compositore classico, sarà che questa sera la sei corde di Reb Beach proprio non ne voleva sapere – sostituita di malavoglia con una Stratocaster –, sarà quel che sarà… ma non è stato il loro miglior concerto. Per carità, sono professionisti come pochi e come tali si sono comportati. Ma diciamo la verità: qualcosa mancava.

DAY 3
Alle tre del pomeriggio il pubblico diversamente giovane arriva alla spicciolata, sguardo da zombie e batterie in zona rossa. A poco serve la carica degli ottimi 47th Crystal (da Göteborg) e dei serbi The Big Deal: le occhiaie restano. La voce stratosferica di Ronnie Romero comincia a sortire effetto (la sua cover di “Separate Ways” ha fatto saltare non poca gente), e l’ex Krokus Marc Storace – classe 1951, ma decisamente più in bolla di noi rocker in sala – non fa scendere la tensione. Ma ad aprire davvero il rubinetto dell’adrenalina è il navigatissimo Robin McAuley (72 anni e non sentirli). Una pattuglia di rocker greci lancia sul palco una bandiera degli indimenticati MSG e Robin si diverte un mondo. Naturalmente, è con un pezzo immortale dei McAuley Schenker Group che augura la buonanotte: “Anytime”, col pubblico incaricato dei cori. Del resto, chi non la sa a memoria?

Poi sale sul palco un uomo che andrebbe profondamente studiato: perché comprendere come, a 64 anni, si possa avere il fisico e l’energia di Mike Tramp è qualcosa che solo la scienza potrebbe tentare di spiegare. Sarà forse l’aria pulita della Danimarca, chissà. Il vocalist dei White Lion si tira dietro per un’ora tutto il Live Club, snocciolando tutto ciò che era lecito attendersi: da “Little Fighter” a “Lady of the Valley”, passando per la maledettamente attuale “When the Children Cry”. Poi eccoli. Da Toronto, freschi di nuovo album – il sedicesimo, Chasing Euphoria – e che album. Ladies and gentlemen: Harem Scarem. C’è davvero poco da dire e molto da emozionarsi. Correva il 1991 quando le fanzine di mezzo mondo gridarono al miracolo per l’uscita del CD omonimo – all’epoca quasi introvabile in Italia – e lo stesso per Mood Swings due anni dopo: hard melodico allo stato puro.

Il resto è storia. Una storia bizzarra, con cambi di nome (per tre anni si fecero chiamare Rubber), di sound e di tutto ciò che una band può cambiare. Salvo tornare felicemente sui propri passi. Quasi 35 anni dopo, eccoli sul palco di Trezzo a sfornare grandi classici (“Stranger Than Love”, “Honestly”, “Distant Memory”…) e nuovi singoli. Se non fosse un chitarrista, Pete Lesperance sarebbe un pifferaio magico – ascoltare per credere quando infila la porta della strumentale “Mandy”. La voce di Harry Hess è ancora una gioia per le orecchie, ma non è l’unico a cantare: Cassidy Paris duetta con lui su “Death of Me”, poi Darren Smith (drummer) si lancia in “Sentimental Blvd.”. Potremmo stare qui ad ascoltarli per un’altra ora, ma come tutti gli incantesimi anche questo finisce a mezzanotte o giù di lì. Il gran finale arriva sotto forma di bis – richiestissimo – con uno dei pezzi più iconici e, di nuovo, terribilmente profetico: “No Justice”. Esausti, felici, forse anche un po’ increduli, ci dileguiamo nel cuore della notte canticchiando…

Freedom burns forever in the holy sun
It leads us into a battle that's never won
Whatever I take
Or whatever I give
Doesn't seem to matter anymore
When there's no justice in the world

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