La "Santa tenerezza" di Dente: "Un disco intimo, ma non cupo"

una celebrazione della delicatezza, della sensibilità: il cantautore racconta il nuovo album
La "Santa tenerezza" di Dente: "Un disco intimo, ma non cupo"

Perdere il sonno, senza mai rinunciare a un po’ di leggerezza. È così che Dente, tra le nuvole, continua a inseguire quella figura che gli ha lasciato qualche cicatrice nel cuore e molte notti insonni, ma anche ricordi indelebili. Un sentimento che, pur non potendo più chiamare amore, resta comunque impossibile da cancellare.
Con il suo nuovo album di inediti “Santa Tenerezza”, il cantautore fidentino canta proprio di legami che si trasformano, ma che non ci abbandonano mai davvero. Dieci nuove canzoni ariose, arricchite da archi, fiati, tastiere e chitarre, frutto di un’urgenza espressiva autentica e liberatoria.
Il titolo nasce da un verso della canzone “Non ci pensiamo più” e racchiude l’essenza dell’album: una celebrazione della delicatezza, della sensibilità, di quel lato tenero che, se accettato, può rivelarsi un’arma potente. Anche la copertina dell’album segue questo fil rouge. Creata attraverso un esperimento con l’intelligenza artificiale, dà forma a una frase che Dente aveva in testa da tempo, “vedo il tuo profilo in ogni nuvola”, e si traduce in un’immagine evocativa, una donna sospesa tra le nuvole, indefinita, effimera e sempre in mutamento. 
 “Santa Tenerezza” è un disco che, come dice lo stesso Dente, è stato "sudato", non in quanto faticoso, ma perché è stato vissuto fino in fondo. Racconta di fragilità, spesso percepita come una debolezza - soprattutto negli uomini - ma che qui diventa una forza, un modo per comunicare ed elaborare i ricordi. E questi ricordi, una volta fuori, si fanno più leggeri e più soffici.

 Santa Pazienza, Santa Pace, Santa Miseria... siamo abituati a sentirne di esclamazioni. Con “Santa Tenerezza”, cosa volevi evocare?
È un po’ un tormento, ma in qualche modo è anche ciò che mi tiene vivo e che mi permette di scrivere canzoni. È qualcosa che mi definisce, un sentimento intenso, quasi un’imprecazione per la mia mancanza di pazienza.

Hai descritto “Santa Tenerezza” come un’ode alla bellezza della fragilità. Qual è stata la scintilla che ha ispirato questo nuovo lavoro?
In realtà è stata una scintilla dolorosa: una storia che si è interrotta. Mi impediva di dormire la notte e mi faceva stare male. Ma è proprio in questi stati d’animo che solitamente nascono le mie canzoni. È una sorta di fortuna nella sfortuna. In questa fase ho scritto la maggior parte dei brani, sotto l’influsso di questa piccola disperazione.

A differenza dei tuoi album precedenti, questo è stato scritto in pochissimi giorni. In che modo questa urgenza espressiva ha influenzato il tuo processo creativo?
È stato molto naturale perché ho sempre scritto in questo modo, soprattutto agli inizi, quando stavo peggio e succedeva più spesso. Questa volta, invece, l’ho avvertito con maggiore forza perché è successo quasi tutto in quindici giorni. È stato uno sforzo necessario per affrontare il momento che stavo vivendo. È stato intenso, ma anche liberatorio.

“Santa Tenerezza” è il tuo album più arioso, con una copertina che trasmette leggerezza e sospensione tra le nuvole. Eppure, il disco è anche molto concreto e intimo. È così?
Esatto, è un disco intimo, ma non cupo. Va in profondità, tocca corde emotive delicate. La copertina, invece, racconta tutt’altro: un cielo azzurrissimo e questa donna un po’ buffa, fuori dalla nuvola e quasi sospesa, come se non le appartenesse del tutto. È una figura evanescente, che può svanire da un momento all’altro, ma al tempo stesso ha una sua presenza, con gambe e mani ben definite. Mi piaceva l’idea di questa inconsistenza ma che ha comunque un peso emotivo. Nella mia mente, questa donna rappresenta emozioni che sfuggono, un’assenza che rimane.

Archi, fiati, chitarre e tastiere danno vita a un suono pieno e avvolgente. Cosa ti ha portato a questa scelta?
Le scelte sono state fatte insieme al produttore, Federico Nardelli, che ha suonato quasi tutto e ha dato un’impronta fresca al disco. Alcune canzoni, come “Favola”, sono nate con lui: avevo il ritornello, l’abbiamo sviluppato insieme e ne è venuta fuori una leggerezza che nei miei lavori precedenti forse mancava. Ci siamo ispirati a sonorità precise, come i primi anni Ottanta di Lucio Dalla, un mondo musicale che ascolto molto ma che non avevo mai esplorato direttamente.

Per te la chitarra acustica stava diventando un’etichetta? Nei singoli che hanno anticipato l’album non compare più, lasciando spazio a molto altro…
È vero, la chitarra acustica ha sempre fatto parte della mia identità, ho suonato tantissimi concerti con lei. Ma dal 2020 ho iniziato a scrivere più al pianoforte e questo ha cambiato molte cose. Lo strumento che usi per scrivere influenza il modo in cui componi. Oggi mi vedo meno come il classico cantautore con la chitarra acustica e più come un musicista che sperimenta con diversi strumenti e sonorità. In “Canzoni per Metà” volevo segnare una fine, chiudere un cerchio dopo dieci anni di carriera, per poi provare nuove strade. Ho iniziato a esplorare suoni più sintetici, meno acustici, cercando di ampliare il mio linguaggio musicale.

L’amore che cambia ma non svanisce mai è un tema centrale dell’album. Ti sei sentito esposto nel raccontarti così apertamente?
No, perché quando scrivo non penso a un pubblico, parlo a una persona sola, quella a cui voglio dire quelle cose. Allo stesso tempo, però, so che è giusto sentirsi un po’ in imbarazzo quando ci si mette a nudo così.

In “M’annegasti” ammetti di non avere via d’uscita da un sentimento, mentre un senso di disillusione attraversa il disco, da “Hey” a “Non ci pensiamo più”. Sono due aspetti inevitabilmente legati ai ricordi?
Sì, assolutamente. È guardare la stessa cosa da punti di vista diversi, cogliendone riflessi e sfumature diverse.

Nella tracklist compaiono titoli come “Lungomare” e “Corso Buenos Aires”. Che ruolo hanno i luoghi nella narrazione delle tue canzoni?
Se un luogo è centrale in una storia, lo cito senza problemi. “Corso Buenos Aires” è legata a un’esperienza vissuta lì, quindi aveva senso chiamarla così. “Lungomare”, invece, è nata come una poesia: immaginavo due anziani che passeggiavano sul lungomare e poi l’ho trasformata in canzone. Non tutto è autobiografico, ma lo diventa nel momento in cui nasce da un mio pensiero, da una mia visione del futuro.

L’album si chiude con “La Città ci manda a letto”. Com’è nata la collaborazione con Emma Nolde?
È nata in modo spontaneo, come piace a me. Una sera a Milano stavano chiudendo il locale in cui ci trovavamo e ho detto: “Questa città ci manda a letto!”, Emma, che era con me, si è subito illuminata: “Scriviamoci una canzone!”. Così è nata. È bello quando le collaborazioni nascono così, senza calcoli o strategie.

Il disco riflette su sentimenti che si trasformano ma restano indelebili. Hai trovato più conforto o inquietudine in questa consapevolezza?
Entrambi. È la storia della mia vita: conforto e inquietudine insieme. Trovo conforto nello scrivere canzoni, ma al tempo stesso l’inquietudine sta nel non riuscire ancora a fare pace con certi temi.

Insieme all’album è in partenza anche il tuo nuovo tour. Come porterai queste canzoni sul palco?
Cercheremo di restare il più fedeli possibile a “Santa Tenerezza”. Saremo in cinque sul palco, con un sassofonista e suoneremo molti brani del nuovo album, oltre ai classici. In più, anche alcune canzoni storiche le riarrangeremo per avvicinarle a questo tipo di suono.

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