Chi va ad un concerto dei Tokio Hotel, nel 2025

Il tour europeo, che stasera arriva a Milano, è tutto sold out.
Chi va ad un concerto dei Tokio Hotel, nel 2025
Credits: Michele Aldeghi / Concessione in uso a Rockol

«Un tour per celebrare i vent’anni di carriera? Non me lo farò ripetere due volte», scrive un utente. «Vent’anni? Mi sembra ieri che ero seduta davanti alla tv ad aspettare che passasse il video di “Monsoon”. I giovani di oggi non possono capire», commenta una ragazza. «Ho appena preso il biglietto. Sono quindici anni che non vengo a un vostro concerto, non vedo l’ora che arrivi la data», non trattiene l’entusiasmo un’altra. E ancora: «Il concerto è stato fantastico. L’ultima volta che vi ho visti dal vivo avevo 13 anni, ora ne ho 28. Avete salvato la mia vita», «Un sogno che si avvera, uno spettacolo indimenticabile. Sono ancora senza parole e non credo a tutto quello che ho vissuto, rivedere i miei bambini di tanti anni fa», «Tutti gli sforzi che avete fatto sin da quando eravate ragazzini a qualcosa hanno portato: siete i migliori». Sono solo alcuni dei migliaia di commenti pubblicati dai fan sotto ai post condivisi dai Tokio Hotel tra una data e l’altra del tour con il quale la band tedesca di “Monsoon”, tanto amata quanto odiata, sta celebrando nei club delle principali città europee i vent’anni trascorsi dall’uscita dell’album d’esordio. Sì, è incredibile ma vero: i Tokio Hotel sono ancora in giro. E la cosa più incredibile è che riempiono ancora i club, quasi come se il tempo non fosse mai passato per il gruppo icona degli Anni Duemila.

Stasera il quartetto capitanato dai gemelli Bill e Tom Kaulitz, che all’epoca di “Monsoon” avevano 15 anni e oggi ne hanno 35, fa tappa in Italia, per un’unica data ospitata dall’Alcatraz di Milano: il club diventerà una capsula del tempo che porterà i 3 mila spettatori che hanno polverizzato i biglietti disponibili per l’appuntamento indietro di vent’anni. Era il 2005 quando la branca tedesca della Universal spedì nei negozi “Schrei”, l’album d’esordio della band scoperta dal talent scout Peter Hoffmann, tutto cantato in tedesco: fu dei discografici l’intuizione di far incidere a Bill Kaulitz e compagni una versione in inglese di “Durch Den Monsun”, per permettere ai Tokio Hotel di provare a conquistare le classifiche internazionali, dopo l’exploit in Germania, Polonia, Austria e Repubblica Ceca. Con quell’estetica tra emo e dark, all’insegna di borchie, catene d’argento e magliette a scacchi, che caratterizzava non solo il loro look - tutti gli occhi erano per la bellezza androgina e le acconciature non proprio low-profile di Bill - ma anche la loro musica, i Tokio Hotel incarnarono perfettamente lo zeigeist del pop-rock di quegli anni, gli ultimi della cultura dei videoclip in alta rotazione su Mtv. A proposito: quello di “Monsoon”, iconico, oggi su YouTube sfiora la bellezza di 100 milioni di visualizzazioni.

Oltre 10 milioni di dischi venduti in 68 paesi, 190 tra Dischi d’oro e di platino vinti in tutto il mondo, 110 premi conquistati: forse all’epoca si sottovalutò, e non poco, il peso dei Tokio Hotel sulla cultura pop. «We don’t search for old songs, we search for old memories», «Non cerchiamo vecchie canzoni, cerchiamo vecchi ricordi» ha scritto qualcuno in un commento sotto al video della hit su YouTube. «E improvvisamente torno quindicenne. Diamine, sembra che questa canzone sia uscita ieri, ma la verità è che sono un trentenne. Il tempo vola sul serio», ha commentato un altro utente. E ancora: «Questa era dei Tokio Hotel fu iconica. Avevo 14 anni. Non posso dimenticare quel periodo. Quei sentimenti tornano ogni volta che ascolto la loro musica», «È così strano come si riescano a ricordare, a distanza di anni, le sensazioni che hai provato quando hai ascoltato la canzone per la prima volta. È come se fosse una capsula del tempo invisibile di cui solo tu hai una chiave». Per la cronaca: il tour europeo è tutto sold out. 

Forse è proprio su commenti del genere che fa leva il successo attuale dei Tokio Hotel: pur non avendo rinunciato, negli anni, ad essere discograficamente attivi (dopo l’exploit di “Monsoon” hanno pubblicato quattro album: “Humanoid” del 2009, “Kings of Suburbia” del 2014, “Dream machine” del 2017 e “2001” del 2022, reinventandosi in salsa elettropop e synth-pop), ora la band di Bill e Tom Kaulitz ha ufficialmente iniziato a monetizzare la nostalgia. Ricordando quegli anni, Bill Kaulitz racconta: «C’era molta pressione, credo anche da parte nostra. Eravamo così coinvolti da pensare: “Ok, non c’è ritorno da questo”, come se fosse ormai la nostra nuova vita, il nostro futuro, il nostro percorso. Era ciò che doveva accadere. Eravamo davvero duri con noi stessi, come se volessimo dimostrare tutto il tempo che avremmo potuto fare un’altra hit, un’altra canzone, un altro grande show, un altro disco. Si è in competizione con sé stessi per tutto il tempo quando inizi con un album da primo posto in classifica. Pensi: “Non andrà meglio di così, giusto?”. Quindi se hai una canzone da record e poi niente di meglio, è un punto difficile per iniziare una carriera. Penso che si debba trovare un equilibrio e un percorso che ti soddisfi, senza metterti pressione». Oggi hanno fatto pace con il loro passato. E con sé stessi.

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