DeWolff, risolviamo problemi con la libertà del rock
Non hanno molti dubbi sulla libertà espressiva della musica che più amano. Nonostante la giovane età, i DeWolff, dai Paesi Bassi, hanno le idee più che chiare in proposito: non vogliono gabbie né formule già costruite. Mescolano southern rock, blues, soul, psichedelia e molto altro ancora, con un tocco vintage ma anche decisamente esuberante per una miscela tirata e incendiaria di tecnica e teatralità, in grado di trascinare il gruppo stesso insieme al suo pubblico in una dimensione fuori dal tempo.
Arrivato a Milano in Santeria Toscana 31 per la tappa italiana del tour in supporto dell’ultimo “Muscle Shoals”, il power trio olandese - Pablo van de Poel alla chitarra e voce principale, Luka van de Poel alla batteria e voce e Robin Piso all’organo Hammond - dal vivo appare come una macchina rodatissima, capace di dilatare i propri brani oltre misura per una vera e propria celebrazione di elettrizzante energia, tra improvvisazioni lisergiche e trovate funamboliche.
Al centro della scena, la Gibson Firebird di Pablo si ritrova a dettare ai compagni i passaggi più esplosivi così come quelli più morbidi, per un viaggio di passione e sudore fatto di riff muscolari e suggestioni che vanno tanto dai Lynyrd Skynyrd ai Doors. Il risultato è uno show tarato su un’altra epoca, tutto dinamiche e cambi di ritmo, che, quasi senza soluzione di continuità, riesce a collegare idealmente in poco meno di due ore il Sud degli Stati Uniti con il cuore dell’Europa. Il trio mostra la proprie capacità di gran virtuosi dilatando i brani fino all’impossibile, lasciandosi andare a furiosi assoli di batteria che richiamano alla memoria quelli che furono di John Bonham come pure a svisate sulle tastiere per un repertorio che mette in fila generose fiammate che toccano non solo l’ultimo “Muscle Shoals”, con “Out of the town” e “Ophelia”, ma anche cavalli di battaglia quali “Night train”, “Live like you” e l’immancabile suite “Rosita”.
Chiarito quindi che le vie infinite rock passano anche dall’Olanda, ci siamo fatti raccontare prima dello show, direttamente dai DeWolff, della loro incontenibile passione, tra vibrazioni speciali e cavalli fin troppo selvaggi.
Il vostro ultimo album “Muscle Shoals” è stato registrato negli studi di Muscle Shoals, in Alabama, che hanno ospitato artisti davvero leggendari. Avete sentito vibrazioni particolari in quei luoghi così carichi di storia?
Pablo: Assolutamente sì! Abbiamo registrato in due studi: uno era il Fame Recording Studios e l’altro era il Muscle Shoals Sound Studios. Quando siamo entrati per la prima volta al Fame, siamo stati subito catturati dall’atmosfera e ci siamo sentiti trasportati in un altro luogo e in un’altra epoca. Avevamo visto così tanti video di quel posto negli anni ’60 che quando ci siamo trovati finalmente lì come band è stata un’emozione incredibile, quasi magica.
Luka: La storia di quel luogo è ovunque: le pareti sono piene di foto degli artisti che hanno registrato lì, e puoi percepire davvero la loro presenza. Suonando, riuscivo quasi a sentire l’eco di quei vecchi dischi. Ricordo un momento preciso in cui ero in piedi e ho pensato: “Oh, questo è il punto esatto in cui si trovava Aretha Franklin!” Oppure, quando mi sono seduto nella sala della batteria e ho realizzato: “Wow, questo è il posto dove suonava uno dei miei eroi, Roger Hawkins!”.
Robin: Il pianoforte a coda su cui Leon Russell ha registrato alcune delle sue canzoni era proprio lì davanti a noi, e ogni angolo dello studio ci ricordava che i nostri idoli avevano toccato quegli stessi strumenti. C’è stato anche un episodio davvero divertente: mi sono ritrovato a lavarmi i denti nello stesso bagno dove Keith Richards ha finito di scrivere “Wild horses”! Normalmente non è aperto al pubblico, ma noi potevamo usarlo, quindi... sì, abbiamo avuto l'onore di fare i bisogni nello stesso posto!
Pablo: Lo studio è costruito in modo particolare: nel bel mezzo della stanza, dove ci sono tutti gli strumenti, c’è una piccola porta che conduce proprio al bagno. Quindi, se qualcuno usa il bagno, l’odore si sente per tutto il giorno. Insomma, l’aria lì dentro sa di... wild horses!
Suonate insieme da molto tempo. Preferite improvvisare nei live o seguire una struttura più rigida?
Pablo: C’è molta improvvisazione, ma abbiamo anche delle linee guida. Ogni canzone ha una struttura di base che rimane più o meno sempre la stessa, ma dentro quella struttura ci lasciamo spazio per jam e variazioni. Abbiamo dei segnali tra di noi: ad esempio, se guardo Robin, lui capisce che stiamo per cambiare parte, oppure sappiamo che una determinata sezione deve durare circa quattro minuti prima di evolversi in qualcos’altro.
Robin: A volte, tutto cambia in base all’energia della serata. Ieri, ad esempio, avevamo quasi finito l’ultimo pezzo, ma abbiamo visto Pablo lanciarsi nel pubblico per fare crowdsurfing. Invece di chiudere la canzone, Luka ha continuato a suonare e tutti abbiamo seguito il flusso. È stato un momento incredibile!
Qual è la canzone che vi emoziona suonare di più dal vivo?
Pablo: Di sicuro “Snowbird”! È difficile dire se il mio brano preferito dell'album sia lo stesso che preferisco suonare live, perché sono due esperienze completamente diverse. Dal vivo cambia tutto: c'è molto spazio per l'improvvisazione e la dinamica diventa fondamentale. Ad esempio, un pezzo può iniziare in modo molto delicato per poi esplodere.
È così anche per “Rosita”, che in genere nella versione live dura circa 24 minuti. E so per certo che, anche se facciamo un concerto pessimo, se riusciamo a suonare come si deve quel brano, allora tutto si sistema!
Siete giovani musicisti e compositori con una forte connessione al periodo d’oro del rock. Pensate che il meglio della musica venga dal passato?
Luka: Per me, se parliamo di musica rock, sì, decisamente. Si pensa che il rock debba suonare in un certo modo, ma in realtà non dovrebbe suonare così. È un concetto un po' difficile da spiegare, ma negli anni '60 stavano inventando un nuovo genere, aveva la stessa libertà espressiva del jazz e per questo considero quel periodo la sua età dell’oro.
Pablo: Oggi invece è diventato una formula. Ovviamente ci sono delle eccezioni, ci sono ancora delle rock band valide in giro, ma in generale il rock, almeno per noi, alla fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 è ormai una sorta di stereotipo. Poi negli anni '90 sono arrivate tutte queste band in cui c’è un'idea precisa di come il rock debba suonare con cui noi non siamo d'accordo.
Siete già stati in Italia diverse volte, tra cui come band di apertura per i Black Crowes. Che esperienza è stata?
Pablo: È stata un'esperienza fantastica, Abbiamo suonato molte altre volte in Italia: ricordo concerti a Roma, Arezzo, Milano e vari festival. Mi piacerebbe sapere esattamente quanti show abbiamo fatto qui!
Robin: Quell’esperienza è stata incredibile, loro sono dei nostri eroi. È stato quasi come andare in tour con i Led Zeppelin, perché ogni sera potevamo guardarli dal lato del palco e ascoltare alcune delle nostre canzoni preferite di tutti i tempi suonate da una grande band. E la voce di Chris Robinson è davvero ancora pazzesca.
Luka: Sono stati davvero gentili con noi, e i Black Crowes sono sicuramente una di quelle eccezioni nel rock, perché non si limitano solo a quello. Ci sono il rhythm and blues, il soul, vanno molto oltre i confini di un solo genere. Per noi è stato assolutamente incredibile aprire per loro, e ci hanno dato una grande opportunità, perché ancora oggi, quando suoniamo, ci sono persone che ci dicono: “Vi ho visti quando avete suonato con i Black Crowes!”. Quindi sì, è stato davvero fantastico. Ci ha dato molta visibilità.
Al momento la scena musicale olandese sta ricevendo molta attenzione, con band come voi, Grand East, Dawn Brothers, Tricklebolt, Prego e altre. Cosa ne pensate?
Pablo: È divertente, perché quando abbiamo iniziato nel 2007 non c'erano molte band olandesi davvero interessanti in giro. Questo è anche uno dei motivi per cui abbiamo scelto il nome DeWolff: eravamo adolescenti arroganti e ci ispiravamo al personaggio di Harvey Keitel in “Pulp Fiction”, Mr. Wolf, che dice “Risolvo problemi”. Ci sentivamo un po’ così, pronti a risolvere il problema della musica in Olanda!
Robin: A un certo punto abbiamo anche fondato il nostro studio analogico a Utrecht, dove vivevamo all'epoca. Era un posto accessibile per musicisti che volevano registrare, perché in Olanda non c'era un altro studio simile a prezzi ragionevoli. Chi veniva lì diceva di ammirare i DeWolff, suonando musica come la nostra. Così, in un certo senso, abbiamo contribuito a creare una nuova scena, con band che suonavano rock n’ roll vecchia scuola e cose del genere.
Un’ultima domanda: potreste essere la miglior risposta europea a Jack White?
Pablo: In un certo senso, forse sì. Quello che rispetto davvero di Jack White è… beh, ci sono molte cose che rispetto di lui, ma una delle più interessanti è il modo di vivere la musica: quando va sul palco, non ha una scaletta rigida perché si lascia guidare dall'ispirazione del momento e crea qualcosa di unico ogni sera. Penso che la sua idea di cosa debba essere la musica e l’arte sia molto in linea con la nostra. Sono sicuro che potremmo avere conversazioni molto interessanti con lui.
Luka: Musicalmente non direi che siamo simili, ma sì, come diceva Pablo, abbiamo una visione della musica molto simile alla sua.
Robin: Qualche giorno fa parlavamo di quando ha fatto un concerto a Utrecht e ci siamo messi a fantasticare: “Se avessimo ancora il nostro vecchio studio, magari sarebbe passato a trovarci!” In più, il nostro ex roadie era lo stage manager di quel concerto, quindi chissà… Comunque, penso che ci troveremmo davvero bene con lui e che apprezzerebbe molto il nostro modo di lavorare in studio.