Davide Shorty: "Non ditemi che sono sottovalutato"
NUOVOIMAIE propone una serie di incontri con protagonisti del panorama musicale italiano non solo per approfondire le dinamiche artistiche che caratterizzano il lavoro di chi opera nel settore, ma anche per fare il punto su come gli attuali scenari del mercato impattino sulle opportunità professionali di chi ha scelto la creatività come professione. La parola, oggi, va a Davide Shorty...
La parabola artistica di Davide Shorty è particolarmente complicata da tracciare, perché non si tratta di un artista canonico. Le caselline da spuntare sull'elenco delle competenze sono parecchie. Cantante, rapper, produttore, che spazia tra jazz, soul, hip hop e chi più ne ha, più ne metta; italiano di Palermo, canta nella nostra lingua, ma vive prima a Londra e poi a Budapest; arriva al successo grazie a X Factor, costruisce una carriera solida e rispettatissima nell'underground, ma quando finalmente approda a Sanremo per una bizzarria di quell'edizione lo fa tra i giovani, mentre tra i big ci sono artisti molto più giovani e acerbi di lui. Per definirlo ci vuole una "Nuova forma", come il titolo del suo album, che esce oggi e colpisce per intensità e onestà.
La genesi di questo disco nasce da una disgrazia: l'incendio che ha reso inagibile il tuo home studio di Londra...
Condividevo una casa su più livelli con altre persone, io occupavo il piano più alto. Una sera vado a letto dopo un concerto, e a un certo punto sento la mia coinquilina che urla che stiamo andando a fuoco. Abbiamo lasciato tutto lì e ci siamo precipitati in strada: dalla vetrina del negozio di parrucchiere sotto casa nostra spuntavano le fiamme. Se non ce ne fossimo accorti saremmo probabilmente morti intossicati, ma siamo stati fortunati. L'incendio non è arrivato fino al mio piano, ma il fumo sì: tutti i miei strumenti, seppur salvi, erano completamente ricoperti di fuliggine. E soprattutto non avevo più un posto dove stare, perché la decontaminazione dell'edificio dagli agenti chimici che si erano sprigionati è durata un anno.
E quindi?
Sono stato per un po' a vivere dalla mia compagna a Londra, ma quando abbiamo dovuto lasciare anche quell'appartamento siamo tornati a Palermo, a casa dei miei, dove siamo rimasti per nove mesi. Non era fattibile sul lungo periodo però, soprattutto con un lavoro come il mio, perciò siamo venuti a Budapest, perché lei è ungherese. Mi sono ritrovato in una città che non conoscevo, senza amici né punti di riferimento, e me la sono vissuta un po' alla giornata. Ho capito che avevo bisogno di una dimensione mia, anche musicale. E così, ora a breve tornerò a vivere a Roma.
Non a caso i brani di “Nuova forma” sono stati prodotti in varie città del mondo.
Esatto: Londra, Milano, Palermo, Lecce, Budapest, tra le altre. Le voci le ho fatte con una scheda audio da poco e un SM7, il set-up più semplice che io abbia mai avuto, anche se poi ho riprocessato tutto in analogico. Addirittura la title track l'ho scritta in aereo e l'ho registrata il giorno dopo durante una masterclass a Torino, per fare vedere agli studenti nel concreto come si realizza un pezzo. Avevo talmente tanti sentimenti da esprimere che mi è uscito di getto, e alla fine l'ho voluto tenere così com'era.
“Nuova forma”, tra l'altro, è una canzone introspettiva e malinconica, quasi pessimista. Come mai hai scelto proprio un brano del genere per dare il titolo all'album?
Di solito si sceglie la traccia più commerciale, quella più facile all'ascolto. Io invece ho voluto scegliere quella più rappresentativa del mood del disco, perché è sì malinconica, ma c'è tanta accettazione e un grande senso di rinascita. Parla di voler trovare il proprio posto, il proprio ruolo, e racconta che tutto è ciclico. Era un periodo difficile per me: fumavo tanto, ero in una relazione in cui c'erano parecchi problemi, c'erano cose che non funzionavano nella mia vita, ma non volevo pensarci. Poi mi sono fermato e mi è crollato tutto addosso. Se non lo ascolti, il tuo malessere ti prende a calci in culo. C'è voluta tanta terapia per farci amicizia.
Sempre a livello formale, ti sei incasinato la vita anche quando hai deciso di fare un genere di musica poco incasellabile: in un'epoca di algoritmi, tutto ciò rischia di penalizzarti?
A me l'etichetta “jazz rap” piace tanto! (ride) E se mi penalizza o no non mi interessa, perché mi piace quello che faccio. Certo, dall'esterno so che se avessi fatto solo una cosa probabilmente sarebbe tutto più facile, ma più dal punto di vista dell'industria che degli ascoltatori; secondo me gli ascoltatori li stiamo un po' sottovalutando, di questi tempi. Un artista, comunque, non dovrebbe mai essere condizionato dall'industria, come diceva Bowie: fare business è un altro lavoro rispetto al mio, io faccio il musicista. Per me è automatico mischiare tutto: il jazz l'ho scoperto campionando i beat per i miei primi dischi, l'hip hop è figlio di tanti generi e io cerco di metterceli dentro tutti.
Nella tua musica il significato dei testi è fondamentale, e hai scelto di fare musica in italiano anziché in inglese, pur avendo vissuto a Londra per la maggior parte della tua carriera...
Quando avevo deciso di partecipare a X Factor Italia pur vivendo a Londra era proprio perché avevo voglia di raccontare le mie storie nella mia lingua. Effettivamente ha funzionato, ma ci è voluto un po', ed è difficile prendersi il proprio tempo, in un momento storico in cui tutto va così veloce. Mi è venuto spontaneo, comunque, perché nelle mie canzoni volevo metterci le mie radici, visto che parlo dei fatti miei. Pure quando faccio terapia ho scelto una psicologa italiana, in modo da poter parlare la mia lingua. Ogni tanto mi capita di scrivere qualcosina in inglese, e senz'altro sarebbe stato più facile e ovvio rivolgermi al mercato anglofono, ma forse mi piace davvero complicarmi la vita!
Beh, in genere complicarsela rende le cose più interessanti.
Vero, ma allo stesso tempo mi vengono i nervi ogni volta che qualcuno mi dice che sono sottovalutato. È una cosa che mi fa molto soffrire. Come mi fa soffrire il fatto che gli artisti vengano paragonati in base alle vendite, a quanto sono seguiti e via dicendo. Purtroppo, essendo questo un lavoro, devi per forza avere a che fare coi numeri: anche se facciamo musica, di fatto realizziamo un prodotto che va venduto, e dobbiamo trovare il modo migliore per venderlo. Ma in questo caso il prodotto siamo noi, la nostra vita, i nostri sentimenti, nel bene e nel male. A volte tutto questo finisce per scombussolarti. Inevitabilmente ti trovi a fare confronti tra, che so, te stesso e Tony Effe. Con tutto il rispetto per lui, sia chiaro: il fatto è che incarna un altro tipo di immaginario, di ostentazione, di dover essere un'icona a tutti i costi, e a livello di numeri funziona perfettamente.
Mentre tu, nel frattempo, con brani meditati e consapevoli come “Essere uomo” rischi di non riuscire a farti notare nella marea di uscite settimanali.
Io scrivo pezzi come “Essere uomo” perché ci credo, al fatto che noi uomini dobbiamo darci lo spazio per costruire le nostre emozioni e condividerle, per non abbruttirci e diventare violenti. È bello poter parlare di cose reali.
C'è qualcosa che cambieresti o che trovi più urgente da implementare, in termini di supporto e tutela dei diritti per un musicista indipendente come te?
Per come la musica è fruita oggi, di problemi ce ne sono tanti. Il concetto base delle piattaforme di streaming è sbagliato, per quel che mi riguarda: la musica dovrebbe essere disponibile ovunque e per tutti, ma dovrebbe avere un costo, altrimenti rischi di uccidere il mestiere. La vita di un artista in questo momento è poco sostenibile, perché i costi di un tour con una band sono altissimi, la discografia paga pochissimo e via dicendo. Una soluzione non ce l'ho, purtroppo, ma va trovata, e in fretta.
Tornando all'album, con che criterio hai scelto i featuring? Colpiscono particolarmente quelli con Gio Sada e Casadilego, entrambi ex vincitori di X Factor...
Il più semplice in assoluto: sono innanzitutto amici. Artisticamente parlando, poi, Gio Sada e Casadilego sono l'antitesi del concetto di talent, pur avendone vinto uno: Gio è il frontman di una band punk-rock, Casadilego ha mandato a quel paese tutti per concentrarsi sul suo cantautorato. Con lei ci siamo conosciuti dopo la sua partecipazione a X Factor perché la ammiravo tantissimo, mentre con lui siamo fratelli fin da quando abbiamo partecipato ai bootcamp. Insomma, è stato normale per me coinvolgerli.
Parlando invece dei concerti che hai appena annunciato, sono in locali molto diversi tra di loro, dal Blue Note di Milano al Locomotiv Club di Bologna. Che tipo di spettacolo ci troveremo davanti?
Stavolta ci sarà una full band ad accompagnarmi: basso, batteria, chitarra e tastiera, un gruppo di musicisti completamente rinnovato. Ci tengo a offrire qualcosa di totalmente nuovo: mi ero sempre incaponito a fare tutto io, ma stavolta sto delegando tanto anche gli arrangiamenti dal vivo. Ci saranno molte influenze rock e crossover, e ne sono davvero felice.