Matteo Brancaleoni augura a tutti un "Christmas in love"

La più recente incisione del crooner milanese
Matteo Brancaleoni augura a tutti un "Christmas in love"

È il crooner italiano più ascoltato su Spotify con 15 milioni di streaming. Classe 1981, milanese di nascita e piemontese d'adozione, Matteo Brancaleoni ama il jazz e lo swing fin da ragazzino. Una passione che non ha mai smesso di coltivare, tanto che oggi scala le classifiche virtuali e gira il mondo con un repertorio che spazia dai classici del songbook americano al grande swing italiano.

Il suo ultimo successo è “Christmas in Love”, storica ballad natalizia che proprio quest’anno celebra il suo ventesimo anniversario e che Matteo Brancaleoni ha deciso di reinterpretare in una versione inedita, caratterizzata da un sontuoso arrangiamento orchestrale e con l’energia travolgente di una Big Band, omaggiando l’interpretazione originale di Renee Olstead. La canzone è un piccolo classico di Natale e in molti la ricorderanno per essere stata la colonna sonora nell’omonimo film natalizio di Neri Parenti, con Christian De Sica e Massimo Boldi e per la quale vinse nel 2005 il David di Donatello come Miglior canzone originale.

I numeri dicono che sei  il crooner italiano più ascoltato su Spotify dell'anno. Qual è il segreto di questo successo?

«Credo che sia il risultato di anni di impegno senza mai cambiare direzione e inseguendo la mia passione per lo swing. Porto il ricco repertorio musicale italiano nel mondo, ed è molto bello e gratificante ma è anche una grande responsabilità. Penso ai nomi che mi hanno preceduto: Fred Buscaglione, Fred Bongusto, Johnny Dorelli o Nicola Arigliano, che detiene ancora oggi il primato assoluto tra le voci swing. Sono stati tutti artisti incredibili». 

“Christmas in Love” (registrata per Irma Records) in sole due settimane dall'uscita ha registrato 21mila ascolti su Spotify. Te lo aspettavi?

«E' una canzone solare, gioiosa e fresca che incarna l’atmosfera delle grandi canzoni natalizie del passato e la magia e lo spirito delle feste. Desideravo cantarla da anni e finalmente ci sono riuscito. Il Natale è oramai un appuntamento fisso con i miei ascoltatori e spero stia loro regalando la stessa gioia che regala a me. È una canzone che ho sempre amato. Per anni è stata la suoneria del mio cellulare durante il periodo natalizio. Quando uscì nella versione italiana interpretata da Renee Olstead, mi colpì particolarmente. Uscì in un momento molto positivo per il genere swing, che era tornato in auge grazie anche a cantanti come Michael Bublé. In particolare, questa canzone, scritta da Tony Renis e Marva Jan Marrow, ha un suono che richiama le ballad degli anni Cinquanta e Sessanta. Dopo aver ascoltato l'interpretazione di Mina un paio di anni fa (poi inserita nella raccolta Dilettevoli eccedenze 1 del 2022), ho deciso di lavorarci sopra e registrarla. Il risultato finale mi rende davvero felice».

Come vi siete approcciati a questo brano?
«Abbiamo cercato di rispettare l'arrangiamento originale, che è bellissimo. Dal punto di vista interpretativo, invece, ho cercato semplicemente di renderla più mia, pur mantenendo il suo sapore. Spero che Tony Renis l'abbia ascoltata e l'apprezzi.».

 

Come nasce la tua passione per lo swing? 
«La passione per la musica è nata in me fin da piccolo. Ho sempre amato la musica classica e sinfonica, ma è stato quando mia nonna mi regalò una raccolta dei grandi successi di Frank Sinatra che ho avuto il vero colpo di fulmine. Avevo 13 o 14 anni e mi innamorai di "New York, New York", tanto da consumare quel nastro. Una passione che continua ancora oggi, al punto che in casa conservo un piccolo museo dedicato al grande cantante statunitense. Non so esattamente da dove provenga questa passione per il jazz, credo che fosse già dentro di me, e crescendo ho avuto l’opportunità di coltivarla, approfondendo lo studio della musica. Roberto Vecchioni è stato uno dei miei professori all’università, dove teneva il corso di "Forme di poesia e musica". Ricordo una frase che disse durante una delle prime lezioni: spiegò che ognuno di noi, con il proprio gusto, talento e passione, è parte di una sinfonia universale, fatta di note vicine alle quali ognuno contribuisce a modo suo. È un'immagine che trovo molto affascinante, e credo che la mia "nota" in questo grande concerto sia quella dello swing».

Le classifiche di Spotify confermano quanto la musica italiana, anche al di fuori dei circuiti mainstream, sia ancora apprezzata nel mondo. 

«La narrazione mainstream spesso racconta una realtà sfalsata. Sembra che tutti ascoltino le stesse cose e gli stessi generi musicali, ma non è così. Le piattaforme, in questo, non sempre aiutano a proporre generi o artisti meno conosciuti, che però sono comunque amati e seguiti dal pubblico, anche nella loro dimensione live. Poi, certo, ci sono moltissime dinamiche che influenzano l'ascolto delle canzoni. Sono molto contento di portare la musica del nostro Paese in tutto il mondo, e là dove c'è un pubblico disposto ad ascoltarla.»

E perché, secondo te, questo stile è meno diffuso in Italia rispetto agli Stati Uniti?

«Anche in America il jazz resta un genere di nicchia. In Italia, purtroppo, viviamo ancora un retaggio culturale che ha radici nel Ventennio. Quando parli di jazz o swing con la maggior parte delle persone, viene percepito come qualcosa di difficile e lontano. Un po' di responsabilità, forse, ce l'hanno anche alcuni musicisti jazz, che a volte assumono un atteggiamento elitario, come a dire "questa musica non potete capirla".»

Sei anche attore e giornalista musicale. Come si uniscono queste carriere?
«Ho frequentato l'Accademia di Arte Drammatica e ho lavorato a lungo in ambito teatrale, ma poi ho scelto di dedicarmi alla musica. Anche il giornalismo musicale ha avuto un ruolo importante nella mia vita: è una professione che mi ha permesso di stringere rapporti con altri musicisti. Ogni tanto scrivo ancora, ma la mia principale direzione resta la musica e, in particolare, lo swing».

Pubblichi dischi dal 2006, hai collaborato con moltissimi nomi tra cui Fiorello, Renzo Arbore, Fabrizio Bosso. E hai anche duettato con Michael Bublé...

«Ci siamo conosciuti nel 2004, l’incontro e la frequentazione con lui e la sua famiglia mi rimanda a un bel periodo. Il ricordo più bello è stato il mio soggiorno a Vancouver, in Canada, ospite dei suoi nonni. Adesso Michael è ormai una superstar ed è difficile mantenere un legame, ma ricordo con piacere quel duetto a Roma, fu molto istintivo e mi chiamò sul palco a sorpresa. Quando lo conobbi aveva 27 anni e mi impressionò la sua determinazione. Ricordo sempre che mi disse: "Da quando sono piccolo sogno di fare il cantante e sono disposto a fare i sacrifici che questo richiede"».

Quali sono i tuoi ascolti?
«Ascolto di tutto e di più, dipende dal mood del momento. Tantissimo swing, ovviamente, amo i cantautori come Fabrizio De André e Francesco Guccini, ma mi piace ascoltare anche musica pop. Tra i giovani che ascolto volentieri c'è Matteo Romano, un un ragazzo di Cuneo. Ma ho sempre lasciato aperto l'ascolto a tutti i generi musicali, anche quelli molto diversi dal mio».

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