Lego quindi sono: Pharrell Williams si racconta con i mattoncini
Di film biografici come “Piece by Piece” ne abbiamo visti tanti, eppure al contempo è quasi un unicum di un preciso filone cinematografico: quello dei film biografici musicali che ricostruiscono brillanti carriere delle stelle della musica. Un filone composto da tantissimi film che hanno uno sgradevole, ricorrente difetto: l’eccessiva ripetitività dei loro format e approcci. Ognuno di questi film promette di raccontare un’artista unico nel suo genere e nelle sue battaglie, salvo poi raccontarcelo esattamente allo stesso modo di tutti gli altri. L’omologazione che uccide la creatività nel racconto della creatività stessa.
Il formato scelto dal cantautore e cantante Pharrell Williams è in apparenza il più classico di tutti: una chiacchierata sulla sua vita a tu per tu con il suo intervistatore, che è anche il documentarista e regista della pellicola. Morgan Neville è uno che il racconto ce l’ha ne sangue, che fa fatto documentari su un po’ di tutto e in passato si è cimentato anche con la musica (sua una delle ricostruzioni più dettagliate della storia di Iggy Pop e degli Stooges). Uno che in passato non ha esitato a stravolgere la forma di un doc per esaltare l’unicità del soggetto che raccontava.
Pharrell dal canto suo immaginava di raccontare la sua storia personale e musicale sin dal 2013, ma non sapeva come, o per meglio dire non riusciva a trovare qualcuno che non ridesse alla sua - serissima - affermazione di volerlo fare con i mattoncini Lego. Arriva poi il 2019, esplode la pandemia, si fanno un sacco d’interviste da remoto per tenere i contatti con il pubblico, per tentare di non isolarsi, almeno con la voce; persone normali, artisti, popstar assediati dall’isolamento. Parlare di sé, parlare con gli altri, per sentirsi vicini.
Quando Morgan Neville lo intervista e Pharrell tira fuori la sua idea sul biopic con i mattoncini Lego, il documentarista reagisce sorpreso, ma non si mette sulla difensiva. Allora il cantautore capisce di aver trovato la persona giusta. La scena viene ricreata in avvio di “Piece by piece”, giusto per ribadire come non sia una scelta di forma strana ma vuota di significato. Da quando Pharrell ha avuto l’idea, nei cinema sono arrivati vari film animati in cui i personaggi, gli edifici e gli oggetti sono ricostruiti con i mattoncini. Se un film può raccontare Batman con i Lego, perché i mattoncini giocattolo non possono raccontare un adolescente afroamericano cresciuto nelle case popolari di Virginia Beach, guardato di traverso dai coetanei perché “strambo”?
Il rischio con scelte di questo tipo è di fare qualcosa sui generis per mitigare la banalità dell’operazione in essere. “Piece by Piece” questo rischio lo fuga da subito, pur avendo un approccio molto tradizionale. C’è Pharrell che racconta il suo percorso professionale tra alti e bassi, ci sono gli amici superstar che raccontano come hanno creato insieme a lui hit da top ten - Jay-Z, Kendrick Lamar, Gwen Stefani, Snoop Dogg. C’è persino la moglie. che ricostruisce come sia diventata la sua dolce metà facendosi notare tra un nugolo di ragazze che occhieggiavano Pharrell una volta che il successo lo aveva baciato.
Eppure è proprio la “legoizzazione” della storia di Pharrell a rendere “Piece by Piece” perfetto per raccontarne la qualità artistica e musicale. Funziona benissimo per esempio per rendere visivamente la sinestesia che ne caratterizza il rapporto con la musica sin da giovanissimo. Pharrell infatti è tra quanti “vede” con la mente i colori della musica, un processo unico che da piccolo considerava naturale. Mentre era affascinato da pezzi come i classici di Steve Wonder, vedendone i colori, stando vicinissimo alla cassa per ascoltari, Pharrell pensava che tutti gli altri adolescenti afroamericani vivessero la musica in maniera totalizzante e visiva come lui.
Quando il film racconta il suo approccio al mondo musicale, la sua creatività incontenibile e bulimica, ce lo mostra che mette insieme strani mattoncini colorati a formare le canzoni che proporrà ad altri artisti, mentre dentro di sé cresce la frustrazione per non poter presentare da sé la sua musica, i suoi brani. In quel frangente si capisce che la scelta dei Lego è vincente. Quell’accrocchio di mattoncini dalle forme strane che gli omini gialli con le fattezze riconoscibili degli artisti della scena statunitense anni ‘90 e ‘00 si passano di mano in mano, riconoscendolo come “un pezzo di Pharrell”, è il twist creativo che serviva. Semplice, efficace, a posteriori quasi ovvio, così come i suoi pezzi tormentoni, la cui genesi qui viene raccontata nel più tradizionale dei modi.
Nel documentario che lo racconta Pharrell si presenta ed etichetta come quello un po’ strambo, fortemente legato alla famiglia, capace di esprimere quell’emotività - da Oprah Winfrey e nelle interviste - che nel suo circoletto di amici star della musica viene accuratamente occultata. L’arrivo ad “Happy”, il suo tormentone per antonomasia, ispirato dalla felicità dipinta sul viso del primo figlio, è quasi un traguardo naturale di questa narrazione.
C’è però anche spazio per riconoscere le sue radici, per raccontare il razzismo vissuto nell’industria musicale e poi amplificato nel mondo attraverso la musica.
Il passaggio più impressionante di “Piece by piece” però non sta nel film, ma in un’intervista che l’artista ha rilasciato al podcast di "Variety", raccontando come sia nato questo documentario. Un’intervista in cui spiega perché si sia volontariamente oggettificato, standardizzato come un omino giallo della Lego. All’inevitabile domanda sulla scelta di raccontarsi con i mattoncini, Pharrell ha risposto: “Potrei dirti un sacco di cose banali: la giocosità, il legame con l’infanzia. La risposta più vera è però che mi sono lasciato volontariamente oggettificare, ho lasciato che la mia storia diventasse un giocattolo, assumesse tratti ricorrenti, stereotipati, standardizzati. L’ho fatto per il me ragazzino che non aveva metri di paragone per cosa provava per la musica, che è stato fatto sentire strambo.”
Piece by Piece esiste, nelle parole di Pharrell, non tanto per celebrarsi, quanto perché d’ora in poi esista un film per un film per i ragazzi afroamericani che si sentono come si sentiva lui. Un film ironico, brillante, colorato, a tratti adolescenziale, che li possa raggiungere, affinché sappiano che è assolutamente normale avere questo rapporto profondo, speciale, quasi totalizzante con la musica e con le emozioni umane che racconta. Anche se si è giovani uomini, anche se si è afroamericani.