Gianni Morandi, Roberto Fia e "Uno su mille"
Cos’hanno in comune il pistolero Django e il disarmante Gianni Morandi? Roberto Fia, alias Roberto Mercanti, classe 1943: sua la voce nel leggendario tema del western di Sergio Corbucci e sua la musica di “Uno su mille”. Alla fine degli anni 70 Fia coadiuvò in RCA la rinascita di alcuni artisti (Renato Carosone) e contribuì al lancio di nuovi (Anna Oxa, Amedeo Minghi, Spagna, Scialpi) ma all’attività di talent scout continuò ad affiancare quella di compositore e scrisse brani come “Amornero” e “Mio di chi?” per Mina, “L’amore che” per Massimo Ranieri, “Dimensioni” per Patty Pravo, “Ti perdo e non vorrei” per Rita Pavone.
Fia, lei esordì come cantante. Con Luis Bacalov incise “Django”. Si ricorda quella sessione?
«Bacalov lo incontrai nel 1965. Facemmo un provino pianoforte e voce e subito capimmo che si trattava di un pezzo forte. Le parole erano di Franco Migliacci, che già al tempo produceva un giovanissimo Morandi. Registrammo poi alla International di via Urbana su due sole piste: una per la voce, l’altra per l’orchestra. È una canzone cult ormai, anche grazie all’omaggio di Quentin Tarantino, ma ad aprile ho voluto mettere su You Tube la lacca originale di me e Bacalov. Nel video c’è il mio amico Franco Nero. Un documento prezioso».
In inglese la cantò Rocky Roberts. Perché?
«Anche io la cantai in inglese ma il regista Corbucci disse che non ero convincente. Però in giro per il mondo io l’ho sempre cantata in italiano e il pubblico ha apprezzato».
Come arrivò alla RCA?
«”Django” fu un successo ovunque, feci tour dal Brasile al Giappone. Scrissi per Bruno Lauzi e feci dei dischi per la Decca. Poi venni chiamato da Ennio Melis, allora a capo della RCA, che mi propose di lavorare per lui come talent scout e produttore. Poco dopo mi affidò Piero Ciampi, con il quale lavorai per un paio d’anni»
Una convivenza facile?
«Di lui ho bellissimi ricordi. Andavamo per trattorie e locali. Un giorno andai a trovarlo a casa, aveva davanti decine di bottiglie vuote e mi disse: “Ti stavo aspettando!”. Aveva un grande senso dell’ironia. Ho musicato da poco un suo testo inedito intitolato “Chi ho visto?” che introduce pienamente al suo mondo visionario. Nel 1977 registrammo al Cenacolo un suo disco mai uscito».
Il mitico Cenacolo. Quell’anno le fu affidata la direzione.
«Era un luogo sulla via Nomentana, composto da vari casali, dove gli artisti facevano provini, creavano, mangiavano insieme. Il martedì avevamo la riunione, con tanto di lavagna, e si parlava dei dischi in uscita. Ma ricevevo gente tutta la settimana. Lo rimpiango molto»
Melis lo chiamava “il contenitore di incontri”.
«Arrivava Claudio Villa in motocicletta, un giorno si presentò Anita Ekberg. Passavano tutti, dirigenti e artisti. La cosa bella è che gli artisti collaboravano, e si evolvevano, perché puoi essere un bravo cantautore ma, senza lo scambio e il confronto, rischi di non crescere. Invece lì ci si scambiava il sangue. E lì incontrai Morandi per la prima volta, credo fosse fine ‘79».
Era già nel suo periodo di crisi. Come entraste in contatto?
«Il mio compito era di ascoltare i brani ed assegnarli. Serviva un brano per Gianni e mi misi in cerca. In una cassetta di Aldo Donati trovai un brano intitolato “Canzone per chi la vuole” e lo scelsi. Mogol scrisse il testo e diventò “Canzoni stonate”».
Per Morandi fu un rilancio nel 1981, ma il boom arrivò nel 1985 con “Uno su mille”. Stavolta scrisse proprio lei la musica.
«Mi dissero che bisognava scrivere un brano per “Voglia di cantare“, la miniserie tv su un cantante in declino che tentava di tornare sulle scene. Gianni era il protagonista. Mi misi al piano e uscì la musica. La feci sentire in finto inglese a Morandi che disse subito: «Da anni non sentivo una cosa così». Voleva far fare il testo a Franco Migliacci, lo stesso paroliere di “Django”, mentre io spingevo per Pasquale Panella. «Facciamo a chi arriva prima» rispose Morandi. Il giorno dopo arrivò con le parole di Migliacci. Poi Bacalov ci mise le parti di archi».
Si dice che nella palazzina della RCA, durante l’ascolto, scoppiò l’applauso.
«E Gianni venne da me con grande entusiasmo. Urlava: “È un pezzo alla Springsteen!”. Lo inserimmo in extremis nel suo disco, che era già praticamente finito».
Quando si rese conto del successo?
«La settimana dopo l’uscita del brano, mi trovavo a fare spesa alla Standa e il macellaio lo cantava mentre tagliava le bistecche. Pensai: se la canta pure il macellaio, allora è fatta. Tempo dopo venne Lucio Dalla a dirmi che “Uno su mille” aveva sbancato anche in America Latina».