Diss Gacha: “La mia musica deve aiutare chi ha i problemi veri”

Il rapper torna con un nuovo singolo, anticipazione di “Cultura italiana – parte 2”. L’intervista.
Diss Gacha: “La mia musica deve aiutare chi ha i problemi veri”
Credits: Bogdan @Chilldays Plakov

Oltre i meme di oggi, le facciate, i giochi di parole, il rendere virale tutto a tutti i costi: “Qui dentro, te lo assicuro, c’è qualcuno che ha qualche cosa da dire”. E a parlare, in questa intervista, lo si intuisce subito, è più Gabriele Pastero, 22 anni, piuttosto che il suo alter-ego artistico, che però non è una maschera, ma più un completamento. Dopo la pubblicazione della parte 1 di “Cultura Italiana”, che lo ha visto collaborare con Izi, Vegas Jones, Rosa Chemical e la star mondiale della scena rap Wiz Khalifa, Diss Gacha tornerà con nuovi brani inediti nella parte 2, che sarà pubblicata venerdì 29 novembre. “Gacha”, il nuovo singolo, è un’anticipazione e allo stesso tempo un manifesto sonoro del progetto che, promette Gabriele, svelerà però anche un lato più intimo e personale del suo percorso.

Perché “Gacha” è una sorta di manifesto?
È un pezzo che nasce dal beat. Il mio produttore, Sala, voleva campionare lo stesso campione che a sua volta aveva utilizzato Will Smith per il pezzo “Miami” (Il brano del 1998, scritto da Nas, utilizza un campionamento di “And the Beat Goes On” dei The Whispers del 1980, ndr). Volevamo qualche cosa di fresco, ma che allo stesso tempo richiamasse i primi 2000. Le strofe non hanno un significato particolare, questo è il classico pezzo che funziona al 50% per il beat e per l’altro 50% lo fa l’artista, la forza con cui lo cavalca.

Si compone anche di un richiamo al mondo delle cheerleader.
Ogni lettera di “Gacha” viene scandita con un “datemi una G, datemi una A etc”. All’inizio avevamo pensato di utilizzare un coro vero e proprio, ma i cori femminili li abbiamo già sfruttati in altre occasioni, volevamo differenziarci e così abbiamo optato per una composizione musicale differente. C’è anche un richiamo ai miei primi esordi: “Gacha” fu un pezzo che scrissi, ma che poi rimovemmo perché non all’altezza del resto. Mi piaceva anche l’idea di ripartire da lì.

“Cultura italiana parte 2” che cosa aggiunge?
Delle esperienze di vita. In un primo momento non ero davvero convinto di volermi aprire, ma nella Parte 1 ho percepito che i fan hanno apprezzato quando l’ho fatto. Quindi ho capito che c’era spazio anche per quell’aspetto. I testi di questa Parte 2, secondo me, portano a un level up anche nella scelta di parole appropriate da utilizzare nel momento giusto, ma il processo è diverso. Mi spiego: io sono sempre partito dalle parole e poi ho fatto sì, con degli aggiustamenti, che dalla canzone completa uscisse un significato. A questo giro sono partito più dal significato. Credo che in questa Parte 2 ci sia anche più lessico.

La domanda che ci si può porre, ascoltando la tua musica, è questa: Diss Gacha è più quello dei pezzi divertenti o quello dei brani un po’ più profondi?
La musica più deep, in questo momento storico, secondo me arriva di più. Con la plasticata per fare festa e basta si va poco lontano, la gente si è stancata. Questo è un ottimo momento per tutti quegli artisti che hanno qualche cosa da dire. In queste nuove canzoni parlo come se nessuno poi le ascoltasse, come se fossero i miei primi brani in carriera. Ho abbattuto delle barriere.

Hai fatto un incontro con gli studenti della scuola Holden. Che cosa hai raccontato?
Sono ragazzi come potrei essere io. Loro secondo me avevano bisogno di uno come loro che dicesse: “gas, bisogna darsi da fare per conquistarsi le cose”. Non è un discorso nuovo, anche altri lo hanno fatto, ma sentirlo espresso da un ragazzo della stessa taglia, della stessa età, fa un effetto diverso. Anche per me è stato utile incontrarli, è stata un’esperienza bellissima, uno scambio reciproco. Alcuni mi hanno anche detto: “prima di incontrarti avevo dei pregiudizi, da domani ti ascolterò”. Sul tema del linguaggio, ho raccontato che io mi annoto quello che mi piace e mi evoca qualche cosa, perfino il nome di un bar. Perché tutto può finire nelle canzoni.

Il lessico e il linguaggio si allargano anche con libri e film?
Non ancora. In un futuro sarà così, ne sono convinto. Ma in questo momento la mia principale fonte di ispirazione è la mia vita, anche e soprattutto il mio passato. Lo faccio perché voglio che alcune persone non si sentano sole in alcune situazioni che magari io ho già vissuto. Poi amo molto cercare parole su internet, anche a caso, capirne il significato e il potere evocativo.

Sei cresciuto nella provincia piemontese e lì stai continuando a vivere. Diversi artisti di oggi stanno facendo questa scelta, ovvero quella di rimanere legati alle proprie radici, anche per stare meglio mentalmente e non venire risucchiati dall’industria musicale milanese.
Per me è fondamentale. Stare lì mi riporta dentro la realtà, dentro la vita vera. Mi è capitato di partecipare a dei party milanesi molto fighi e il giorno dopo, tornato a casa, di parlare con un mio amico che mi ha detto: “mia madre sta per chiudere il negozio, siamo in crisi”. Io, con la mia musica, devo dare un po’ di sollievo a chi vive gli sbattimenti veri. E poi qui ci sono i miei genitori, la mia famiglia, c’è tutto quello a cui tengo. Non ti nascondo che stare a Milano, sul fronte lavorativo, facilita molto, ma bisogna dare il giusto peso alle priorità. Ci sono quelli che ti dicono: “vado a vivere in Svizzera perché pago meno tasse”. Ok, ma basta davvero solo quello? Gli affetti? E infatti poi, spesso, sono persone infelici. Ecco, io voglio stare bene e far partire la musica da qui.

Il mondo social, in particolare TikTok, all’inizio ti è stato molto utile e ti ha spinto. Ti sei mai sentito trattato come un meme? Hai avuto paura di diventarlo?
Mi ci sono sentito, ma non in maniera pressante. Quando mi chiedevano, per la ventesima volta, di ripetere il mio nome in modo stiloso (siparietto diventato virale sui social, ndr) dicevo “stop, facciamo altro”. Però non mi è mai davvero pesato e questo è perché io so, dentro di me, che ho qualche cosa da dire, te lo assicuro. Bisogna prendere quello che arriva, soprattutto all’inizio e alcune situazioni un po’ mi hanno aiutato. Ma ora voglio dimostrare che c’è ciccia, che c’è stata una maturazione, che ho davvero qualche cosa da dire. E questo nuovo progetto va già verso quella direzione. Io vorrei che i miei fan con questa nuova parte dicessero “wow” un’altra volta. Voglio sorprendere, mi interessa più questo aspetto che quello del successo numerico.

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