Giuni Russo, l'inizio e la fine

Due scritti su di lei
Giuni Russo, l'inizio e la fine

Oggi ricorrono i vent'anni dalla scomparsa, purtroppo assai prematura, di Giuni Russo. In questo giorno sono andato a recuperare il primo articolo che scrissi su di lei: il comunicato stampa, per conto della CGD, dell'album "Energie", uscito nel 1981. Di seguito a quello troverete invece l'articolo che scrissi nel giorno in cui arrivò la notizia della sua morte.

E' una maniera di rendere omaggio a un'artista e a una donna che mi manca moltissimo, e manca moltissimo alla musica.

 

Giuni Russo, "Energie" (CGD 20269)

"Io vi potrei cantare la Norma di Bellini, con dei fonemi sardi oppure giapponesi...". E' una promessa o una minaccia? E' comunque la dichiarazione di intenti di Giuni Russo, conterranea e nuova "pupilla" del geniale siciliano Franco Battiato, che l'ha spinta e aiutata a realizzare un album, "Energie", per molti versi stupefacente.
Anche soltanto scorrendo le liriche dei brani raccolti nel 33 giri si può immediatamente constatare come essi si ricolleghino idealmente alle situazioni tipiche del Battiato più elusivo: Lawrence d'Arabia e Governatori della Libia, case neoclassiche e campi di artiglieria militare.... figurine da ritagliare dalle pagine del "Corrierino dei Piccoli" del 1936, "incollare su cartoncino e ripiegare la linguetta per farle stare ritte". Le melodie sulle quali gli ectoplasmi di Battiato prendono forma sono spiralate e angolose, maestose e insinuanti; qua e là, con irridente malizia, sono sparse citazioni dal melodramma italiano, e persino un "O' sole mio" che pare recuperato da una vecchia Piedigrotta.
Gli arrangiamenti - dei quali pure è responsabile Battiato, con la complicità di Giusto Pio e di Alberto Radius, che ha prododtto l'album, mettendo a disposizione il suo studio per la registrazione - suggeriscono angosce urbane e disperazioni cosmiche, recuperando ora cadenze di marcia militare, ora fremiti di canzonette "Belle Epoque", ora suggestioni sinfoniche e operistiche, ora "canti popolari da osteria".
E sopra tutto questo - in perfetto amalgama, eppure splendidamente "solitaria", come un diamante grezzo tagliente ed aspro ma luminosissimo - inattesa e aliena, l'incredibile voce di Giuni Russo; capace di vette e di abissi sonori, capace di acuti laceranti e di complici sussurri, capace di canto arioso e di singulti scheggiati e aguzzi.
La voce di Giuni Russo è un dono di natura insieme accettato e rinnegato: sferrando il suo attacco con strategia obliqua e tattica deviante, non manda in briciole i bicchieri ma incrina irrimediabilmente il cuore e la mente di chi l'ascolta.
La sua vibrante e tesa vocalità evoca profumi orientali ("Tappeto volante"), vibrazioni africane ("Lettera al Governatore della Libia") e culture mitteleuropee ("Il sole di Austerlitz"); scandaglia disagi urbani ("Crisi metropolitana") e memorie affettive ("Atmosfera"); psicanalizza sogni adolescenziali ("L'addio") e squilibri erotici ("L'attesa"); giungendo alla fine, con una beffarda capriola, al limite estremo dell'autoironia ("Una vipera sarò").
L'ugola incandescente di Giuni Russo si trasforma in vero e proprio strumento, divenendo a tratti indistinguibile, per nitore e metallicità, dalle sonorità prodotte dagli strumenti elettrici; ma senza mai rischiare l'esibizione fine a se stessa, rimanendo saldamente in equilibrio fra il gioco culturale e il salto mortale del saltimbanco di piazza.
"Non è per presunzione, ma solo per essenza": questo è il punto. Ed è un punto distante anni luce da qualsiasi altra delle espressioni musicali che l'oggi propone: Giuni Russo è di ieri e di domani, sfugge allo spillone che vorrebbe inchiodarla per catalogarla; bozzolo misterioso, crisalide traslucida, farfalla iridescente, assorbe, riflette e rifrange la luce del giorno e il buio della notte.
Questo album è la prima "tavola fuori testo" del suo atlante: siamo già troppo ansiosi di scoprire le successive.

(ottobre 1981)

 

In morte di Giuni Russo

Non era facile cercare di essere amici di Giuni Russo. Io ci ho provato per più di vent’anni, e so di esserci riuscito solo a tratti - solo quando a lei faceva piacere che fossimo amici. Lo scrivo adesso, ma lei sapeva come la pensavo - vero, Antonietta? Come tutte le persone di carattere, Giuni era capace di avere un pessimo carattere (“Se fossi più simpatica sarei meno antipatica”, cantava appunto). Ma quando vuoi bene a una persona, la apprezzi, la ammiri, sei disposto ad accettarla così com’è. E a Giuni ho voluto bene, l’ho ammirata molto come artista - fin dall’inizio degli anni Ottanta, quando l’ho conosciuta di persona, ma anche da prima, da un suo strano album su etichetta BASF intitolato “Love is a woman” - e l’ho apprezzata come donna. Sì, lo so: era umorale, irritabile, a volte feroce nelle sue inimicizie, a volte - come capita a molti artisti - più pronta a chiedere che a ringraziare. Ma era una donna davvero fuori dall’ordinario, fin quando è stata bene. E quando ha cominciato a star male è stata una donna straordinaria. Non ha mai, nemmeno per un momento, voluto che si sapesse della malattia che la stava mangiando. Ha affrontato con coraggio e fierezza il dolore, appoggiandosi a ciò in cui credeva: lo spirito, e la voce - la sua voce. La tenacia con la quale ha continuato a cantare, anche in questi suoi ultimi anni tremendi, ha avuto un che di eroico, di sublime - o di folle, di meravigliosamente folle.
Anche per questo - non solo per questo - ho cercato, insieme a non molti altri, di sostenerla in questo suo sforzo. Anche per questo sono, adesso, già incazzato. Perché da oggi cominceremo a sentire e a leggere le parole dei coyote: di quelli che se la sono dimenticata per anni, di quelli che quando ha avuto bisogno non l’hanno aiutata, di quelli che non hanno voluto darle una mano.
Vi conosco tutti, uno per uno, per nome e cognome: voi che l’avete aiutata, e siete pochi. E voi che non l’avete aiutata, e siete tantissimi. Voi che non avete voluto ristampare in Cd il suo album più epocale e magistrale, “Energie” - e ve l’ho chiesto, almeno tre volte, anche io personalmente. Voi che non avete voluto parlare e scrivere dei suoi ultimi, faticosi, imperfetti lavori. Voi che non avete accolto la richiesta di invitarla, almeno una volta, a quella rassegna di amici del grande tenore alla quale hanno partecipato cani e porci - e per lei, che invece era fra i pochissimi ad averne i meriti e le qualità, sarebbe stata una soddisfazione, benché tardiva. Voi che da adesso, da domani, vi riempirete la bocca e le pagine delle solite belle parole, quelle che si dicono dei morti. Vi auguro di annegare nei vostri dischi invenduti, di soffocarvi con le vostre parole, di strozzarvi con la carta dei vostri giornali: voi ipocriti, voi falsi, voi bugiardi, voi sepolcri imbiancati.
Abbiate il pudore di tacere. Almeno quello. Lasciate che ascoltiamo la voce di Giuni, così forte e pura da salire in cielo senza sforzo.

(settembre 2004)

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