Travis: “Il successo è un bus che non sai quando passa”

La band di Fran Healy torna con "L.A. Times", uno dei dischi più profondi in carriera. L’intervista.
Travis: “Il successo è un bus che non sai quando passa”
Credits: STEVE-GULLICK

"L.A. Times" non è solo il nuovo disco dei Travis, ma rappresenta anche un incredibile traguardo che arriva venticinque anni dopo la pubblicazione del loro album di successo del 1999 "The Man Who", un disco certificato nove volte Platino, solo nel Regno Unito, e che in qualche modo, per profondità ed emotività, si collega all’ultima uscita discografica la cui pubblicazione è prevista il prossimo 12 luglio. Le dieci canzoni che compongono "L.A. Times" riflettono la volontà del loro creatore, Fran Healy, di cercare di dare un senso alla strada percorsa fino a questo punto, un sentimento che è riflesso anche nella splendida fotografia di copertina dell'album scattata. Nella cover vediamo quattro figure immerse in vasti ambienti, questa volta circondate dal cemento e dallo sfarzo del centro di Los Angeles, di notte. Una formazione, nata alla Glasgow School of Art negli anni '90, capace di ispirare gruppi come i Coldplay, e che adesso ancora una volta cerca nuove coordinate tra passato presente e futuro.

Fran, quanto sono profonde le radici di "L.A. Times"?
Scrivo canzoni da sempre, da quarant’anni. E lo faccio di continuo. Circa ogni quattro anni pubblichiamo un disco, è bellissimo. Il processo è sempre lo stesso: scavare. Quando mi metto al piano o prendo la chitarra non mi dico “ora devi fare una canzone”. Cerco una melodia, tiro giù qualche parola, a volte esce subito qualche cosa di interessante, altre volte non trovo nulla. Ma da quel nulla, poi, tre, quattro, cinque mesi dopo arriva qualche cosa di bello. Non c’è un processo prestabilito. Quello che posso dire su "L.A. Times" è che è pieno di idee musicali e di scrittura interessanti costruite nel tempo, tempi anche diversi, come se ci fosse una sorta di memoria dentro ogni pezzo.

È interessante questo aspetto perché un brano come “Bus” in effetti è molto legato al tema dei ricordi. 
L’ho scritto nel 2020. Ero alla finestra, in vacanza. Ero al telefono con Sandie Shaw, cantautrice e mia amica, stavo guardando fuori. Mi sono ricordato di tutti gli anni trascorsi aspettando gli autobus. Non pensi mai che arriverà, ma se aspetti abbastanza a lungo di solito arriva. Osservando il mare e tutte le piccole barche a vela, ho immaginato tutte le band e gli artisti seduti a bordo in attesa che una strana folata di vento li portasse verso fama e fortuna. Noi ci salimmo nel 1999, quindi posso testimoniare la natura casuale del passaggio di quel bus. Mi piaceva anche l’idea di immaginarmi Dio che soffiasse per farne arrivare uno, ma allo stesso tempo l’impossibilità per un artista di sapere quando sarebbe passato. Nel mezzo di tutti questi pensieri è arrivata una bella melodia e la canzone è stata scritta pochi minuti dopo.

La copertina di questo album è simbolica. Siete tutti in strada. Che cosa ricordi degli inizi del vostro percorso?
Ricordo tutto, ricordo di essermi presentato all'audizione, ma il gruppo aveva già trovato un cantante e infatti Neil Primrose, il batterista, mi disse: “Scusa, abbiamo già risolto, però se vuoi siediti e ascolta le prove”. Il nuovo cantante iniziò a cantare di merda. In separata sede ai ragazzi dissi: “Io posso fare meglio di così”. Tre settimane dopo ho avuto la possibilità di fare una prova e mi presero. Iniziai anche la scuola d'arte. Il percorso di vita e quello con i Travis andavano di pari passo. Ricordo che un giorno camminai fino a casa perché non avevo i soldi per il biglietto dell'autobus, ma sentivo che tutto era combinato bene e che stava iniziando qualche cosa per cui essere felice.

In “Alive” canti “We are alive, and thank God there was an angel not a devil by your side”. Quali sono stati i momenti più bui per la band?
Diversi. Quando ci fu il successo improvviso di “The Man Who” tantissime dinamiche cambiarono. Tutti mi guardavano, ma nella band venivo come ignorato perché avevo gli occhi di tutti addosso. Ricordo che ne parlammo al caffè Starbucks a Notting Hill. Il successo, se non viene affrontato anche all’interno di un gruppo, può davvero travolgere tutto. Il 2002 è stato l'anno più difficile, eravamo a un passo da un probabile scioglimento della band dovuto a un incidente del batterista Neil Primrose, che durante una tournée in Francia quasi era annegato nella piscina dell'hotel tuffandosi di testa nella vasca riempita solo per metà, riportando diverse fratture alla colonna vertebrale. Fummo graziati dal fatto che lì c’era un medico che intervenne subito e lo allontanò da una morte che sembrava certa. Neil si riprese completamente da questo incidente nel 2003 e lavorammo a “12 Memories”.

Un'altra bella canzone è “Naked in New York City”. Che cosa puoi dirmi su questo pezzo?
Beh, è strano perché ci sono voluti 27 anni per scriverlo e finirlo. Nasce nel 1997 a New York. E qui torniamo un po’ all’inizio dell’intervista in cui spiegavo che non c'è un tempo preciso per le canzoni e che la memoria, alla fine, è l’anima di tutto.

Come è cambiato il tuo rapporto con Los Angeles in questi dieci anni?
È una città piena di possibilità e multiculturalità, ma non funziona come una vera città. Non esiste, per esempio, un sistema di trasporto pubblico e c’è una divisione fortissima tra le zone: in quella ci stanno i bianchi, in quell’altra i neri, in quell’altra ancora i latini e così via. È un grandissimo edificio, ma in cui manca l’elettricità. Manca qualche cosa. Inoltre ci sono tantissime persone disperate che muoiono per strada e altrettante in macchina che guardano dal finestrino. Quel finestrino sembra un filtro dei social. Non è una città facile, non è una città per i deboli di cuore.

Questo struggimento è al centro del disco?
Sì, ma non solo, c’è anche molto di personale. Per questo ha a che fare con "The Man Who", in qualche modo lo ricorda. In questi anni è successo di tutto: ho perso mio nonno che è stato come un padre, mi sono trasferito a Londra, ho perso uno dei miei migliori amici, mi sono poi trasferito ancora, a Los Angeles, la separazione, le difficoltà di mio figlio a scuola etc. Tutto questo finisce nelle canzoni, le cambia, le modifica. E si crea un’energia particolare che non risolve alcun problema, ma in qualche modo ti porta a farci i conti. 

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