La partita di Tina non era finita: storia di un'iconica rinascita
Quando nel 1983 l’A&R della Capitol Records John Carter, allora 38enne promessa della discografia che aveva lavorato con successo ai dischi di Sammy Hagar, Bob Welch e The Motels, scelse di cominciare a lavorare con Tina Turner insieme al manager di quest'ultima Roger Davies, lo fece segretamente. I suoi capi non erano affatto interessati a investire risorse e denaro su una cantante che aveva già 44 anni e che sembrava aver detto tutto quello che aveva da dire: vecchia e bollita, la bollarono. Non avevano tutti i torti: Tina Turner, nata nel 1939, aveva esordito nella discografia alla fine degli Anni ’50 insieme a Ike Turner, che di lì a poco sarebbe diventato suo marito. Con lui aveva scritto alcune delle pagine più iconiche del rhythm and blues degli anni a cavallo tra i ’60 e i ’70, vincendo anche un Grammy Award nel 1972 con la loro rivisitazione di “Proud Mary” dei Creedence Clearwater Revival. Due anni dopo, Tina, consumata da quelle violenze fisiche e psicologiche di cui era vittima lontano dai riflettori e giù dai palchi che si sarebbe decisa a raccontare solo nel 1986 in una straziante autobiografia, aveva deciso di voler provare a camminare sulle sue gambe, ma l’esordio da solista “Tina Turns the country on!” del 1974 non era stato proprio un successo. Anche le vendite dei successivi “Acid queen”, “Rough” e “Love explosion” si erano rivelate al di sotto delle aspettative, spingendo la critica d’oltreoceano a dare per spacciata l’ex stella dell’r&b. Certe partite, però, non finiscono mai. E la partita di Anna Mae Bullock, questo il vero nome dell’artista, evidentemente non era ancora finita.
I discografici della Capitol Records, gli stessi che inizialmente si erano rifiutati di investire nelle sessions che secondo John Carter avrebbero rilanciato la cantante del Tennessee, se ne accorsero non appena ascoltarono le nove canzoni contenute in “Private dancer”: c’era qualcosa di magico e di sovrannaturale, in quelle registrazioni. Emanavano una forza, un’energia e una grinta travolgente. E una voglia di rinascita commovente, soprattutto. “Private dancer” venderà solo negli Stati Uniti 5 milioni di copie, al ritmo di 250 mila copie a settimana nei primi due mesi di pubblicazione. L’uscita dell’album, nel 1984, sarà seguita da un tour trionfale, lungo ben 177 date. Ma come si arrivò a quel successo che lasciò tutti a bocca aperta?

John Carter fu abilissimo a creare per Tina una nuova immagine. Non tanto a livello di estetica, quanto soprattutto a livello di sound. La convinse a spostarsi sul rock’n’roll, una cosa insolita, all’epoca, per una donna di colore, peraltro matura e navigata: “Ho cambiato la mia band e repertorio. Ho reso i miei show più rock’n’roll, ho cominciato a frequentare molti club del circuito. Il risultato è che il mio pubblico sta diventando sempre più giovane - raccontava nel 1984 Tina Turner a Billboard - mi sento più a mio agio: sento ottime vibrazioni. Non voglio fare r&b in questo momento. Non posso dire che un giorno non tornerò a fare quella musica, perché rappresenta le mie radici. Ma adesso sono così ottimista”. In fondo, il rock’n’roll era il genere che più di tutti incarnava la voglia di Tina di rimettere insieme i pezzi della sua vita e rinascere dalle sue ceneri dopo un lungo periodo di guai personali e professionali causati dal divorzio da Ike, nel 1978 (aveva trovato la forza per troncare quel legame nella pratica del buddismo), e da una serie di insuccessi discografici. Tina capì che per sopravvivere doveva reinventarsi: “Era inutile pubblicare costantemente dischi che erano perdenti. Così ho lavorato per fare buone performance e per intrattenere il mio pubblico”.
Carter e Davies affiancarono a Tina Turner musicisti come Martyn Ware della band britannica Heaven 17, Terry Britten (che aveva lavorato con Cliff Richard, Michael Jackson e Olivia Newton-John), Mike Chapman (che invece aveva affiancato Suzi Quatro e i Blondie di “Heart of Glass”). Alle session preso parte addirittura musicisti come il sassofonista Mel Collins (già nei King Crimson, nei Rolling Stones di “Some girls”, negli Alan Parsons Project e di lì a poco nei Dire Straits), Alan Clark (che oltre a far parte degli stessi Dire Straits proprio nel 1983 suonò in “Infidels” di Bob Dylan) e pure Jeff Beck. L’ex membro degli Yardbirds suonò la chitarra in due pezzi di “Private dancer”, “Steel claw” e la title track, composta nientemeno che da Mark Knopfler. Praticamente un all-star record, verrebbe da dire. Il disco mischiava brani originali pensati per la voce graffiante e potente di Tina Turner a cover come quella di “Let’s stay together” di Al Green e “Help!” dei Beatles. Che poi parlare di cover è anche riduttivo, perché quelle di Tina sono vere e proprie reinterpretazioni, con il suo timbro riconoscibilissimo e il suo stile inconfondibile.
I capoccioni della Capitol scelsero di partire proprio dalle cover, con la promozione del disco. Che culminò nel maggio del 1984 con l’uscita del terzo singolo, “What’s love got to do with it”. Se avevano ancora qualche perplessità, il successo della canzone spazzò via ogni dubbio: “What’s love got to do with it” schizzò al primo posto della Billboard Hot 100, la classifica settimanale dei 45 giri più venduti negli Stati Uniti. E vinse ben tre Grammy Awards: quello come “Record of the Year”, quello come “Song of the Year” e quello come “Best Female Pop Vocal Performance”. Tina era finalmente tornata sul trono, dopo aver infranto ogni regola del music biz.
Il disco successivo si intitolava proprio così, “Break every rule”. Uscì nel 1986 e all’indomani della pubblicazione dell’ellepì la rivista statunitense Rolling Stone celebrò Tina Turner dedicandole una delle sue copertine più iconiche. Il titolo scelto per l’intervista sarebbe diventato da quel momento in poi il soprannome della cantante che due anni prima tutti davano per morta e che invece era più viva che mai: “Queen of rock’n’roll”, “Regina del rock’n’roll”. “Ho sempre combattuto per avere rispetto. E non mi fermerò finché non l’avrò ottenuto. Potrei non averlo mai, perché la mia vita è stata troppo dura finora. Ma questo successo è un assaggio di come sia quel rispetto. E mi piace”, disse in quell’intervista.