La musica di Caleb Landry Jones contro il mercato

Attore di successo per Jarmush, Besson e Loach, torna alla musica: l'intervista

La definizione più azzeccata sull’esordio discografico di Caleb Landry Jones, nel 2020, la diede Jim Jarmush: «È come se John Lennon e Brian Wilson andassero nel seminterrato di Daniel Johnston sotto effetto di droghe e tutti e tre registrassero insieme». D’altronde fu proprio il regista a spingere l’attore texano a pubblicare dischi. Lo aveva diretto nel film "I morti non muoiono", poi ascoltò centinaia di brani registrati nel suo fienile e lo presentò alla Sacred Bones, etichetta anche di David Lynch e John Carpenter, oasi di esperimenti insoliti.

Nel frattempo Caleb è esploso al cinema. Primo ruolo a 16 anni in "Non è un paese per vecchi", poi in "X-Men-L’inizio", "Get Out", "Tre manifesti a Ebbing, Missouri", "The Outpost", avanti fino al premio come miglior attore protagonista per "Nitram" a Cannes, dove ha fatto il discorso di accettazione più onesto della storia: «Sto per vomitare. Mi spiace, non riesco a dire altro. Grazie tantissimo». È considerato l’attore più immersivo della sua generazione, e questo può diventare un problema, se interpreti uno stragista depresso con armi per le mani. Tra la crew locale di "Nitram", non si fece molti amici. All’ottantesima Mostra di Venezia ha sfiorato la Coppa Volpi per il suo Douglas in "Dogman" di Luc Besson (disponibile on demand su Sky e NOW), che lo definisce «un mostro di talento». Concentratissimo, Caleb riusciva a leggere Shakespeare con intorno 70 cani e 25 addestratori che urlavano. Si è mosso per mesi sulla sedia a rotelle e con le protesi alle gambe. È stato una drag queen perfetta, aiutato alla voce dalla stessa coach di Marion Cotillard in "La vie en rose". 

Non è comunque il caso di un attore prestato alla musica. Suonava prima ancora di recitare, ed è appena uscito con il quarto disco, "Hey Gary, Hey Dawn", anticipato dal singolo "Corn Mine". È un altro viaggio folle e progressivo, tra riffoni metal, virate grunge, punk, honky tonk, folk, e parti sinfoniche. A volte tutto all’interno dello stesso pezzo, con chiara allergia ai “ganci”. Tra una pausa e l’altra delle riprese (sta girando "Dracula" di Luc Besson), il 34enne è tornato a Los Angeles e lo abbiamo chiamato su Zoom, strappandolo al cuscino. Per fortuna non parla più scozzese (lo richiedeva il suo prossimo ruolo in "Harvest" prodotto da Ken Loach). Si è fatto crescere i baffi ed è il contrario del tipo cupo che ci aspettavamo. Risponde dalla cucina, senza pose, in tuta, appena alzato dal letto e a caccia di un accendino.   

Che disco è per "Hey Gary, Hey Dawn" rispetto ai precedenti?
«Lo trovo più lineare, ma la cosa davvero diversa è che è nato pensando al live. Nei primi tre dischi ho messo giù la musica che avevo in mente. Al quarto, mi sono accorto che non facevo un concerto da quando avevo 17 anni, e volevo finalmente materiale per la band, che ho messo in piedi un paio di mesi fa. Non riuscirò a portare il quartetto d’archi che ha suonato nel disco, ma occasionalmente ci sono con me i tre trombettisti»

Un disco che non segue regole. È un’avventurosa esplorazione della tua mente?
«È il mio spazio di libertà totale, un modo per accogliere il caos che ho dentro, assecondarlo, liberarmene. So che può essere un ascolto disturbante, imprendibile, nel senso che non rientra nelle categorie, ma fuggire dalle strutture mi fa sentire bene. Probabilmente trovo me stesso laddove gli altri si perdono». 

Nei giorni scorsi il primo live a Los Angeles. Il pubblico come reagisce?
«Non lo guardo negli occhi, ma si muove, e mi sembra un bel segnale. Poi mi dicono che è un concerto imprevedibile, con tanti cambi, divertente da ascoltare, e per me da suonare». 

Vai nella direzione opposta del mercato.
«Lo spero tanto»

Farai un tour europeo?
«Sì, muoio dalla voglia di venire in Italia. Se qualcuno mi vuole»

Conosci la musica italiana?
«Il mio uomo è Nino Rota, l’ho scoperto grazie ai film di Fellini»

 Vieni da una famiglia di musicisti.
«Mia nonna suonava il violino nella Dallas Symphony Orchestra, mio nonno scriveva jingle pubblicitari, ma prima ancora era stato un grande batterista. Sostituiva Buddy Rich nella big band di Tommy Dorsey. Mia madre componeva, in estate passava il tempo al pianoforte con me e mio fratello. È lei che mi ha trasmesso questa passione. Come lei, suono per sentirmi meglio, senza preoccuparmi della disciplina. Solo ora capisco quanto fossero tecnicamente bravi i miei nonni».

Da ragazzino avevi una band. E' vero che desti il provino ai Radiohead?
«Magari a loro! Ero riuscito ad allungarlo a gente che aveva il pass per il backstage, non credo che il mio demo sia mai arrivato a destinazione. Avevo 15 anni, adoravo "Hail To The Thief" e "Amnesiac". Mi sembrava la cosa del nostro tempo più vicina ai Pink Floyd»  


L’idea di finanziarsi un disco con la recitazione arrivò dopo le riprese di "Breaking Bad"?
«Non era ancora una serie di culto e avevo una piccola parte. Presi meno di 5000 dollari e li usai per pagarmi un affitto a Los Angeles. La strada per fare musica mi sembrava lunga e con grandi incognite, pensai che con la recitazione ci sarei arrivato prima. Solo negli ultimi 5 o 6 anni guadagno abbastanza da poter investire su una casa o sui dischi. Prima i dischi, poi la casa»

E poi è arrivato Jim Jarmush. 
«Ci incontrammo in una tavola calda per parlare del mio ruolo nel suo film. Ero nervosissimo. Intendevo fargli sentire un brano che avevo composto al piano, intitolato "Flag Day", perché mi sembrava adatto a un film di zombie, ai vecchi horror. Volevo fargli capire chi ero. Ma sul posto non c’era un pianoforte, così chiacchierammo e basta. Poi gli mandai le altre mie canzoni e mi chiese se fossi interessato a proporle all’etichetta Sacred Bones. Dissi di no»

Di no?
«Sì, dissi di no! Poi mi scusai tantissimo. Volevo fare un disco da una vita e avevo smesso di proporlo in giro. Hai presente quando desideri così tanto una cosa, che quando si avvera ti spaventa?».

Ho presente. Scrivi canzoni sui set o sono due momenti separati?
«Non scrivo quasi mai sui set. "Masandoia" forse è l’unico brano nato così, in Marocco, mentre giravo "The Forgiven". Prende nome dall’hotel in cui alloggiavo, circondato dal Sahara. Il fatto è che non mi distraggo, resto sempre nel personaggio. Quando faccio una cosa, mi ossessiona solo quella, e mi libero dopo. Ad esempio, dopo l’esperienza in Australia per "Nitram", ne ho scritti tre o quattro di dischi, compreso l’ultimo. Un vero rilascio».

Sul debutto, "The Mother Stone", apparivi in copertina come Maria Antonietta. C’era già una fascinazione per il travestimento, che preludeva al ruolo di Douglas in "Dogman"?
«No, era un’idea della mia fidanzata (l’artista Katya Zvereva, ndr) e non aveva nulla a che fare con il gender. Non credo che Luc Besson avesse visto quella copertina. Comunque, in entrambi i casi, da travestito, non mi sono mai messo più a nudo».

Hai fatto una magnifica interpretazione di Marlene Dietrich e Edith Piaf. Erano fra i tuoi ascolti?
«No. È stata una sorpresa quando ho letto il copione. Chi sono queste due? Ho ascoltato, visto e letto qualsiasi cosa su di loro. La tragica vita, oltre le canzoni. Devo dire che Besson mi ha fatto scoprire musica fantastica anche fuori dal set: Weather Report, Herbie Hancock, Billy Cobham, tanto jazz-fusion. L’ultima volta che l’ho visto mi ha instradato alla Mahavishnu Orchestra. Tizi incredibili». 

La tua musica non si ripete mai. Besson dice lo stesso del tuo modo di recitare. Condividi?
«Non saprei. Dipenderà dal fatto che mi annoio facilmente. Strofa, ritornello, strofa, ritornello: già sbadiglio». 

Il poeta punk John Cooper Clarke dice che bisogna essere un sociopatico per amare la celebrità. Come la vivi?
«Sono una persona normale in una situazione anormale. Concordo con il fatto che bisogna essere una specie di mostro per amare quell’aspetto lì del mio lavoro».

Proviamo a rintracciare i tuoi riferimenti musicali. Syd Barrett?
«Sì, così altalenante, spesso in caduta. Mi piace la sua disconnessione. Mi ritrovo nella sua difficoltà a tenere insieme i pezzi di sé stesso» 

Beatles? Versante Lennon.
«Sì. "The White Album" e "Sgt Pepper’s" sono stati fondamentali, e non sono ancora usciti dalla mia circolazione». 

Black Sabbath?
«Assolutamente, il primo disco in particolare»

Van Dyke Parks?
«L’ho scoperto dopo i miei dischi, ma ha lavorato con Beach Boys e Randy Newman, che adoro, quindi qualcosa in comune c’è». (Canta "Laughing Boy" di Randy Newman, mimando una sbronza - ndr). 

Hai registrato presso i Valentine Studios di Laurel Canyon, come i Beach Boys e Frank Zappa. Il luogo ha contato?

«Moltissimo. Il disco suona così per merito di quella sala, che è una gloria analogica. Il produttore Nic Jodoin e i suoi tecnici hanno fatto grandi scelte di suono. Un wall of sound cambia cosa fai, ti porta via dalla tua merdosa abitudine, sai, dalla tua borsa piena di trucchetti».

Bowie, Lou Reed e Nirvana. 
«Tutti e tre mi hanno influenzato. Da adolescente mia madre mi teneva lontano da roba tipo Pixies e Nirvana, che peraltro a me piacevano poco. Conoscevo solo "Nevermind", e preferivo cose più sporche, tipo i Velvet Underground. Ho apprezzato i Nirvana recentemente, ascoltandoli in Australia» 

Avrei detto che in Australia ascoltassi gli australiani Birthday Party. 
«Oh sì, mi piacciono molto più del Nick Cave successivo. La fase Birthday Party è più tangibile, ti fa venire voglia di fare musica. A me piace quella roba così ruvida. Comunque, ero lì in Australia sul set di "Nitram" e il regista Justin Kurzel mi ha detto: “Questo è il mio disco preferito”. Mi ha dato "Bleach" dei Nirvana. Una rivelazione. L’ho ascoltato in continuazione. Avevo accumulato così tanto, sia per la prova attoriale che per quella musica nella testa, che tornato in Texas l’ho riversato in canzoni».

Su web chiedono da anni che sia tu ad interpretare un biopic su Kurt Cobain. Accetteresti?
«Credo di essere già troppo vecchio. Purtroppo per lui. Significa che se ne è andato davvero presto».

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