Vasco Brondi: “Realizzare canzoni è un’arte esoterica”
In “Un segno di vita”, il nuovo album di Vasco Brondi, si possono scorgere tanti fuochi, che hanno il potere di distruggere o illuminare, bruciare o scaldare. Ma soprattutto squarciano i tempi bui. È un progetto pieno di luce, che segna una svolta umana e artistica per il fondatore de Le Luci della Centrale Elettrica, nome che coscientemente ha abbandonato nel 2019 per evolversi. Le canzoni che lo compongono sono fatte di ritornelli cantati forte, dentro ci sono incontri e pezzi di esistenza che sono stati tradotti in musica. Per accompagnare l’ascolto del disco, che verrà presentato in un tour nei club a partire dal prossimo 5 aprile a Livorno, l’artista ha scritto il “Piccolo manuale di pop impopolare”, pubblicato con l’album nelle edizioni limitate, una sorta di mappa geografica e dei sentimenti utile per comprendere e capire i segnali e le tracce lasciate lungo il cammino.
Da dove parte la lavorazione di questo album?
In questo disco mi sono goduto il processo. Mi sono sempre goduto la fase iniziale di scrittura, l’attimo in cui dal niente si materializza qualche cosa, i momenti in cui nascono le canzoni, ma in questo lavoro mi sono aperto ancora di più anche in questo frangente, l’ho condiviso. Stesso discorso vale per la fase di registrazione, che non è mai stata la mia preferita. Anzi. Non sono nerd, non so usare i programmi bene. Inoltre il lavorare dal mattino alla sera, per registrare, con ritmi serrati, non fa per me. Neppure quando lavoravo al bar passavo una giornata intera al lavoro, dal giorno alla notte in un solo posto.
Come ti approcci quindi alla scrittura di nuova musica?
Per me fare musica non è un divertimento, mi riempie, ma non è mai stato un divertimento. A questo giro ho cercato di infrangere un po’ di regole. La svolta è stata montare uno studio nel rifugio in montagna di Paolo Cognetti, in Valle d’Aosta, con Federico Dragogna e altri musicisti, caricando gli strumenti e l’attrezzatura come se fossimo stati degli sherpa. E questo ha cambiato tutto. Camminavano fin verso il lago, registravamo, alla sera facevamo il fuoco. Si lavorava duramente, ma in modo diverso, con respiro.
“Vista mare” è una canzone che hai scritto su un’isola, sull’oceano, poi registrata sui monti. I brani riflettono i posti in cui sono nati?
Le canzoni sono trasparenti, hanno dentro un’aria, assorbono tutto. Per me fare canzoni è sempre di più un’arte esoterica. Io sono molto razionale. Lo yoga e la meditazione, che io pratico, sono super razionali, non c’è la magia. Le canzoni, invece, custodiscono un mistero. Hanno qualche cosa di inspiegabile, come si captano, come arrivano. A volte le mie non le sento neppure mie. Sono me, ma anche qualche cosa di oltre me. Vanno oltre l’io. Anche quando le registri, magari in un posto diverso da dove le hai scritte, mantengono l’aria del luogo in cui sono nate. La traccia di questi viaggi è dentro il diario di lavorazione del disco, il libro è proprio una mappa. L’ultima frase che ho scritto è dentro ‘Fuori città’: ‘con i nostri percorsi disegniamo labirinti visti dall’alto’. Non è una frase lusinghiera. Ma non tutto è fondamentale che sia utile, come ha scritto Herzog. Queste canzoni mi hanno portato in giro. E dentro c’è questa geografia varia.
“Paesaggio dopo la battaglia”, il tuo precedente lavoro, era un camminare sulle macerie. In questo album cerchi “segni di vita”. Sono in qualche modo collegati?
Dopo quindici anni che faccio dischi non ho ancora il controllo di quello che faccio. Io l’ho fatto, ma non ho pensato mentre lo facevo a che cosa avrebbe rappresentato questo nuovo disco. Dal ‘Paesaggio dopo la battaglia’, in effetti, sono arrivati ‘i segni di vita’. Questo è un album di reazione al precedente, che era ricco di ballate, scuro e anche pesante per certi aspetti, figlio di un periodo molto duro per me, non solo per la pandemia, anche a livello personale. Non ero lucido. Questo progetto invece ha pezzi di movimento e più chiari, la voce è diretta. Avevo bisogno di distaccarmi da ‘Paesaggio dopo la battaglia’, per me era importante fare ‘altro’.
Quanto è importante la luce che troviamo anche sulla cover?
Sì, c’è una reazione a quel paesaggio oscuro. Ovvero è importante illuminare, entrare dentro il buio. Per me è fondamentale accendere una luce nell’oscurità. Calvino nelle ‘Città invisibili’ dice che ‘si può cercare nell’inferno, quello che non è inferno, curare e dare spazio’. Le mie canzoni sento che sono come fuochi nella notte. Anche la copertina è rossa, ha un colore forte. E ci sono io che accendo una luce. Il fuoco ‘dentro’ è anche quello che mi ha permesso di avere curiosità, di andare oltre la provincia. È stato un fuoco che non mi ha bruciato, ma guidato.
In questo disco ci sono tantissime protagoniste femminili.
Per me le canzoni sono sempre state un dialogo. Ci sono tanti ‘tu femminili’, è vero. Ma ho sempre amato anche il dialogo tra uomini, tra amici. ‘Notti luminose’, per esempio, è una canzone d’amore al maschile, tra amici. Una che ho sempre amato, che ha la stessa visione, è ‘Oceano di gomma’ degli Afterhours, che ho anche interpretato. Sulle figure femminili: anche ad Antonioni dicevano la stessa cosa e lui ripeteva ‘conosco meglio le donne, sono un continente sconosciuto e quindi mi interessano di più’. Poi sai, in quelle figure femminili ci sono anche io: mi hanno fatto notare che Sara ‘Illumina tutto’ mi assomiglia tantissimo. In ‘Fuoco dentro’ con Nada c’è la storia di una donna che sopravvive a tutto, protetta da quel fuoco dentro che brucia più di quello che divampa attorno, e anche in questo è possibile rivedersi, rivedermi.
In “Notti luminose” parli di tracce. Le canzoni lasciano tracce?
Certamente. ‘La domenica delle salme’ di De André racchiude un decennio. Restano quelle che intercettano lo spirito del tempo e rimangono momenti vivi.
A livello produttivo hai lavorato con Federico Nardelli, Matteo Cantaluppi e Federico Dragogna. Questo è il disco più pop che tu abbia mai fatto?
Senz’altro, ma l’ho deciso. Sono i desideri che ci guidano. Non decidiamo noi. Siamo in mano ad altre forze. Infatti il libro l’ho chiamato apposta ‘Piccolo manuale di pop impopolare’. Perché questo è un disco pop, ma di un pop a mio modo. I miei artisti preferiti sono Battiato, De Gregori, Dalla che hanno avuto un impatto popolare. Un po’ come Fellini o Sorrentino oggi nel cinema. Tutti hanno trovato il loro modo di esprimersi, un modo che risuona anche negli altri.
Gino Paoli ha scritto che “cantare è condividere la propria solitudine con altre solitudini”. Tu viaggi tanto, stai molto con te stesso. Cerchi la solitudine?
Io mi rivedo di più nella frase ‘la solitudine è tempo trascorso con il mondo’. Io non mi sento mai solo, soprattutto quando sono nei boschi, non in città. Per me è una necessità quella dimensione, che non è una fuga dalle persone, ma un momento con me stesso. E pensa che l’inizio di un nuovo disco, di una nuova evoluzione, me la immagino all'opposto, ovvero nella stanzialità. Forse per cambiare ancora e trovare altre strade musicali dovrei dare un freno ai viaggi, stare fisso in un luogo a lungo (sorride, ndr).
“La stagione buona” inizia con i dati sui flussi migratori. Anche in questo provi a portare luce su un argomento difficile e buio?
A me quello che commuove di più nelle canzoni è la pietas, quel modo che hanno tutti di arrangiarsi. ‘La stagione buona’, nello specifico, è una canzone che inizia con dati sull’immigrazione come fosse un telegiornale e poi si conclude con una melodia dolce e un’atmosfera distorta, con le parole: ‘Dammi il coraggio di sorridere di un sogno se non si può esaudire’. Alla fine è un pezzo d’amore. Tutte le mie canzoni, in qualche modo, hanno la realtà, il ‘tg’, dentro, ma c’è un’intimità che tiene conto di quello che ha intorno.