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Rockol incontra Max Pezzali

Rockol incontra Max Pezzali
Questa conversazione con Max Pezzali inaugura una serie di incontri di Rockol con personaggi, per diverse ragioni significativi, della musica italiana. A differenza della solita “intervista”, questo e i prossimi incontri intendono caratterizzarsi per essere svincolati da esigenze “promozionali” legate all’uscita di un album, e per svolgersi appunto con la modalità della libera conversazione, che svaria anche su argomenti non strettamente connessi alla produzione recente del personaggio. Gli “incontri” di Rockol non avranno cadenza fissa, e pur essendo ospitati nello spazio delle News costituiranno un’occasione di analisi e di riflessione più che di cronaca e di attualità. Ci auguriamo che i nostri lettori li apprezzino.



Edmondo Berselli scrive nel libro "Canzoni", pubblicato nel 1999: "Possibile che nessuno si sia accorto che gli 883 rappresentano innanzitutto un operazione sociologica, magari irritante ma irrilevante proprio no? Possibile che nessuno abbia sospettato che rappresentino quel pezzo d'Italia che viene su fino a noi dagli anni Cinquanta?". Condividi questa affermazione?

Credo che spesso uno non si renda conto di quello che fa e del perché lo fa.

Anche a noi è capitato, nel senso che i primi album degli 883 sono stati realizzati quasi di getto, senza che ci rendessimo realmente conto di quello che stavamo facendo e di aver magari creato qualcosa di rappresentativo. Rivedendo le cose oggi, un po’ è stato così. In quel momento specifico della musica italiana non mi sentivo rappresentato da nessun cantante, e sentivo che i testi di altri artisti erano un po’ troppo distanti dalla realtà di tutti i giorni. Credevo che mancasse un pezzo di racconto della vita quotidiana che in realtà nessuno affrontava. In quegli anni ascoltavo brani rap statunitensi che, con un linguaggio semplice, raccontavano storie di vita vissuta. Credevo che fosse necessario che anche da noi qualcuno ricominciasse a raccontare appunto la vita di tutti i giorni, "l'infinitamente piccolo". In quel periodo la canzone d'amore raccontava di amori sempre epici, eroici, e non ti spiegava ad esempio come portar fuori la fidanzata con pochi soldi. Quindi forse ho cominciato a scrivere canzoni sostanzialmente perché ho sentito questa necessità di rappresentare un mondo che in quel periodo non veniva rappresentato.



In altre parole, siccome nessuno scriveva le canzoni che avresti voluto ascoltare, te le sei scritte tu.
Assolutamente, esattamente così. Avevo la necessità di ascoltare qualcosa che non c'era e che io, da appassionato di musica, non sentivo in quel momento. Ascoltavo il rap mischiato un po’ al rock, dai Beastie Boys, ai Run D.M.C., ai Public Enemy, e capivo che i loro brani avevano dei testi, come "Sophisticated bitch" dei Public Enemy, che erano in grado di raccontare il quotidiano. Leggendo questi testi capivo che in quel momento non c'era nessun artista italiano che si sentisse di fare altrettanto.

Sei il portavoce di una generazione che è poco rappresentata, non solo per la ragione che hai detto tu, ma anche perché gli artisti che sapevano rivolgersi alla gente comune in maniera schietta e semplice erano pochi. In Italia, secondo te, chi era in grado di farlo?

Sicuramente, per quanto riguarda l'Italia, darei precedenza assoluta a Vasco, che per me era già dai tempi dai primi album una leggenda assoluta, proprio perché cantava la vita di tutti i giorni.

Mi viene in mente "Colpa d'Alfredo": Vasco trattava anche temi e argomenti politicamente scorretti e oggi, per certi versi, incantabili, ma che allora rappresentavano proprio il vissuto di tutti noi. Poi mi piaceva moltissimo, da ragazzino, il primo Eugenio Finardi. Le sue canzoni avevano un modo di raccontare molto "serrato" ed erano quasi rap, nel senso che avevano una quantità di parole per unità di misura molto elevata. Anche De Gregori era sicuramente un grande punto di riferimento per tutti, però quello dei primi album, quello forse meno ermetico, in un certo senso.



A proposito delle canzoni con "tante parole affollate", tu hai un modo di scandire le parole abbastanza inusuale. Come ti è venuto in mente questo sistema? L'hai sentito far da qualcuno o l'hai creato tu?
A me è venuto abbastanza naturale. Io penso che se mi viene l'esigenza di raccontare qualcosa, devo farlo con ogni mezzo necessario. Quando mi sono reso conto che la metrica della canzone melodica non può essere come quella di un brano rap, che è sicuramente più libera e ti dà più sillabe a disposizione, mi sono chiesto come avrei potuto allungare la frase e in un certo senso "piegarla". Ho usato il doppio accento, il triplo o il quadruplo, per fare in modo di ricalcare una parola, dandole una sorta di accento virtuale. Nel momento in cui vai a capo, riprendi la parola del verso precedente attraverso una maggiore accentuazione e ti sembra di allungare sempre di più lo spazio a disposizione.

L'hai risentito fare da qualcuno?
Adesso è abbastanza comune, secondo me. Penso che oggi sia piuttosto diffuso. Prima, cambiare l'accentazione in quel modo era visto come un errore da sottolineare in rosso.

Riprendo Berselli e leggo: "Di politico gli 883 non hanno praticamente niente. Nel loro ‘fast thought’ non si sentono echi di ideologie… Si direbbe che quelli della banda 883 non abbiano invece una gran voglia di essere buoni". Commenti?

Diciamo che io ho sempre ammirato chi è in grado di portare un messaggio molto forte, anche politico, con una canzone.

Penso a certe cose dei 99 Posse, che sono riusciti a rendere digeribile e musicale qualcosa che altrimenti avrebbe rischiato di non esserlo. Io ho sempre avuto due priorità, in quello che facevo. La prima era quella di raccontare quello che mi accadeva e che mi era accaduto veramente. Non avendo mai frequentato un centro sociale e non avendo mai fatto attività politica, mi sembrava ridicolo raccontare esperienze non fatte o fingere qualcosa che in quel momento non avevo vissuto. Preferivo raccontare il mio minimo quotidiano perché era vero, nel bene o nel male. La seconda motivazione che mi ha sempre spinto a evitare di entrare in territori sconosciuti è il fatto che credo fermamente nella dignità della canzone. Un brano ha l'obbligo prima di tutto di rispettare se stesso, di essere qualcosa che si può cantare e canticchiare facilmente; ma soprattutto in quei suoi tre minuti di gloria la canzone deve essere qualcosa di perfetto strutturalmente. Mi sono reso conto che magari qualcuno, per salvare una struttura musicale un po’ debole e per rendere impossibile la stroncatura da parte di un critico musicale, preferisce scrivere un testo impegnato piuttosto che una canzone d’amore. E' in qualche modo per tutelarsi. Molti, secondo me, hanno utilizzato strumentalmente il concetto di impegno per rendere inattaccabile qualcosa che altrimenti lo sarebbe stato.



A proposito: quest'anno i premi del Club Tenco sono andati a De Gregori, a Conte, a Jannacci. Senz'altro "Elegia" di Paolo Conte è una bella canzone, però io credo che anche brani come "Mi fido di te" di Lorenzo o "Marmellata n°25" di Cesare Cremonini dovrebbero essere premiati, perché altrettanto degni di merito e di considerazione. Questo fatto, che i cantautori più giovani difficilmente ottengono considerazione dalla giuria del Premio Tenco (e non solo da quella), un po’ non ti dispiace?

Diciamo che dal punto di vista dell'osservatore/utente del mondo della musica italiana, e non da addetto ai lavori quale ritengo di essere, mi è sempre dispiaciuto; più che per me appunto per il fatto che il Premio Tenco rischia di chiudersi su se stesso.

Secondo me una canzone che è stata eseguita in un palazzetto dello sport davanti a più di duemila persone rischia di essere esclusa a priori dal Premio. Questo a mio parere è un grave limite. Tu hai citato giustamente Cesare Cremonini, che secondo me è uno dei più grandi artisti contemporanei, per come scrive. Penso che per lui sarà difficile arrivare al riconoscimento della critica “istituzionale” se venderà dischi e se frequenterà il mondo del pop e non quello della canzone d'autore. Dal mio punto di vista questa è una forma di provincialismo italiano. .



Parlando con quelli che fanno il mio stesso lavoro, tutte le volte che esprimo degli apprezzamenti sul tuo lavoro o su quello di Cesare Cremonini, di solito i miei colleghi e coetanei si stupiscono. Come mai, secondo te, mi devo giustificare con un giornalista che si occupa di musica se mi piacciono le tue canzoni?

Io credo che abbia assolutamente senso il fatto che una parte della critica musicale rifiuti a priori un certo tipo di musica.

Però credo sia anche un limite. Secondo me moltissimi giornalisti musicali si allontanano un po’ dalla musica pop, e le loro preferenze vanno altrove. La canzone italiana è uno dei pochi campi di analisi non specifici. Mi spiego meglio: il metal ha sempre avuto il critico di metal specifico, che non si sognerebbe mai di giudicare una composizione jazz, perché non s'intende di quel genere. Nello stesso modo chi giudica il jazz non potrà scrivere di metal. Se un giornalista si dovrà occupare di musica italiana, malgrado preferisca un altro genere per lui più "digeribile", riuscirà a tollerare solo ciò che gli ricorderà il proprio vissuto. Si tende a valutare positivamente solo qualcosa che ci ricorda la nostra giovinezza: per cui, o un cantautore degli anni ’70 o qualcuno che imita un cantautore degli anni ’70. Qualcosa di diverso viene sempre guardato con sospetto perché non fa parte del proprio vissuto. A volte mi dico: "Beh, però i giovani ai miei tempi erano diversi.", ma poi mi fermo subito perché non voglio cadere nell'errore di chi pensa che i ragazzi d'oggi siano più stupidi. Quando ti accorgi che la giovinezza purtroppo se ne sta andando, ti capita di fare questi ragionamenti assolutamente sbagliati. Quindi penso che questo sia un grandissimo pregiudizio che non ci permette di ascoltare con serenità una canzone, per poi poterla analizzare e giudicare.



D’altra parte la scelta di stare in qualche maniera in mezzo al guado, ovvero di non essere un cantautore impegnato ma nemmeno un idolo dei teen-ager, si paga. Ti è mai venuta la tentazione di realizzare un disco "da cantautore impegnato"?
Diciamo che la tentazione c’è sempre. Credo che dopo un po’ di tempo che si fa questo mestiere, e soprattutto quando si ascolta tanta musica, i trucchi si conoscano. Un po’ si sa di cosa parlare e con quali suoni riuscire a sedurre la gente e chi ti ascolta. L'importante penso sia non barare. Perché il pubblico alla fine se ne accorge. E' come con le ragazze: quando vuoi sedurle a tutti i costi finisci per fingere, e prima o poi il vero te stesso viene smascherato. Allo stesso modo credo che il pubblico, la gente, abbia la capacità di accorgersi delle "bufale" prima che se ne accorgano magari gli stessi addetti ai lavori, ovvero i critici musicali. Io quindi preferisco fare quello che mi piace e sfidare in un certo senso il pubblico dicendo 'Vi piace quello che faccio?'.

Una delle preoccupazioni di coloro che fanno un mestiere di comunicazione, artistica o artigianale, è quella di perdere per strada il pubblico che hanno già acquisito. Secondo te, il pubblico dei ragazzi giovani che ascoltava i tuoi primi dischi ha seguito il tuo percorso artistico o, come spesso accade, ha scelto un altro tipo di musica e un altro artista e si è allontanato da te?
Negli ultimi due anni ho notato un fatto strano: mi sono accorto che molte persone, dopo aver abbandonato per un po’ il mio discorso, si sono riavvicinate a me e alla mia musica. In un certo senso la gente comincia a storicizzare e a mettere in bacheca il proprio passato già a 25 anni. Mi riferisco al "passato" dei loro 13, 14 anni. Questa cosa è capitata anche a me, quindi probabilmente è normale, no? Quando va in bacheca quel periodo ormai non è più attaccabile, la colonna sonora di quegli anni rimane il tuo Amarcord personale e quindi non te ne puoi più vergognare perché ormai lo hai storicizzato. Invece quando hai 16/17 anni un po’ ti vergogni di come eri a 13/14 anni. Ho notato che i venticinquenni di oggi mi si stanno riavvicinando, ascoltano sia quello che facevo prima, sia quello che faccio in questo preciso momento; si rendono conto che determinate cose che racconto adesso nei testi delle mie canzoni è come se le stessero vivendo anche loro, e si sentono vicini a quel mondo.

Molto spesso capita che una certa categoria di personaggi - della canzone, ma anche del cinema e della letteratura - quando diventano famosi comincino a vivere una vita totalmente distaccata, per ovvi motivi diversa da quella di una persona normale. Per questo motivo le loro canzoni non raccontano più la vita di tutti giorni, ma altre storie. Nei tuoi brani invece la vita quotidiana c’è ancora. Credi di essere cresciuto più in fretta del tuo pubblico per le esperienze che hai fatto in questi anni, o qualcosa che invece accade a persone che continuano a lavorare alle poste o al supermercato a te non è successo?
Diciamo che ho sempre preferito vivere tra la gente comune, perché mi annoierei mortalmente nel mondo degli artisti, e in generale dei VIP. Mi sono sempre sentito mostruosamente a disagio in certi ambienti: sento di essere guardato in maniera diversa, e quindi preferisco vivere altrove. Sicuramente per certi versi per un periodo della mia vita mi sono sentito un po’ più "rallentato" rispetto ai miei coetanei, che erano già sposati, con figli; vivevo ancora in una casa vicina a quella dei miei genitori e quindi avevo ancora determinati privilegi adolescenziali. Poi improvvisamente la mia vita è cambiata: ho conosciuto la donna con cui ho convissuto e che poi è diventata mia moglie e inevitabilmente ho dovuto affrontare una serie di esigenze, tra cui quella di alzarmi presto la mattina, cosa che veramente non facevo dai tempi della scuola! Quindi credo di avere in un certo senso colmato un gap perché oggi riesco a capire meglio stili di vita che prima, da single o da fidanzato, probabilmente non riuscivo a capire.

Quanto dispiace a uno che fa il tuo mestiere che si parli della sua vita privata invece che della sua "opera"?
Io credo che esistano due piani separati, ossia: per quanto riguarda il pubblico, è abbastanza normale che ci sia in generale una maggiore curiosità nei confronti di altre cose che non della tua musica. Spesso la gente conosce solamente due canzoni tue, perché magari sono quelle che si ricordano di più. Di certo la televisione non ti aiuta, nel senso che trasmette il singolo, il brano che hai in promozione, ma non offre quasi mai un approfondimento sul tuo progetto artistico e sui tuoi dischi. Quindi è normale che per la gente comune sia così. Per quanto riguarda invece il piano degli "addetti ai lavori" mi riallaccio al discorso di prima. Molto spesso capita che un giornalista che ti intervista ti faccia delle domande senza mai aver sentito un tuo disco e senza avere la più pallida idea di quello che ti sta chiedendo. Mi dà anche tremendamente fastidio quando mi rendo conto che la domanda che ti sta facendo un critico è stata scritta solo sulla base di quello che ha cercato e trovato su Google il giorno prima. Lo stesso vale per le cartelle stampa. Spesso gli "addetti ai lavori" si limitano a leggere la tua cartella stampa pensando che questa racchiuda tutta la tua carriera artistica. In realtà non è così. Magari in corrispondenza dell'uscita di un tuo album la cartella stampa ha un senso, ma solo in quel determinato periodo. Poi, secondo me, l’altro grande delirio è eBay. Il giorno dopo che fai una conferenza stampa, clicchi su eBay e ti accorgi che sono in vendita almeno 5 presskit completi, ovvero il materiale promozionale riservato ai giornalisti. Il problema è che tutto ciò che un artista cerca di raccontare attraverso le sue canzoni, difficilmente verrà fuori in un dialogo con un critico musicale. Quello che verrà scritto generalmente è qualcos’altro, è perché ti sei sposato o perché ti sei trasferito a Roma. Credo comunque che sia una cosa del tutto comprensibile, benché non condivisibile.

Spesso mi sono chiesto: “Come mai i Pet Shop Boys hanno delle produzioni meravigliose e Max Pezzali non ha mai potuto avere la soddisfazione di una megaproduzione con dei suoni fantastici”?
Io credo che ci sia un grande problema di denaro. Parliamo appunto del denaro delle produzioni. Io temo che la musica italiana in generale oggi debba scontare errori che purtroppo ha compiuto in passato. Credo che siano stati sprecati moltissimi soldi, e per questo motivo non si riesca a compiere un salto qualitativo a livello di scelta di produzione. Quindi, qual è la realtà? Che i grandi artisti italiani che hanno successo anche all'estero, dalla Pausini a Ramazzotti, vanno a registrare negli Stati Uniti con tecnici del suono e musicisti che purtroppo costano moltissimo. Secondo me il trucco sta nel cercare di perfezionarsi sempre di più e sperare nelle potenzialità dei ragazzini della nuova generazione. I tecnici del suono e i musicisti di oggi purtroppo fanno ancora parte della vecchia generazione.

Hai mai pensato di produrre qualcuno? Ti è mai venuta la tentazione di occuparti di qualcuno?
Mah... io temo di essere tra i meno adatti al mondo a produrre dischi perché mi rendo conto che ho gusti musicali che la gente comune non ha. Mi rendo conto che se dovessi produrre sceglierei delle cose che non piacerebbero a nessuno.

Quali cose?
Per esempio mi sono innamorato di un bluesman canadese, David Jacob Strain, che ho scoperto quasi per caso in un negozio di San Francisco. Poi tra i miei preferiti c'è anche Five For Fighting, che però è già più pop e non è certo ai primi posti delle classifiche. Il problema è che in Italia queste cose non piacciono quasi a nessuno, quindi probabilmente da produttore farei dei danni incredibili...

Ripensando alle cose che hai fatto, mi viene in mente "Jolly Blue", il film degli 883, un progetto che personalmente avevo apprezzato, indipendentemente dagli esiti commerciali.
"Jolly Blue" abbiamo dovuto praticamente distribuirlo noi, a nostre spese quasi, perché la Medusa in realtà ha provveduto solo in parte. Furono realizzate poche copie e il film uscì in pochissime sale d'Italia. Se avesse avuto un budget leggermente superiore le cose forse sarebbero andate diversamente.

"Jolly Blue" a mio parere era un film perfetto per le sale di seconda visione, che però non esistono più.
Probabilmente in quel momento stava già cambiando il mondo del cinema. Ormai accanto al Multisala rimane solo la sala piccola o d’essai, che ospita solo pellicole di un certo livello e con un determinato tipo di pubblico. Forse siamo arrivati troppo presto, o troppo tardi.

A un certo punto nella discografia di molti artisti arriva l’album di cover.
Io ne sarei tentatissimo. Il mio timore è, come ho detto prima, quello di scegliere delle canzoni che piacciano solo a me e che nessuno ascolterebbe e capirebbe mai. Per esempio, se dovessi fare un album di cover oggi ci metterei di sicuro qualcosa di Johnny Cash (l'ultimo Cash), magari "Fade to gray" dei Visage degli anni '80, e qualcosa di elettro-acustico o dance. Sicuramente sarebbe un album di cover insolito, da non far riporre troppe speranze di vendita ai discografici.

Se dovessi farlo in italiano cosa ci metteresti? Se dovessi realizzare ad esempio un mini cd con quattro pezzi da allegare a una rivista, quali sceglieresti?
Ci metterei “In trappola” di Finardi, l’ultimo Finardi militante; qualcosa di elettronico come “I am happy” dei Soerba: "Vita spericolata" di Vasco, per stare sul classico, e sicuramente una canzone di Lorenzo, probabilmente “Ragazzo fortunato”.

Dal vivo non hai mai cantato niente di non tuo?
Una volta sola: “Leggero” di Ligabue.

Chiudo con Berselli, con cui abbiamo cominciato: “L’italiano degli anni ’50, povero ma bello, che inseguiva il sogno americano del consumo è diventato un neo italiano brutto e non del tutto povero che si guarda intorno con la precisione positivista di un entomologo, mettendo sotto i vetrini migliaia e milioni di neoitaliani come lui e scrutando e scrutando trova il suo pubblico, la sua classe e il suo ceto di riferimento”. Tu li scruti i neoitaliani o sono loro che scrutano te?
Vivendo tra i neo-italiani involontariamente ne assorbo come una spugna i pregi e i difetti. Diciamo che scrutando me stesso forse riesco a vedere gli altri, proprio perché credo di essere un italiano "molto medio". Quando guardo e analizzo i miei difetti capisco che sono un po’ anche i difetti degli altri, delle persone che mi circondano, perciò mi riesce più facile raccontarli nelle mie canzoni.

Qual è la canzone in cui racconti più te stesso? La più intima?
Forse è “Me la caverò”, l'ultimo singolo, perché rappresenta un po’ il mio presente e contemporaneamente la paura del futuro. In questo brano rivedo me stesso, cioè un uomo di 40 anni che cerca di affrontare le piccole e grandi difficoltà di ogni giorno e che cerca nello specchio delle conferme che non ha. Mi accorgo di non essere più il leone di una volta, nel senso che ora soffro di certi dolorini e acciacchi che a vent'anni non avevo e questo un po’ mi spaventa, mi fa paura. Ecco, "Me la caverò" è la canzone che oggi mi rappresenta di più.

(Franco Zanetti)
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