Dr. Dre ha forgiato il suono hip-hop di Los Angeles
Andre Romelle Young in arte Dr. Dre è uno dei musicisti più influenti dell'hip hop. Nato a Compton, in California, il 18 febbraio 1965, si è imposto nella seconda metà degli anni Ottanta con i N.W.A., padrini del gangsta rap dalle connotazioni politiche. Il suo debutto solista del 1992, "The chronic" (leggi qui la storia), è una pietra miliare per l'hip hop che verrà. A quello hanno fatto seguito solo altri due album: "2001" uscito nel 1999 e "Compton" nel 2015. La leggenda di Dre è legata non solo alla musica proposta in prima persona, ma anche al suo lavoro in qualità di produttore e di imprenditore. Per festeggiare il suo compleanno vi proponiamo di leggere la recensione del suo ultimo album scritta per noi da Michele Boroni.
E' la sorpresa dell'estate 2015 per la musica black. Non è il nuovo Kanye West e nemmeno Frank Ocean, entrambi annunciati per luglio, bensì il ritorno sulle scene di Dr.Dre, assente con un suo lavoro da solista dal 1999 (“2001” il titolo del suo ultimo disco). In tutti questi anni però Dr. Dre non è rimasto fermo: oltre ad avere forgiato il suono hip-hop di Los Angeles, ha prodotto una miriade di dischi tra cui quelli di 2Pac, Eminem, 50 Cent e il fulminante esordio di Kendrick Lamar, è diventato un acclamato discografico con la sua etichetta Aftermath e imprenditore di uno dei brand più di successo degli ultimi anni, Beats, cuffie e servizio di streaming, venduto poi a Apple.
Il disco appena uscito, peraltro, non è nemmeno il famigerato “Detox” su cui Dr. Dre ha lavorato per quasi 15 anni, progetto che è totalmente naufragato. Si tratta invece della colonna sonora del biopic “Straight Outta Compton” sulla nascita dei N.W.A, formazione di cui Dr Dre faceva parte, uscito negli USA lo scorso weekend. “Compton: A Soundtrack” non è la semplice riproposizione del suono che dette il via al fenomeno del gangsta rap negli anni '90, bensì uno dei dischi che a livello di produzione e struttura delle tracce sposta ancora più in alto l'asticella dell'hip-hop contemporaneo.
“Compton” è un disco molto stratificato, che tiene aperti molti registri – i campionamenti, sempre eleganti e mai invadenti (tra cui alcuni italiani), atmosfere da score, old school e ritmiche trap – e molte voci, ognuno delle quali ha un proprio preciso ruolo e funzione drammatica nel grande racconto di Compton, il quartiere di L.A. a cui è dedicato il disco . Se “The Chronic” era stato il trampolino di lancio di Snoop Dogg e “2001” la vetrina per Eminem, “Compton” è la consacrazione di Kendrick Lamar che già nel disco d'esordio aveva raccontato la sua biografia nel sobborgo losangelino e che qui è presente in tre tracce, tra le migliori peraltro.
Il tentativo di aggiornare il suono west coast che caratterizzò l'hiphop nei due decenni precedenti è pienamente riuscito: ci sono pezzi totalmente innovativi come “Genocide” dove si mette insieme electrobeat, ragga e doowap o come l'iniziale “Talk about it” in cui si cimenta sul genere trap tanto di moda oggi. Non mancano i potenziali singoli come ad esempio “It's all on me” e “Animals” che vede la partecipazione di Anderson Paak presente in ben sei tracce. Altri nomi che ricorrono in “Compton” sono King Mez che ha scritto la stragrande maggioranza delle canzoni, Marsha Ambrosius e il pupillo Jon Connor. In “One shot one kill” inoltre risentiamo Snoop Dogg rappare come si deve, mentre in “Medicine man” Eminem snocciola efficaci rime politicamente scorrette salvando una delle tracce più deboli del disco.
Ecco, i testi: il rischio poteva essere che André Young (nome all'anagrafe di Dr.Dre) ormai 50enne e miliardario, avesse perso quella street credibility tipica dei testi west coast. Invece i testi sono ancora attendibili e plausibili (talvolta molto crudi come l'omicidio raccontato in diretta al termine di “Loose Cannons”) anche perché le storie sono spesso ispirate dalla realtà: in “Deep Water” altro pezzo di bravura nel mixing, il rapper di turno ripete più volte la frase “I can't breathe” la stessa pronunciata da quell'Eric Garner che fu strangolato da un poliziotto a New York. Dr. Dre ha ancora fame, non è appagato e lo dimostra nella traccia conclusiva “Talking to my diary”, l'unica senza featuring, dove il rapper produttore fa una sorta di autoanalisi della propria vita, i successi (“Don't be surprised that I built an empire”) e le controversie con Eazy E, gli amici e i morti lasciati nel suo percorso. In più di un'intervista Dr. Dre ha dichiarato che questo sarà il suo ultimo disco da rapper. Migliore chiusura di questa non ci poteva essere.