Verdena: "Il suicidio dei samurai" compie vent’anni

L'intervista a Luca Ferrari: "Fu il primo album registrato da noi, ci domandavamo: ce la faremo?".
Verdena: "Il suicidio dei samurai" compie vent’anni
Credits: Arianna Carotta / Concessione in uso a Rockol

L’omonimo album d’esordio, prodotto da Giorgio Canali, li aveva imposti come idoli di tutti i giovani di quegli anni innamorati del rock. Il successivo “Solo un grande sasso”, prodotto da Manuel Agnelli, aveva allargato le maglie, virando verso una psichedelia inafferrabile. I fratelli Alberto e Luca Ferrari e Roberta Sammarelli trovarono poi la sintesi del primo grande blocco di vita dei Verdena proprio ne “Il suicidio dei samurai”, uscito il 5 febbraio del 2004. Vent’anni fa. Un album concepito per la prima volta nell’ex-pollaio casalingo riconvertito in studio di registrazione e con l’ingresso di un quarto elemento, il tastierista Fidel Fogaroli. Undici pezzi di “rock compatto”, come ci ha raccontato Luca, in cui svettano tracce ancora oggi potentissime. Una su tutte: “Luna”. Una delle canzoni rock italiane più viscerali mai scritte, in bilico tra gloria e disperazione, l’eterno e magico equilibrio in cui si muovono, ancora oggi, i Verdena. Della storia di quel gioiello discografico e di quel periodo storico abbiamo parlato con il batterista Luca Ferrari.

Luca, che cosa ricordi della lavorazione di quell’album?
“Fu il primo album registrato e prodotto nel nostro studio (il mitico ‘pollaio’, l’Henhouse). Ne ricordo la costruzione fisica, proprio dello spazio dove avremmo lavorato, e le perplessità che avevamo al tempo. Ci ripetevamo: ce la faremo a farlo? Ce la faremo a fare un disco da soli? Mio zio una volta venne a controllare i lavori di allestimento dello studio, giusto per accertarsi che dalle casse uscisse qualche cosa di sensato, un suono. Fu l’unico album lavorato in quattro: con noi ai tempi c’era anche Fidel Fogaroli alle tastiere. A darci una mano sulla registrazione c’era Davide Perrucchini”.

Che periodo era?
“Un bel periodo, ricchissimo di sperimentazione e jam. Dal 2004 al 2012, ovvero fino al disco 'Wow', non abbiamo mai smesso di scoprire e scoprirci. Non che adesso non sia così, ma ai tempi ricordo che per tutto il giorno provavamo con i Verdena e alla sera jammavamo con gli amici. Era una continua improvvisazione che portava a farmi dire: ‘ah ok, io so fare questo’. Trovavo sempre qualche cosa di nuovo in me”.  

Il vostro primo disco fu prodotto da Giorgio Canali, il secondo da Manuel Agnelli, mentre questo terzo, come detto, da voi. Vi eravate preparati?
“Le perplessità c’erano, ma in effetti alcuni precedenti erano dalla nostra parte. Avevamo prodotto e registrato degli EP in casa, li aveva lavorati mio fratello Alberto, tra un disco e l’altro, e diverse persone che ci seguivano ci avevano detto: ‘beh, hanno un buon suono’. Questo ci aveva spinto a tentare di intraprendere una strada tutta nostra”.

"Il suicidio dei samurai", musicalmente, come lo descriveresti?
“Per certi aspetti è stato l’inizio del suono che poi avrebbe trovato compimento in ‘Requiem’, anche se non sembra. C’era l’idea di fare un certo rock: pezzi come ‘Il suicidio del samurai’, ‘Elefante’ e ‘Logorrea’ si muovono verso quell’idea, un sound compatto senza strade secondarie”.

“Luna” è diventato un pezzo simbolo della vostra discografia. Il video veniva passato costantemente su Mtv, fu un successo.
“Sappiamo che è rimasta e che è nel cuore di tanti, e infatti la suoniamo ancora live. Sì, il video era andato molto bene. Ricordo che dovemmo suonare in playback per realizzarlo…”.

Vi infastidì?
“Mah, in realtà lo avevamo già fatto per il video di ‘Valvonauta’. Poi, sai, io in playback non suono mai per davvero: avevo messo dello scotch sui piatti, mancava un pedale, ma in realtà alcuni suoni li facevo. Eccome, se li facevo. E infatti nel video si vede che non sto facendo finta…”.  

Altri brani a cui siete legati?
“‘Logorrea’ e ’40 secondi di niente’, senz’altro. Sono quelle che portiamo ancora dal vivo. Ce ne sarebbero anche altre, ma…”

Non vi mettete d’accordo?
“Eh, ci piacerebbe suonare ‘Phantastica’, ma Albi proprio non vuole (ride, ndr). Ci sono alcune parti del pezzo che non sopporta. Anche ‘Mina’ è bella, volevamo metterla in scaletta stabile in questo ultimo tour, l’abbiamo provata e riprovata, ma ha un ritornello lungo che sembra non finisca più. È pomposo. Noi non siamo più così, siamo più veloci, quel modo di suonare non ci appartiene più del tutto…”.

“Elefante”?
“Ci piace molto, ma è difficile da portare live”.

Molti fan credono che abbiate chiamato così il disco in ricordo di “Suicide samurai” dei Fecal Matter, il primo gruppo di Kurt Cobain, o che “Glamodrama” sia una storpiatura del titolo del romanzo “Glamorama” di Bret Easton Ellis. Ma è davvero così?
“Eravamo in un periodo in cui ci inventavamo una marea di parole stupide e a caso, fai te che abbiamo intitolato una canzone '
17 tir nel cortile'...(ride, ndr). In realtà era tutto molto dettato dal momento. Il titolo del disco uscì così, naturalmente, solo dopo ci dissero del riferimento a Cobain, stessa cosa per ‘Glamodrama’. Fu il nostro manager del tempo a dirci ‘questo pezzo è un po’ glamour, perché non lo chiamate Glamodrama’? E noi gli abbiamo risposto: ‘ok’. E così è stato”.

Il tour legato al disco te lo ricordi?
“Sì, molto bello. Poca produzione, quasi nessuna luce sofisticata. Era tutto molto punk, diretto. Inoltre in quegli anni il rock italiano stava vivendo un buon momento. Credo che da ‘Il suicidio dei samurai’, per sempre, ci porteremo dietro il ricordo del ‘primo disco prodotto e registrato da noi’. Da lì in poi non abbiamo più smesso di lavorare in quel modo. E anche quella gioia e quella libertà…tutto nasceva dalle jam in cui scoprivamo nuova musica e pezzi di noi stessi. Sì, era proprio un bel periodo della nostra vita”.

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