"John Lennon: Murder Without a Trial" è l’anti true crime
8 dicembre 1980. Dopo aver registrato un’intervista alla radio e firmato alcuni autografi ai fan appostati sotto casa sua, John Lennon viene assassinato all’ingresso del Dakota Building di New York. La morte ha il volto di Mark Chapman, che dopo averlo freddato non tenta la fuga, rimanendo lì a guardare John che si spegne. Gli anni ‘80 sono appena cominciati, ma il mondo non è (ancora) quello colorato, consumistico, rassicurante e reazionario che associamo oggi a quel decennio.
Decennio che segue i turbolenti anni ‘70, militanti e politici, chiusi simbolicamente anche dalla morte violenta di uno dei quattro Beatles, quello più noto per il suo impegno politico. Lennon contro il Vietnam e la guerra, John e Yoko l’icone del pacifismo. Una leggenda, un’icona consacrata anche dalla sua stessa morte violenta, metodo privilegiato con cui la cultura popolare trasfigura i propri martiri in idoli.
“John Lennon: Murder Without a Trial” però non è interessato a questo simbolismo, al significato enorme e drammatico che la morte di Lennon ha sull’immaginario politico, culturale, musicale del mondo occidentale. La docuserie in tre episodi in arrivo su Apple TV+ a partire dal 6 dicembre 2023 finisce invece per ridurre l’assassinio di Lennon alle sue componenti più basilari, più materiali, più banali. Un grande uomo, un omicidio tutto sommato non così interessante.
Un grande uomo fa grande anche il suo omicidio?
Non si capisce quanto consapevolmente “John Lennon: Murder Without a Trial” raggiunga questo risultato. L’opera infatti sembra quasi suggerirci che la morte di Lennon è stata tutto ciò che lui non ha voluto essere in vita: violenta, confusa, banale, senza profondità di concetto e significato.
Questo documentario risulta a tratti sconcertante. Forse dipende dal momento in cui arriva in streaming: viviamo nell’epoca d’oro del true crime, in cui ogni crimine diventa narrazione e intrattenimento. La carne sanguinolenta della cronaca viene rimpastata in podcast, docuserie, libri di non-fiction. In questi anni l’operazione di rendere palatabile l’informazione di stampo cronachistico col suggello di qualità della storia vera raccoglie enorme successo. Le tragedie delle vittime e le malefatte dei serial killer tengono compagnia a pendolari stanchi, condòmini alle prese con lavatrici e mestieri di casa, a chi si annoia un po’. Gli omicidi fanno compagnia al posto delle canzonette alla radio.
Forse Apple cercava proprio questo: un contenuto true crime in grado di richiamare anche i fan dei Beatles, confezionato con la solita forma impeccabile a cui ci ha abituato un servizio streaming con produzioni sempre eleganti. Il denaro, il tempo e le energie “John Lennon: Murder Without a Trial” le spende in larga parte per radunare quanti più testimoni possibili di quell’omicidio. È impressionante la parata di persone che parla con cognizione di causa dell’omicidio e del seguente processo. Dai testimoni oculari ai fuorionda dei giornalisti sportivi che non sanno se e come dare la notizia, “John Lennon: Murder Without a Trial” mette insieme una testimonianza collettiva con un livello di dettaglio mai visto.
I registi Nick Holt and Rob Coldstream rintracciano e convincono a parlare gran parte di quanti quell’omicidio e il successivo processo l’hanno vissuto sulla loro pelle e visto coi loro occhi. Le loro testimonianze, però, sono fondamentalmente poco incisive, prevedibili, prive di quella coerenza narrativa che ormai ci aspettiamo. “John Lennon: Murder Without a Trial” invece è più vero del vero, perché non è “la vita vera con le parti noiose tagliate”, per parafrasare Alfred Hitchcock. Non è storytelling, non è narrazione, non è intrattenimento, o almeno: non lo è seguendo le regole che il gioco true crime ha imposto in questi anni.
Nella realtà e nel doc le persone comuni e i professionisti dell’ambito giudiziario non fanno pause ad effetto create dal montaggio, non omettono particolari che diventeranno colpi di scena. Forniscono frammenti di testimonianze che, messi insieme, non formano un’inaspettata immagine che ribalta le aspettative, dando un senso differente a questa morte, o almeno dandogliene uno.
Cosa resta quando il sangue si asciuga
La quotidianità disadorna qui smitizza un omicidio che, anche a livello di complotti e teorie, ha fatto nascere leggende e analisi al limite della paranoia. “John Lennon: Murder Without a Trial” le esplora una ad una: dalle teorie del complotto che vedono la CIA addestrare uomini con l’ipnosi alla connessione letteraria con l’aggressione subita da Reagan il 30 marzo dell’anno successivo. Mostrando come cause, conseguenze e prove non ce ne siano.
Quello che “John Lennon: Murder Without a Trial” fa molto bene è fotografare il periodo confuso e indefinito che gli Stati Uniti attraversarono subito dopo. L’omicidio di Lennon spinse le persone verso una giustizia punitiva e feroce, verso una scarsa comprensione della sofferenza altrui. La direzione opposta rispetto a quella di cui John era portavoce e custode.
Con la morte di Lennon la guerra in Vietnam è davvero finita, ma il rampante consumismo e lo sfrenato ottimismo degli anni ‘80 ancora non sono arrivati a leccare le ferite di un’America e un Occidente confusi, impauriti. Manca poco però. Giusto il tempo necessario a far asciugare il sangue sugli occhiali di Lennon, soggetto della copertina - criticatissima - di "Season of Glass" di Yoko Ono. La testimonianza più bella del documentario è quella del fotografo che quel giorno era presente e scattò una foto alla vedova che a sua volta fotografava gli occhiali del marito. Allora non si parlava di salute mentale, di elaborazione del trauma. Quello scatto e l’assenza assordante di Yoko Ono in questo documentario sono il frammento che manca più rivelatore di chi è testimone di un crimine del genere e rimane, vivo e solo, a metterne insieme i pezzi.
Quel che invece non manca è una serie di testimonianze, impressionanti per la loro qualità ma mai davvero incisive nel loro contenuto. “John Lennon: Murder Without a Trial” non è una visione che cambia la prospettiva sull’omicidio di John Lennon, ma è proprio questo il punto: ci ricorda che un atto di violenza resta banale e piccolo, anche quando la sua vittima è una grande persona.