Liverpool: i Beatles prima dei Beatles

Un estratto da “Batti il tempo”, il nuovo libro di Stefano Mannucci
Liverpool: i Beatles prima dei Beatles

“Batti il tempo” è il titolo del nuovo libro (il suo terzo, dopo i precedenti “Il suono del secolo” e “L’Italia suonata”) del giornalista e critico musicale Stefano Mannucci, in uscita mercoledì 25 ottobre per Il Castello marchio Chinaski Edizioni (prefazione di Fast Animals and the Slow Kids, 19 euro).

La musica nella storia e la storia dentro la musica. È il filo conduttore teso dall’autore nel realizzare questo volume, che racconta molti dei fatti storici più importanti dell’America e dell’Europa tra gli Anni Sessanta e Settanta, attraverso l’occhio della musica. Moltissimi i protagonisti: Miles Davis e Juliette Gréco, Bob Dylan e John Lennon, Janis Joplin e Bruce Springsteen, Grace Slick e Rory Gallagher, Neil Young e Johnny Cash, Aretha Franklin e Jimi Hendrix, Beach Boys e Pink Floyd, Frank Zappa e Joni Mitchell, Robert Wyatt e i Genesis, John Coltrane e Nick Drake, Tim e Jeff Buckley, John Bonham e Sinéad O'Connor, David Bowie, Elvis Presley e i Rolling Stones. E naturalmente i Beatles, ai quali sono dedicate le pagine del libro che qui proponiamo in esclusiva.
 

 

Allons enfants! Heil! Heil!, grida quello scalmanato di Paul. Quasi tutti al party indossano maglioni a collo alto, preferibilmente neri. La sala puzza, questi studenti si lavano poco e male: ormoni impazziti, sudorazione da boiler fuori controllo. Sono pervasi dalle irrefrenabili pulsioni della loro età, non da fermenti rivoluzionari. Insurrezioni masturbatorie, vagheggiando il trionfo di un bacio nei vicoli. Il ’68 è di là da venire, nessuno studia Storia a scuola. Con la Bastiglia rasa al suolo lontanissima dalla Merseyside, questioni di secoli e chilometri. L’adolescente McCartney, nel suo illetterato ribellismo, guarda al presente. Non sa nulla di ghigliottine, Robespierre e Marat. Se pensa a Parigi si illanguidisce immaginando la pelle lattea di Juliette Greco. Fantastica di sedurla, magari di accompagnarla con la chitarra mentre la musa canta qualcosa per lui. Certo, sa di non avere speranze: non può averne, è un teddy-boy di questa Liverpool operaia, mica un intellettuale della Rive Gauche. Però guarda quello lì, con il pizzetto e la maglietta a strisce, può sembrare un poeta. Qui all’Inny, la scuola superiore maschile, basta poco per sognare di essere altrove.

Paul non è mai neppure in classe, con la testa. Sul quaderno disegna strumenti - sinuosi come fanciulle prosperose - si distrae nelle ore di matematica e scienze, azzarda i riff di Little Richard alla caffetteria dell’istituto, un camerone dall’apprezzabile riverbero. Coinvolge nelle ribalderie George, un anno e una classe meno di lui. Harrison è quello che non la fa mai franca: quando i professori procedono alle punizioni corporali si becca le botte pure per conto di Paul, che invece parlamenta sempre con gli aguzzini, ottenendo una sospensione della condanna. Dovrebbe applicarsi di più, McCartney. Imparare il francese, viste le sue inclinazioni. Ma le parole di quella lingua così musicale si rivelano refrattarie a ogni tentativo di creare versi dal senso compiuto. Così, per il momento, raffazzona un giro di accordi un po’ country e un po’ bohème. Un pezzuccio elegiaco, senza pretese, per svagarsi in questi assembramenti di teste calde. Poi si vedrà.

Sotto questi cieli suburbani bisogna inventarsi qualcosa, per non finire come i padri e gli zii, la generazione di quelli che hanno fatto la guerra e non smettono di ripeterti che se non fosse stato per il loro eroismo tu oggi saresti un piccolo nazi, e la lingua da studiare in questo benedetto Paese sarebbe il tedesco. Punto. Niente inglese, figurarsi il francese. Ma questo non è accaduto, figlioli, l’Impero è più saldo che mai, dunque datevi da fare se non volete finire a sgobbare al porto o nei cantieri. Eh, no no, pensa Paul. Dobbiamo inventarci qualcosa. La musica è la nostra voce. Lo skiffle si può suonare con strumenti improvvisati, anche una tavola da bucato o dei cucchiai. E il rock’n’roll, vogliamo parlarne? Andiamo tutti da John, quell’altro adorabile zuccone che incontro al capolinea di Penny Lane prima di salire sul 62 per venire a scuola. Lì dove il barbiere, Bioletti’s, espone fiero in vetrina le foto di tutte le teste che ha messo a posto. Con forbici e pettine: magari un giorno ci fornirà uno spunto per un taglio interessante.

Lennon vive con un altro svitato, Stu Sutcliffe, al 3 di Gambier Terrace. Non troppo tempo prima nell’edificio accanto, al n.1 della stessa strada, trovavi l’ufficio delle volontarie che assistevano i soldati e le loro famiglie durante la Grande Guerra. È un secolo senza pace, il Novecento. A Liverpool c’è tuttora chi scruta l’orizzonte quando sente il rombo di un aeroplano. Nel ’40-’41 il Blitz della Luftwaffe aveva picchiato duro sull’area industriale e sul centro della città. Quattromila vittime civili sotto le bombe dei crucchi. Quasi tutti i bambini erano stati evacuati dalla zona già nell’autunno del ‘39: l’Operazione Pied Piper, un nome da fiaba per nascondere l’orrore. Seguiamo il pifferaio magico, forza, tutti in fila ordinatamente verso l’incantata campagna del Lancashire, o quella del Cheshire, dove potremo conoscere lo Stregatto di Alice. To grin like a Cheshire Cat, si diceva ai tempi di Lewis Carroll, gloria artistica dell’Inghilterra del Nord-Ovest. Sogghignare in modo sornione, d’accordo, ma occhio a non scoprire troppo i denti, dear kids, non fate i bulli che poi ve li spaccano alla prossima rissa. Voi che siete sopravvissuti, s’intende: perché prima dei martellamenti della guerra lampo di Hitler quasi metà dei ragazzini erano stati ricondotti a casa. E chissà. Il cielo sembrava carico solo di nuvole, all’inizio del ’40.

Dunque, vent’anni dopo l’attacco dei tedeschi l’aggressività resta costantemente nell’aria. In questo 1960 la Liverpool proletaria deve farsi un mazzo così per scacciare definitivamente il pensiero che la guerra, le guerre, siano solo capitoli nei libri di testo del The Inny o del College of Art, dove studia John Lennon. Nato il 9 ottobre 1940 al Maternity Hospital di Oxford Street, proprio durante una tempesta di ordigni sganciati dai Junkers e dagli Heinkel di zio Adolf. Alfred Lennon e la moglie Julia avevano onorato il primo ministro Churchill, che garantiva solo “sangue, sudore e lacrime” per sconfiggere il nemico, imponendo al neonato il secondo nome Winston. E un giorno John Winston Lennon potrà raccontare di “come ha vinto la guerra”. Ma How I won the war sarà soltanto una trama cinematografica con il Beatle nel ruolo di un soldato. Anche Churchill era un maestro nel dare enfasi ai suoi proclami, però a Downing Street si faceva sul serio. Fino alla vittoria.

Ora Lennon, vagabondo e spiantato, è stato accolto nella casa condivisa di Gambier Terrace grazie alla mediazione di Stu, un aspirante imbrattatele che ha convinto la coinquilina Margaret Chapman (lei sì diventerà una quotata pittrice) ad accogliere nella combriccola il senzatetto Lennon. L’appartamento si è trasformato in una dinamo di progetti da cambia-mondo, idee formidabili, conversazioni elettriche, un pantheon di ragazzotti eccentrici ma senza uno scellino in tasca, pronti a legare i propri destini a imprese clamorose.

Un giorno di giugno al campanello suona un giovane dall’aspetto inequivocabilmente beatnik. Un poeta fatto e finito. Si chiama Royston Ellis. Lennon lo inquadra come “la risposta inglese ad Allen Ginsberg”. I suoi versi fratturati, visionari, dove i vuoti sembrano pieni e viceversa, esaltano John e intimidiscono Paul, zeppi come sono di riferimenti sessuali. Bi-sessuali, per meglio dire. Ellis ama uomini e donne indifferentemente, è un esploratore dei sensi. La sua scrittura è compulsiva, ha talento da vendere. Lennon e McCartney gli dedicheranno un ritratto accurato in Paperback Writer, prima che Royston – ma saremo già nel Ventunesimo Secolo – vada a rintanarsi ai Caraibi, dove il “sovrano” dell’autoproclamato Regno dell’Isola di Redonda lo investirà del titolo di Duca Crypino y Tintinabulado.

Vabbè: se a Gambier Terrace ci fosse una palla di cristallo nessuno scommetterebbe un penny sul futuro di troppi degli ospiti. Però che Ellis possa diventare un romanziere di fama è plausibile: sa intuire quanto può cambiare il valore di una parola sostituendo una semplice vocale. “Cosa? Vorreste chiamare il vostro gruppo The Beetles? Ma così fa schifo! Date retta a me. Battezzatevi The Beatles. Be-a-tle-s. Suona decisamente meglio.” Non è l’unico contributo di rilievo di Ellis alla leggenda. Sprona John, Paul, George e Stu a costruire dei sottofondi musicali live per i suoi reading di poesia, così come fa con Cliff Richard e il maghetto della chitarra Jimmy Page. E inizia i suoi amici alla droga. Beh, droga… Un inalatore di cartone ricavato dentro uno spray Vicks riempito di benzedrina. Lennon, Harrison e Sutcliffe si sballano e cominciano a sorridere in modo idiota come neanche il Gatto del Cheshire. Paul declina l’invito: nelle orecchie gli risuonano gli ammonimenti di mamma Mary, che faceva l’infermiera al Walton Hospital e sapeva bene come potesse ridurti quella robaccia. A casa McCartney bisognava restare lucidi e determinati per guadagnare qualche sterlina: l’artista di famiglia era papà James, che amava ingegnarsi in bande per rinfreschi matrimoniali: un discreto trombettista finché non gli erano caduti i denti, e un apprezzabile pianista. Il Dna di Paul è tutto lì, disseminato negli spartiti di prima e dopo la solita stradannatissima guerra mondiale, che aveva visto James impegnato nella fabbrica di munizioni Napier’s, la contraerea di Sua Maestà alla riscossa nella battaglia d’Inghilterra.

Insomma, c’è tempo, c’è tempo, prima che Paul McCartney e gli altri divengano alfieri della cultura psichedelica, trascinando milioni di coetanei in una esperienza dalla quale in tanti non riusciranno a tornare indietro. Sgt.Pepper non è neanche ipotizzabile, a questo punto. E neppure l’inchino del mondo intero ai Beatles: sbarcheranno in America nel 1964 su invito di Ed Sullivan per lo Show tv che sarà visto da 72 milioni di telespettatori ancora in lutto per l’assassinio del presidente – del padre inconscio – John Kennedy, solo tre mesi prima. Durante l’esibizione della band inglese il tasso di reati negli Stati Uniti scenderà a zero. Tutti davanti al piccolo schermo, a bocca aperta. Anche scippatori, rapinatori e potenziali killer, soprattutto padri e figli: uniti nella visione, divisi nella valutazione di quel miracolo, la Beatlemania, la vita che tornava dopo l’omicidio di JFK.

Il 28 agosto di quel cruciale 1964 ci sarebbe stato il primo incontro fra i Beatles e il menestrello del folk di protesta, Bob Dylan. Delmonico Hotel di New York, a pochi passi dal Waldorf Astoria: nel 2001 verrà comprato e rinominato da un magnate di nome Donald Trump, che diventerà presidente, ma una volta sconfitto alle elezioni successive sobillerà i seguaci per un sanguinoso assalto al Congresso che somiglia troppo a un tentato golpe. Chi può immaginarlo, a metà dei Sessanta?

C’è rispetto, ammirazione ma anche diffidenza tra i divi yé-yé Beatles e il profeta pacifista Dylan, che risulta più basso di quanto non lo credessero i quattro di Liverpool. Che si fa, in questa notte in cui ci si annusa a vicenda? Paul propone di tirarsi su con delle amfetamine. Bob sgrana gli occhi incredulo. “Volete dirmi che non avete mai fumato?” Rolla una canna e la porge a Ringo, che si offre come cavia. Ignaro delle procedure rituali, il batterista va al bagno e se la fuma tutta. Quando torna è un misirizzi. Dylan concede un mezzo ghigno da Gatto Mammone e prepara spinelli per l’allegra compagnia. Maaan, ecco il contatto con la marijuana. L’erba crescerà ovunque per tutti gli hippy e gli alternativi, e Paul la celebrerà in Got to get you into my life. Ne sentiremo l’odore in album come Revolver, dapprima, e soprattutto in Rubber Soul.

 

*******

 

11 novembre 1965. Bisogna fare in fretta, Rubber Soul deve uscire in tempo per Natale. Oggi è l’ultima seduta utile in studio per registrare qualcosa di sensato. Manca un brano per chiudere l’album. Alla vigilia, Lennon ha pressato McCartney: “Paulie, cosa ne dici di quello strumentale che suonavi sempre alle feste, quando eravamo ragazzini?”

“Uhm, sì, potrebbe essere. Sì.”

“Scrivi un testo come si deve.”

Il bassista, che non ha più avuto il tempo per diventare poliglotta, si rivolge a Janet Vaughan, insegnante di francese e moglie di Ivan, il ragazzo che nel ’57 era stato l’artefice del primo incontro fra Lennon e McCartney. Ancora una volta, la famiglia Vaughan si rivela decisiva nelle sorti dei Beatles: una nuova scintilla per alimentare la leggenda.

“Janet, quale può essere un nome molto comune per una ragazza francese?”, chiede Paul.

“Che ne pensi di Michelle? Michelle, ma belle…

“Mi piace!”

“E se dovessi ipotizzare di agganciarla? Aiutami a comporre un verso in francese.”

Così accade. Sont les mots qui vont très bien ensemble. Maccheronico ma efficace. John contribuisce al pezzo con quel passaggio, I love you, I love you, I love you, che ricorda da vicino Nina Simone quando si immerge nel sortilegio blues di I put a spell on you. Quante donne si specchieranno nell’ovale del volto di Michelle… La Gréco, ovviamente. Decenni più tardi anche la First Lady Michelle Obama, per un galante omaggio live di McCartney.

Intanto, nel dicembre 1965, Rubber Soul (con quello sberleffo sull’anima di gomma del titolo, che alcuni sostengono sia rivolto a Mick Jagger) è pronto per diventare una strenna natalizia. E un episodio imprescindibile nella cultura pop del Novecento.

 

La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2026 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.