Micah P. Hinson, un concerto pieno di grazia
«Lo so che in questi anni chi ha parlato e scritto di me mi ha raccontato come un "weirdo", uno strambo, una specie di artista maledetto e condannato, che passava da una disavventura all'altra. Ed era vero, ma non solo: ero talmente influenzato da queste descrizioni che facevo di tutto per corrispondere a quell'idea. Poi la mia vita è cambiata, ho trovato persone speciali, e ora mi sento bene, più libero, più soddisfatto».. Per raccontare il concerto di Micah P. Hinson al Giardino Scotto a Pisa di giovedì sera con una sintesi estrema forse basterebbero queste parole, raccolte alla vigilia, in mezzo a tante altre, a un fiume in piena di confidenze, riflessioni, autoanalisi. Sono comunque parole utili per cominciare un report meno votato alla stringatezza, ma che tiene conto di quelle premesse.
Rispetto ai passaggi di qualche anno fa, e più simile a quello visto in tour in Italia a marzo, Micah è una persona apparentemente serena, sorridente, soprattutto capace di rimanere sempre a fuoco, di condensare in canzoni brevi, che non si concedono prolissità o dilatazioni, l’intensità di un talento ancora cristallino. Alla fine è un'anima country-folk ma con una venatura esistenziale punk: pezzi da due minuti, sparati uno dopo l’altro in uno scroscio continuo di applausi e manifestazioni d’affetto. In Italia Hinson ha trovato una seconda casa, e non è un modo di dire: «A quanto pare qui piace la mia musica, e soprattutto ho incontrato persone come Asso Stefana e Vinicio Capossela" (il primo sul palco, il secondo in platea) "che mi hanno aiutato moltissimo. Ho trovato anche la mia etichetta discografica, Ponderosa, ho già un bel po’ di canzoni pronte, andremo presto in studio e spero di finire un nuovo album nel giro di sei mesi».
Nel frattempo il concerto prende a piene mani da “I lie to you”, uscito negli ultimi giorni del 2022 e per questo rimasto fuori da molte classifiche dei migliori dell’anno, a dispetto di quel che avrebbe meritato. Un disco di canzoni scritte nel corso del tempo, «che a un certo punto ho sentito di dover finire e pubblicare perché era il loro momento». “Ignore the days” arriva all’inizio di una setlist aperta in modo inconsueto dall’inedito “Darling enemies and friends” (una canzone scritta a quattro mani con Stefana che fa parte della colonna sonora del film “Billy”, di Emilia Mazzacurati), e si capisce subito che la serata verrà incorniciata e appesa nella stanza dei ricordi belli di ognuno dei presenti. La voce è profonda, come sempre si porta dietro le ferite e le ricuciture di un’esistenza con molte cadute e altrettanti tentativi di rimettersi in piedi, ma è pulita e piena, gli sbandamenti saltuari sui toni alti fanno parte di un pacchetto pieno di fascino. «All’ultimo disco sono affezionato soprattutto perché è arrivato nel momento in cui la mia vita stava cambiando. È un lavoro che sigilla un buco, che chiude capitoli, una ripartenza. Stava cambiando tutto: ho quattro figli, sono divorziato. Per me, cresciuto con l’idea di famiglia americana, con l’educazione cristiana, il senso del peccato, della vergogna e della colpa, il divorzio è stata un’esperienza feroce, e ci sono ancora in mezzo. Ma ho voglia di dire alla gente chi sono veramente. È un lungo viaggio».
Per chiunque è fuor di dubbio che una grande parte in questa rimessa in forma l’ha avuta Asso Stefana, che ha prodotto l’album e che lo segue anche in questa serie di esibizioni, una specie di direttore musicale à la Warren Ellis. Passa dalla steel guitar all’elettrica, dalla tastiera al banjo, ogni tanto aggiunge l’armonica. Per citare Hinson, una specie di One Man Empire Orchestra che si sposa perfettamente con la batteria di Paolo Mongardi, capace di sottolineature sonore preziosissime in questo trio essenziale ma che non lascia vuoti eccessivi. Certo, mancano gli archi ad aggiungere l’enfasi delle versioni in studio, ma il rimborso è un’immediatezza che lascia la platea incantata. L’attacco di “Beneath the rose” è ovviamente quello che riscuote più entusiasmo, e Micah non concede molto ai primi due album, universalmente considerati come i migliori. Per una volta non se ne sente la mancanza. “Caresslessly”, “What does it matter now”, “People”, “Please, daddy don’t get drunk this Christmas”, “500 miles”, “Days of my youth” arrivano tutte da “I lie to you” e conquistano anche chi ancora non le conosce.
Uno dei momenti più intensi è “Walking on eggshels”, un pezzo che fotografa il personaggio, descrive una vita che cammina sulle lame, sui gusci d’uovo, usando scenari oscuri e violenti (“Dammi un martello che ti faccio vedere il tuo cervello/Dammi una lama che ti mostro le mie vene”) che servono per raccontare non delitti ma sentimenti, le spalle contro il muro, la disperazione di chi non trova l’uscita. Nel disco c’è uno squarcio di speranza in “Find your way out”, che giovedì non è arrivata, mentre nel secondo e ultimo rientro sul palco “You and me”, presente nell’album solo come bonus track delle versioni digitali, conquista un silenzio irreale. Stefana semina poche note sulla piccola tastiera appoggiata su un amplificatore, Hinson abbandona le chitarre e si concede “nudo” al microfono, togliendosi il cappello texano e mostrando una striscia di capelli al centro della testa rasata che finiscono in due treccine sul davanti della maglietta bianca. Sono minuti di poesia, di delicatezza, il saluto perfetto di uno che si chiede perché ogni volta bisogna reiterare la pantomima di uscire e rientrare per i bis, ma poi si risponde «La verità è che mi piace essere desiderato».
Lo guardi e non capisci se ha cinquantacinque anni come sembra, settanta come suggerirebbe la voce, i venticinque che balenano da alcuni sorrisi veloci, o i 42 effettivi che dichiara quasi subito, confessando di non aver ancora imparato ad accordare le chitarre. La risposta è che gli anni non sono uguali per tutti e che per uno che ha cominciato a fare a botte con la vita (e non solo con quella) da ragazzino, che si è fratturato molte ossa (e non solo quelle) in un incidente, che si è perso per sentire meno dolore e che ha fumato milioni di sigarette infilate nel bocchino, è difficile misurare la maturità come per un altro comune mortale. Dopo il concerto stringe mani, si fa abbracciare, si mette in posa per le fotografie, si prende i complimenti e risponde grato, traccia disegni strambi sulle copertine dei dischi di chi gli chiede un autografo. Poi se ne va, camminando a fianco di Vinicio Capossela, mentre tutti ripensiamo alla grazia delle serate come questa.
Setlist
Darling enemies and friends
Ignore the days
Caresslessly
Seems almost impossible
Beneath the rose
Oh no
Walking on eggshells
Tell me it ain't so
For your eyes
Tiselltown seimming in blood (cover dei Destroyer)
Please daddy don't get drunk this Christmas (cover di John Denver)
What does it matter now
People
Abilene
....
Days of my youth
500 miles (cover di Hedy West)
There's only one name
Diggin' a grave
.....
You and me