Rock on the wild side: Yes, lo spirito è debole e la carne forte

Storie buffe e meravigliose per le domeniche d'estate 
Rock on the wild side: Yes, lo spirito è debole e la carne forte

Se dici rock e vegetarianesimo non possono che venirti in mente gli Smiths, per la loro “Meat Is Murder” che, oltre a conquistare nel 1985 il n. 1 in patria, convertì moltissimi fan, compreso un certo Thom Yorke, alla causa propugnata da Morrissey,. Gli Smiths però né erano tutti vegetariani (Morrissey proibì agli altri tre di farsi fotografare mentre mangiavano carne) né furono la prima band (parzialmente) vegetariana della storia del rock: questo primato va certamente agli Yes, che nel 1973 aderivano alla dieta cruelty free in 4 su 5.

Non era sempre stato così, ovviamente. Uno dei più accaniti futuri vegetariani e salutisti della band, il cantante Jon Anderson, ai tempi della vita in comune al 50A di Munster Road a Fulham, un quartiere di Londra, nel 1969, si segnalava per la scarsa igiene, anche alimentare. Nel ricordi di Peter Banks, chitarrista degli Yes fino al 1970, “non puliva mai il bagno e mangiava un sacco di cibo fritto. Questo accadeva molto prima della sua scelta vegetariana. Era un uomo da salsicce, uova e patatine. Non puliva mai la cucina dopo aver fritto. Quando alla fine se ne andò, scoprii un odore terribile provenire dalla sua vecchia stanza. Pensai: «Cos'è questo odore?». Sotto il suo letto trovai un piatto pieno di salsicce, uova e patatine che doveva aver lasciato lì da tre o quattro settimane. Era disperatamente disordinato e io correvo sempre dietro a lui, sventolando uno spolverino di piume e assillandolo: «Non lasciarlo lì - pulisci!»”.

Galeotto fu Eddie Offord, futuro ingegnere del suono della band, che fece la sua prima apparizione al banco di missaggio alla fine del 1969 durante le registrazioni di “Time And a Word”. Nonostante il suo stile di vita prevedesse l’uso intensivo di sostanze non esattamente legali, era un convinto vegetariano e salutista. Quasi tutti gli Yes, stanchi della dieta da rocker in tour, foriera di acne e disturbi intestinali, che stonavano con l’immaginario etereo ed escapista della band, capitolarono. Steve Howe, l’unico insieme ad Anderson a essere ancora oggi un convinto vegetariano, ricorda pure esattamente il momento della scelta: “Mi impegnai a diventare vegetariano in un hotel di New York il 9 febbraio 1972, a pranzo. «No, per me è finita», dissi. «Niente più carne o pesce». Non mi sono mai pentito di questa decisione e non mi è mai mancato nulla di ciò che mangiavo prima”, ha scritto nella sua autobiografia “All My Yesterdays”. A onor del vero, Howe ammette di non aver mai avuto feeling con gli alimenti suddetti. Ricordando la sua infanzia, ha scritto: “L'arrosto della domenica era l'unico pasto che non potevo sopportare e forse era un'indicazione del fatto che ero destinato a diventare vegetariano. Ci voleva molto tempo per cucinarlo, l'aroma sgradevole filtrava nel nostro appartamento e io sono abbastanza sensibile agli odori. Anche prima del pranzo domenicale facevamo spesso un salto a una bancarella locale che vendeva cozze e altre creature marine, la cui vista e il cui odore erano altrettanto disgustosi”.

Il fervore vegetariano giunse al suo apice nel 1973, in coincidenza con le registrazioni di “Tales from Topographic Oceans”, con la band da tre anni ormai sul tetto del mondo. Era la fine di luglio, e gli Yes stavano per iniziare a registrare il loro nuovo album ai Morgan Studios di Willesden, famosi per l’unico mixer a 24 piste presente in Inghilterra e per l’eccellente bar privato. Fu quest’ultimo dettaglio che spinse il tastierista Rick Wakeman, unico dissidente alimentare della band, a essere lì alle 9 di mattina, tre ore in anticipo. Stava sorseggiando piacevolmente un drink quando nel bar entrò un preoccupato Monty Babson, proprietario degli studios: “Rick, posso parlarti? I ragazzi della tua band... stanno bene? La vostra crew ha cominciato a scaricare da stamattina presto. Hai visto cosa hanno fatto allo studio? Vieni a dare un'occhiata”. Wakeman entrò nello Studio 3 e gli cadde la mascella: “Sembrava un'aia. C'erano steccati bianchi. Balle di fieno. Tutte le tastiere e gli amplificatori erano sistemati su pile di fieno. Sono stato l'unico tastierista che ha dovuto rimandare indietro la sua tastiera per ripararla perché aveva i pidocchi. Era incredibile. C'era anche una mucca a grandezza naturale, ritagliata in cartone, con mammelle mobili alimentate elettricamente. Era esilarante! Era assolutamente ridicolo”.

Tutto era partito da Jon Anderson: “In realtà volevo registrare “Tales From Topographic Oceans” in una tenda in un bellissimo bosco che avevo trovato. Ho pensato che avremmo potuto seppellire un generatore a 300 metri sotto terra in modo da avere l'elettricità nella tenda. Avremmo potuto registrare lì e avere tutti questi suoni naturali intorno a noi. Quando l'ho proposto, tutti hanno detto: «Jon: ma vaffanculo, va’!»”. Ed ecco il genio: fu Brian Lane, manager della band, per perculare Jon, ad avere l’idea della scenografia campestre, che lasciò sbalordito anche un Ozzy Osbourne che stava registrando “Sabbath Bloody Sabbath” nell’adiacente Studio 4: “Oh, bello, è proprio come essere in campagna”. Solo che Jon non colse l’ironia. Secondo Chris Squire, “dopo un paio di giorni mucche e balle sono state buttate in un angolo!”.

E però l’ironia di Lane batteva su un tasto dolente. In tempi in cui era difficilissimo procurarsi cibi vegetariani, a meno di non mangiare sempre e solo formaggio, gli Yes scoprirono che a Londra esisteva UN, dico UN negozio di alimenti biologici: “Whole Food”, in Baker Street, a una mezz’oretta di auto dai Morgan Studios, gestito da Jim Halley. Per farla breve: prima cominciarono a passare ogni settimana per fare la spesa; poi Halley, fiutando l’affare e sapendoli impegnati nelle registrazioni, si fece fare le ordinazioni per telefono e ordinò al suo personale di caricare sacchi di tofu, crusca e verdure biologiche nelle limousine vuote della band; quindi gli Yes gli chiesero che fosse lui stesso a portar loro il cibo; dunque ne divenne amico e, quando fu il momento di partire per il tour mondiale, se lo portarono dietro. Finì che divenne il personal manager della band.

Wakeman, intanto, friggeva: e non salsicce. I dissensi con la band aumentavano: in particolare trovò ridicolo che Anderson avesse tratto un intero concept da un articolo del “Sunday Times” sulla letteratura sapienziale indiana, millantando di averne letto i testi fondamentali. Ciò si aggiungeva alla differenza riguardo a dieta e stile di vita: “Ogni domenica a pranzo andavo al pub a giocare a freccette, a mangiare pollo al curry e a fare il cattivo ragazzo. Questo era totalmente l'opposto di tutti gli altri: loro andavano verso la stratosfera e io verso il Dog & Duck Pub!”. Così, dopo le 5 serate al Rainbow Theatre di Londra, dal 20 al 24 novembre 1973, Wakeman diede le dimissioni dalla band, con un tour europeo e uno USA da affrontare. Brian Lane, Steve Howe, il bassista Chris Squire e Phil Carson dell'Atlantic lo implorarono di restare almeno per i tour. Rick accettò. Ma l’insofferenza è una brutta bestia. Quattro giorni dopo avvenne il fattaccio, sul palco della Manchester Free Trade Hall: “C'era un pezzo in particolare - non ricordo come si chiamava - in cui avevo poco o nulla da fare. E quello che dovevo fare non mi piaceva particolarmente. Ero seduto lì, annoiato a morte. Avevo bevuto un bel po’ di pinte mentre suonavamo, e la birra ha un effetto mentale notevole sulle persone. Di solito dopo otto o nove pinte la parola "curry" ti balena nel cervello. All'improvviso mi è balenata... CURRY!”. Rick guardò il fido tecnico delle tastiere, John Cleary, e gli disse: “John, andremo a mangiare il curry quando tutto sarà finito”. Ma, col frastuono degli Yes, lo scudiero di Wakeman capì solo “curry”. 20 minuti dopo era steso sotto le tastiere: “C'era un profumo delizioso... Mi porse un pollo al curry, qualche focaccina e una cipolla bhaji. Così l'ho messo sull'organo... e l'ho mangiato”. In quel momento, Jon Anderson, di bianco brillante vestito, avvolto dai raggi laser, fece una pausa nel cantato e si voltò verso i compari che producevano un fragoroso vortice sonoro. E vide Wakeman: “Non ci credo: sta mangiando il curry!”, sbalordì. Ma vide anche la focaccina: si mosse a passi decisi verso il fellone, afferrò la focaccina e... se la mangiò, divertito. Howe, invece, duro e puro, guardava l’immonda scena disgustato.

Wakeman si sarebbe presto presa la sua rivincita. In partenza per gli USA, gli Yes decisero di assumere un cuoco per ovviare all’annoso problema del cibo: avrebbe cucinato veg per Jon, Steve, Chris e il batterista Alan White, e carne per Rick. Il 12 gennaio 1974, primo sabato del tour, lo chef chiese a Wakeman: “Ti va un bell'arrosto domani?”.

“Porca miseria, se ho voglia di un arrosto!”.

“Beh, non te l'ho chiesto prima perché non ha senso cucinare un arrosto per una sola persona, ma ho saputo che mangeranno con noi il tuo manager e il tuo commercialista David Moss, e nessuno dei due è vegetariano. Che ne pensi?”

“Assolutamente sì”.

“Bene, Rick, oggi andrò a comprare un tacchino da urlo con tutti i contorni”.

L’indomani, dopo aver suonato al Centro civico di Baltimora, nel Maryland, Wakeman tornò in hotel “praticamente galleggiando sulla saliva alla prospettiva di quell'arrosto”. Lo chef servì prima i vegetariani. Poi portò in tavola un enorme vassoio d'argento su cui trionfava un tacchino di 22 libbre, ben dorato, con salsicce avvolte nella pancetta, patate e pastinache. Tutti smisero di mangiare; alcuni rimasero con la forchetta in aria.

Jon chiese: “Cos'è quello?”.

“È un tacchino arrosto, Jon".

“Sì, lo so che è un arrosto di tacchino, Rick, ma cosa ci fa qui?”.

Lo chef iniziò a servire il tacchino; il profumo per Wakeman era struggente. Qualcuno azzardò: “Ehm, potrei assaggiare delle pastinache arrostite, per favore?”.

“Mi dispiace, ragazzi, sono cotte nel grasso d'oca”, fece lo chef.

“E le patate?”

“Grasso d'oca. Rick, petto o coscia?”.

A parte Howe, impassibile, tutti gli altri fissavano ogni boccone di Wakeman. Finirono in fretta di mangiare e sgombrarono. Pochi minuti dopo, la porta si aprì. Era Alan White: “Va bene, Rick. Stavo pensando, so che sono vegetariano e tutto il resto, ma ad essere onesti, ogni tanto mangio un pezzo di carne bianca. Non è che potrei provare un po' di tacchino?”.

“Alan, certo che puoi... mangiane un po', serviti pure”.

“Ok, grazie, ma lo porterò in camera mia, se non è un problema”. E se ne andò di corsa.

Cinque minuti dopo, entrò Jon: “Va bene, Rick. Stavo pensando che ogni tanto mangio un po' di pollo, quindi mi chiedevo...”.

“Serviti pure, e buon appetito, Jon”, offrì Rick.

“Grazie, Rick. Però me lo porto in camera, se non ti dispiace".

Dieci minuti dopo, ecco Chris: “Va bene, Rick... Io, ehm...”

“Serviti pure”.

Lo chef aveva un sorriso che andava da un orecchio all’altro: “Probabilmente è meglio se non dici nulla a nessuno, amico mio...”. Insomma: talvolta, la carne è forte, e lo spirito è debole.

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