Marracash: “Se non vinci con le tue idee, non è vincere”
The king of rap, nonostante i grandi traguardi degli ultimi anni, è emozionato nel parlare di “Marrageddon” (qui potete leggere il cast del festival diviso in due grandi date uniche). Quel brivido quasi lo conforta perché vuol dire che c’è ancora tanto da conquistare e che l’amore per l’hip hop è sempre la sua bussola. È emozionato non solo perché, proprio come un gigante quale è, si è preso sulle spalle un intero genere, portandolo a ottenere il suo primo mega festival in Italia, un’operazione tanto musicale quanto culturale, ma anche per il modo con cui ha ottenuto questo risultato. A suo modo. Stupendo e lasciando la mascella a terra a tutti quelli che pensavano che, dopo un tour da 250.000 presenze, avrebbe annunciato una data a San Siro come altri colleghi. E invece no, ha preso un altro sentiero, ha puntato ancora al cielo, si è posto una sfida più significativa. Qualche cosa che riguarda lui, ma non solo. “Marrageddon” è una vittoria per tutti quelli che amano il rap.
“Marrageddon” si può vedere anche come un grande atto di indipendenza del rap?
“Per me è così. Siamo in un Paese anomalo dove molti mezzi di comunicazione sono rimasti interni a un determinato contesto, al contrario di altre nazioni come per esempio la Francia. La scena rap italiana non è riuscita a cementificare tutto quello che ha prodotto e quando lo ha fatto, sono stati episodi sporadici. Per questo motivo non si era ancora arrivati a qualche cosa di questo tipo, a qualche cosa che io oggi trovo necessario e liberatorio: un festival rap”.
Come definiresti “Marrageddon”?
“Un festival di genere. Un festival rap con la direzione artistica di un rapper. E questo è indubbiamente qualche cosa di nuovo per l’Italia, nonostante a livello internazionale ci siano già casi di questo tipo. È importante ribadire che il genere al centro è il rap perché non è un evento che mira a ibridazioni. Penso per esempio al Nameless, un festival che guarda alla musica giovanile e che comprende anche il rap, ma non ha il focus in un genere”.
Come hai scelto i nomi del cartellone?
“Ho puntato ai più grandi, cercando di averne il più possibile. Non ci sono retro-pensieri. Nei prossimi mesi annunceremo altri nomi un po’ più piccoli e anche degli emergenti. La volontà è quella di essere il più rappresentativi possibile per una scena. Io sarò l’headliner, non so se interagirò anche con gli altri nomi negli altri set. È prematuro dirlo, mi riservo del tempo per capire bene come sarà la struttura. Di certo l’impostazione non è alla Jova Beach Party, non voglio essere costantemente presente, ‘Marrageddon’ è più vicino a un festival come il Coachella”.
Ti immagini degli eventi collaterali a corredo del festival?
“La questione panel o similari è difficile. Intanto perché la maggior parte dei grandi festival sono propriamente musicali. Mettono al centro di tutto i concerti, non altro. E poi questa idea del ‘secondo palco’ in cui far avvenire situazioni di questo genere, rischia di rompere il ritmo dei concerti. Dopo un live esplosivo, beccarsi uno che parla secondo me ti fa dire ‘che palle’. A meno che non si riesca a coinvolgere qualcuno capace di dire cose davvero dirompenti, se no il rischio retorica è dietro l’angolo. E io non voglio dare spazio alla retorica, ce n’è già abbastanza. Rimango apertissimo all’idea che ci possa anche essere altro, ma è proprio difficile immaginare il come, senza rompere il mood dei concerti”.
In Italia molti mega festival, al contrario di quelli esteri, non sono accoglienti nei confronti del pubblico. Ci sono poche zone per ritagliarsi un attimo di tranquillità o di libero movimento. Lavorerai anche su questo fronte?
“È un tema interessante che voglio approfondire. Sono tutti elementi che valuteremo senz’altro. Abbiamo voluto annunciare i big del cast perché mi sembrava giusto dare un primo grande segnale, ma sul fronte vero e proprio della realizzazione faremo tante e diverse valutazioni, abbiamo tempo".
Nella data di Napoli sarai con Gué e riproporrete “Santeria”. I fan hanno accolto la notizia con grandissimo calore. Ci saranno delle sorprese?
“Sì, ma non posso dire di più. Non voglio creare aspettative troppo alte (ride, ndr), nel senso che non ci sarà materiale nuovo: riproporremo il progetto originale. Ma sì, ci saranno sorprese sul live”.
Hai preso un genere sulle spalle e lo hai portato a ottenere il suo primo mega festival. Come stai vivendo questa responsabilità?
“Sono molto emozionato. Lo ero anche mentre ne parlavo in conferenza stampa. È un’emozione che mi stupisce e mi fa contento. Io non riesco a pensare troppo al futuro. La consapevolezza è qualche cosa che si conquista piano piano, a cose fatte e vissute. Io per questo non ne ho molta su quello che avverrà, vivo le sfide, con tutti i rischi che queste si portano dietro, senza rimuginare o pensare troppo”.
Dopo i successi di questi anni e i grandi numeri dei precedenti tour, ci si aspettava l’annuncio di una data a San Siro. E invece hai voluto fare qualche cosa di diverso e nuovo. Non perdi il gusto per le sfide?
“Questa probabilmente è la soddisfazione più grande: realizzare qualche cosa di coerente con il mio percorso. Il mio ruolo negli anni, un ruolo che in qualche modo mi si è cucito addosso, è sempre stato quello di non fare qualche cosa che è già stata fatta. Seguire il mio istinto, la mia voglia di andare oltre, mi ha ripagato. E poi io penso che non c’è vero appagamento se non vinci a tuo modo. Se non vinci con le tue idee, non è vincere. E sono contento che questa visione sia diventata un punto di forza nella mia carriera”.