Il disco del giorno: George Harrison, "All Things Must Pass"
George Harrison, "All Things Must Pass" (2 Cd EMI 724353047429)
Dato che nell’ultimo periodo di attività dei Beatles gli altri membri del gruppo non avevano prestato molta attenzione alle sue proposte, George Harrison si ritrovò dopo lo scioglimento della band a realizzare il suo primo album solista di canzoni (i due dischi precedenti erano composti da brani strumentali) potendo contare su una quantità enorme di pezzi a sua disposizione, e decise di inciderli tutti pubblicando un album triplo, cosa che all’epoca fu giudicata con perplessità.
La cosa in effetti sarebbe potuta sembrare eccessiva se la qualità dei brani accumulati nel tempo da Harrison fosse stata di scarso valore, ma così non era e "All Things Must Pass" rimane uno dei più begli album nella storia del rock proprio in virtù della forza delle composizioni di Harrison, che riescono a distanza di molti anni a sopravvivere anche alla produzione eccessiva di Phil Spector e del suo Muro del Suono (certo l’unica cosa davvero datata del disco), che spesso ingigantisce in maniera elefantiaca le canzoni con decine di strumenti e cori non sempre necessari.
Fortunatamente il disco contiene anche pagine immuni da questo trattamento, come la bellissima iniziale "I’d Have You Anytime", scritta assieme a Bob Dylan di cui George realizza anche una magnifica versione di "If Not for You." La tenuta artistica del disco è altissima, e a parte qualche brano più debole come "I Dig Love" e "Art of Dying" i brani contenuti sono tutti memorabili cominciando dalla celebre "My Sweet Lord", che nonostante le varie sentenze non è stata plagiata proprio da niente e rimane nel suo genere un classico (i giudici che hanno condannato Harrison non hanno ritenuto di dover applicare la stessa severità, chissà perché, a un brano come "Start!" dei Jam, interamente copiato dalla sua "Taxman") ma sono splendide anche "Isn’t It A Pity", "What Is Life", "Let It Down" e "Run of the Mill" che rimangono tra i suoi brani più belli, mentre la title-track è commovente e solo due egomaniaci totali come Lennon e McCartney hanno potuto scartarla senza prenderla in considerazione. Molto si è malignato sulla finale "Apple Jam" interamente strumentale, ma al confronto con gli squallidi prodotti del rock-marketing odierno ascoltare Harrison, Eric Clapton, Billy Preston e Ginger Baker darci dentro improvvisando e divertendosi come matti a tempo di boogie scalda davvero il cuore.
Carlo Boccadoro, compositore e direttore d’orchestra, è nato a Macerata nel 1963. Vive e lavora a Milano. Collabora con solisti e orchestre in diverse parti del mondo. E’ autore di numerosi libri di argomento musicale.
Questo testo è tratto da "Lunario della musica: Un disco per ogni giorno dell'anno" pubblicato da Einaudi, per gentile concessione dell'autore e dell'editore.
