Le 72 stagioni all’inferno dei Metallica

Storia e mood di "72 Seasons", il nuovo album dei Four Horsemen
Le 72 stagioni all’inferno dei Metallica
Credits: Sebastiano Tomà / Concessione in uso a Rockol

Arthur Rimbaud nel 1873 ha soggiornato a sud del Paradiso – come direbbero gli Slayer – per una sola stagione (due mezze stagioni abbondanti, a voler essere pedanti: da aprile ad agosto) durante la quale ha completato il suo poema in prosa Una stagione all’inferno. I Metallica fanno le cose decisamente più in grande e nel loro nuovo album, 72 Seasons, di stagioni infernali ne immortalano e raccontano ben 72 – ossia quelle che segnano l’arco di 18 anni, il periodo della vita di una persona che traghetta alla maggiore età. Già, perché l’LP numero 11 dei Four Horsemen (numero 12 se vogliamo includere la collaborazione con Lou Reed per Lulu) si presenta come una sorta di concept con rete a maglia larga, ma molto ben definita, all’insegna dei traumi della crescita e – nello specifico – quelli affrontati dal chitarrista/cantante e autore dei testi James Hetfield durante i suoi travagliatissimi anni giovanili. Tant’è che il titolo del disco avrebbe dovuto essere un più didascalico e diretto 72 Seasons Of Sorrow, come ha dichiarato Hetfield stesso recentemente.

Un viaggio di autoanalisi

Una tematica decisamente pesante, all’insegna di un viaggio di autoanalisi che si dipana sotto agli occhi di tutti e non è un mero – e forse semplicistico, a ben vedere – mettersi a nudo abbassando le difese, ma propone riflessioni e prese di coscienza giunte ora, alla soglia dei 60 anni, facendo tesoro del bagaglio di esperienze di una vita. Se a tutto ciò addizioniamo il carico da novanta di un divorzio recente con l’ormai ex compagna Francesca Tomasi – dopo 25 anni di matrimonio – e di un nuovo percorso di rehab per disintossicarsi, è ancora più chiaro che lo stato d’animo del buon Hetfield (che non si è decisamente fatto mancare nulla a livello di guai e casini assortiti) non poteva essere certo spensierato o leggero… la voglia di scavarsi dentro doveva necessariamente avere la meglio su tutto il resto, come se fosse ormai il tempo di tirare una riga e chiudere il bilancio.

Introdotto il mood di 72 Seasons, andiamo al sodo. Ma prima c’è una formalità da sbrigare. Siete pronti? Sappiate che lo devo fare e non per contratto o per via di chissà quali accordi sottobanco, ma perché quando si tirano in ballo i Metallica è buona pratica igienica introdurre l’argomento con una frase di rito che, per quanto stra-ripetuta, sembra faticare a piazzare le ventose sulla superficie di molte masse cerebrali: i Metallica del 2023 non sono più, ovviamente, i Metallica degli anni Ottanta, quindi non proviamo nemmeno a pensare a masterpiece dell’epopea metal come Kill ’Em All, Ride The Lightning e Master Of Puppets quando parliamo di un loro nuovo album. I capolavori li hanno snocciolati decenni fa, posizionandosi saldamente sulla cima del Monte Olimpo dell’heavy e del rock – dove restano ben saldi – e non ha senso continuare a citarli a ogni nuova uscita. Del resto è un discorso che non va da nessuna parte e ha lo stesso peso specifico di un “cordiali saluti” in fondo a una mail: è pericolosamente alle soglie del fastidioso, non dice davvero nulla e soprattutto vale genericamente per tutti. Perché neppure gli AC/DC hanno più rifatto un Let There Be Rock o un Back In Black; gli Iron Maiden non hanno mai bissato un The Number Of The Beast o un Powerslave; e i Rolling Stones non hanno mai ricreato un Let It Bleed o un Exile On Main Street (…non è il caso di continuare con gli esempi: ci siamo capiti).

Ma nel caso dei Metallica la faccenda si fa ancora più intrigante perché, se ci pensiamo, praticamente fin da Kill ’Em All (1983), in crescendo, ogni nuova uscita della band ha suscitato critiche: l’esordio era “solo casino”, in Ride The Lightning c’era una ballad (“Fade To Black”: offesa imperdonabile se perpetrata da una thrash metal band), per non parlare – facendo un salto in avanti – del “tradimento” del Black Album e dell’ambo secco sulla ruota di Paperopoli Load/Reload; e poi St. Anger con la sua produzione dadaista e privo di assolo di chitarra, la collaborazione con Rubin e il tentativo di ritorno alle origini inaugurato con Death Magnetic (tacciamo sul bagno di sangue innescato da Lulu) e così avanti fino a 72 Seasons.

I Metallica hanno continuato ad andare per la loro strada

In pratica sembrerebbe che da sempre i Metallica, come dice la saggezza popolare, “come fanno, sbagliano”. La verità è che – ci piaccia o no – il thrash’n’speed (metal) vero e proprio per loro è stato una fase durata un lasso di tempo piuttosto breve e già alla seconda uscita si sono mostrati scalpitanti nell’intento di cambiare, provare altre soluzioni ed esplorare territori più variegati. Cosa che ai fan più duri e puri non è piaciuta per niente da subito… e figurarsi con la svolta più mainstream del Black Album. Da lì in poi è diventato un duello fra robottoni da cartone giapponese anni Settanta: da una parte il vecchio pubblico che rinnegava il cambiamento di rotta dei Metallica, dall’altra i Metallica che sembravano deliberatamente voler fare incazzare chi li criticava e andavano sempre più verso territori rock/hard rock (con risultati non eccelsi ma, col senno di poi, discreti – anche se un po’ troppo lontani dalla loro pur volatile essenza). Neppure il nuovo corso degli anni Duemila, con lo sbandierato “ritorno alle radici” è servito a riconciliare le parti in causa che, evidentemente, non sono più compatibili. Ma, nel turbine di questo gioco, i Metallica hanno continuato ad andare per la loro strada, a riempire stadi e arene, a sfornare dischi e a essere indiscutibilmente una delle più grandi metal band sulla piazza, a livello di seguito e notorietà.

Tra mainstream ed esuberanza giovanile

Quindi com’è 72 Seasons, al netto dei paragoni sterili di cui sopra, eliminando ogni pulsione alla caccia al capolavoro e considerata la natura dei Metallica? È un buon disco dei Four Horsemen nella loro incarnazione degli ultimi due decenni abbondanti e molto probabilmente non ci si poteva attendere di più. Se vogliamo andare un po’ più a fondo, è un tentativo – chissà se studiato a tavolino o istintivo – ricco di mestiere di coniugare la loro anima più rock e mainstream degli anni Novanta con quella dell’esuberanza giovanile (alcuni riff e brevi passaggi richiamano addirittura Kill ’Em All, fatte le debite proporzioni). La produzione suona contemporanea e solida, macinare riff non è mai stato un problema per la premiata ditta Hetfield/Ulrich/Hammett (mi perdoni Trujillo, ma è palese che dopo la tragedia che si è portata via Cliff Burton lo slot di bassista nei Metallica è stato occupato da ottimi professionisti, ma non da veri e propri membri della band), i cantati sono in gran parte convincenti e almeno tre dei quattro singoli che hanno preceduto l’uscita hanno le potenzialità per diventare presenze fisse – o quasi – nelle scalette live (Lux Æterna al 100%). Quindi un ascolto gradevole e a tratti quasi sorprendente, in particolar modo per chi – magari – i Metallica li ha scoperti e amati nella loro seconda fase.

72 Seasons non è un album sintetico, anzi: i Metallica già dal secondo disco hanno manifestato questa tendenza che li porta a dilatare, a loop di riff suonati all’infinito o quasi, aggiungere passaggi e frazioni allungano i brani. Col tempo – e soprattutto negli ultimi 20 anni o poco più – quell'inclinazione pare essersi consolidata e infatti 72 Seasons ha una durata che supera i 77 minuti (77’:14” per l’esattezza)… un tour de force che può richiedere più session di ascolto. I Metallica odierni dovrebbero imparare a praticare l’arte dell’auto-editing, eliminando ciò che non è davvero essenziale alle loro composizioni. Ma sicuramente a loro interesserà poco un rilievo del genere e se la rideranno (un po’ come ha fatto Hammett con chi ha criticato pesantemente i suoi solo in 72 Seasons): del resto è un loro pieno diritto.

Ma, per chiudere questo rant in bellezza, è altrettanto sicuro che molti di quelli che non compreranno questo nuovo album – perché poco attirati dai Metallica A.D. 2023 – si troveranno sotto a un palco per vederli dal vivo, dimensione in cui la band continua a essere una macchina da guerra.

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