Il successo può essere brutale: il docu-film di Lewis Capaldi

La Sindrome di Tourette, le pressioni dei discografici, le crisi: non la classica agiografia.
Il successo può essere brutale: il docu-film di Lewis Capaldi
Credits: Valerio Gioviani / Concessione in uso a Rockol

Ecco a voi un cantautore il cui album d’esordio ha venduto più di dieci milioni di copie. Più di un milione di biglietti venduti per i suoi concerti, partendo dai club per arrivare agli stadi e ai grandi festival in tutto il mondo. E ha fatto tutto questo restando sempre sé stesso”, dice lo speaker, annunciando l’ingresso di Lewis Capaldi durante un keynote. Neanche il tempo di sedersi sulla poltrona sul palco, davanti alla platea, che il cantautore comincia subito a fare scatti, ad avere pesanti tic. I sintomi della Sindrome di Tourette di cui la voce di “Before you go” ha rivelato di soffrire lo scorso anno vengono mostrati agli spettatori sin dai primi frame di “Lewis Capaldi: How I’m feeling now”, il docu-film dedicato al rosso cantautore scozzese appena uscito su Netflix. Diretto dal vincitore ai Bafta Joe Pearlman - già al lavoro su uno speciale per il ventennale della saga di “Harry Potter” - il film non parla della lotta di Lewis Capaldi contro la Sindrome di Tourette, sebbene quest’ultimo aspetto sia centrale. Quanto, piuttosto, degli effetti che la popolarità ha avuto su un ragazzone di provincia, catapultandolo dalla sua cameretta ai vertici delle classifiche mondiali in una manciata di mesi, senza neanche dargli il tempo di prendere le misure con il successo.

La mia è una corsa contro il tempo per migliorare il mio stato mentale”, dice Capaldi in uno dei passaggi più toccanti del docu-film. Non sembra lo stesso che nei video d’archivio di quattro anni prima diceva, sicuro di sé: “D’ora in poi inizerò a scalare la vetta della celebrità”. Era il 2017, l’anno di “Bruises”, la primissima hit: 2,4 milioni di copie vendute solo nel Regno Unito. Un anno più tardi sarebbe arrivata “Someone you loved”: niente sarebbe stato più lo stesso nella vita di Lewis. “Venivo qui con i miei amici e ci ubriacavamo sempre. Non c’erano targhe o dischi di platino appesi ai muri”, confessa al cameraman, portandolo nella cameretta in cui nacque “Someone you loved”. “Hold me while you wait” e “Before you go” nel 2019 ne consolidano il successo, l’album “Divinely uninspired to a hellish extent” si conferma un successo globale da 10 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Uno degli esordi più scoppiettanti del pop internazionali nell’era dello streaming: “Someone you loved” con 562 milioni di streams viene nominata addirittura “la canzone più streammata di sempre nel Regno Unito”. Ma non è tutto oro - o platino - quel che luccica.



Il focus di “Lewis Capaldi: How I’m feeling now” non è la scalata al successo del 26enne cantautore scozzese. Lo dice il titolo: il docu-film si concentra sul presente di Lewis Capaldi, raccontando l’impatto del successo sulla sua vita di un ragazzo che non aveva esattamente il phisique du rol della popstar, né fisicamente né mentalmente (nonotante la palestra con anni di gavetta nei locali scozzesi: “Ho suonato in pub di merda dove a nessuno frega niente di te”, dice). Un successo che l’ha travolto. E l’ha fatto schiantare. I tic legati alla Sindrome di Tourette, mostrati qui e là nel corso del documentario, sono solo il sintomo più evidente di un disagio profondo: “Non sono sicuro delle mie capacità da autore e la mia insicurezza è aumentata con il successo - confessa lui, che rivela di soffrire anche della sindrome dell’impostore, alle prese con la scrittura dell’ideale successore di “Divinely uninspired to a hellish extent” - quando il primo album va così bene pensi: ‘Posso farne un altro così?’. Quindi sei sempre in tensione. Puoi essere il migliore per un anno, forse. Il tempo vola. Ci ho messo una vita per il primo e appena un anno per il secondo”. Avrà anche un milionario conto in banca, ma dentro di sé Capaldi nasconde un dolore. C’è qualcosa che si è spezzato e chissà se sarà mai possibile ripararlo. Lo canta nel provino di una canzone: “Can’t even begin to explain / this all too well familiar pain / it comes and it goes / and it leaves me alone in the end”.



Le telefonate di manager e discografici sono come rintocchi di campana inquietanti che allertano Lewis Capaldi: il tempo sta per scadere. Non solo quello per la consegna del disco. È anche il suo, di tempo, che rischia di scadere: “Potremo dire che hai avuto il tuo momento”, lo consola la mamma in una scena del docu-film, mentre Lewis fissa il cielo, impotente mentre i tic gli fanno alzare le spalle e mandare la testa leggermente all’indietro. “Parliamo di scadenze. Come ben sai vogliamo una prima in classifica l’anno prossimo. Quando sarà pronto quello che stai scrivendo ora?”, lo sollecita il manager Ryan Walter. “Questo documentario nasce con l’intento di seguire il processo creativo del ‘difficile secondo disco’, ma finisce per essere un ritratto su come le pressioni che seguono il successo incidano nella vita di un giovane artista, esplorando inoltre uno dei temi fondamentali del nostro tempo: la salute mentale”, spiega Sam Bridger, a capo della Pulse Films, la casa di produzione dietro alla pellicola. Bridger aggiunge: “È un accesso, senza filtri, nella vita di una delle più grandi star del pianeta e testimonia il coraggio di Lewis e del suo team che ci hanno invitato ad entrare nel loro mondo”.

Ad un certo punto Lewis fa armi e bagagli e lascia il Regno Unito: direzione Los Angeles, per lavorare insieme ad alcuni hitmaker del pop statunitense ai brani che faranno parte del nuovo disco. Il docu-film arriva a poco più di un mese dalla data d’uscita dell’album, che è stata annunciata: “Broken by desire to be heavenly sentarriverà il 19 maggio. Le premesse sono buone: i singoli “Forget me” e “Pointless” hanno regalato al cantautore scozzese rispettivamente la sua terza e quarta hit al numero uno nel Regno Unito, un traguardo, quest’ultimo, raggiunto da artisti come Whitney Houston, Cher, One Direction, Jay-Z, Pharrell e Justin Timberlake. L’idea trainante dietro la creazione del nuovo album, racconta Lewis nel docu-film, è semplice ma potente: fare esattamente la stessa cosa del primo disco. Niente loop, artifici o feat con stelle della musica: un disco onesto e diretto, esattamente come il primo. È tornando a lavorare con gli stessi collaboratori del disco d'esordio che Lewis Capaldi trova la quadra: “Non volevo creare un nuovo suono o reinventarmi. Le canzoni che volevo scrivere erano brani emozionanti, sull’amore e la perdita. Molto di questo disco è stato composto con le stesse persone con cui ho lavorato per il mio primo album: TMS, Phil Plested, Nick Atkinson e Edd Hollowat hanno creato la maggior parte del disco. C’è almeno uno di loro in quasi tutti i brani”.

Il suo nuovo tour, che lo vedrà protagonista anche in Italia con un'unica data, il 31 maggio 2023 al Mediolanum Forum di Milano, ha registrato il tutto-esaurito in Gran Bretagna e lo porterà ad esibirsi anche ai festival di Reading & Leeds e al Glastonbury in qualità di headliner. La Sindrome di Tourette è sempre lì. Una compagna di vita ormai: “Per ora, ne vale la pena. Ma se arriverà a un punto in cui mi starò facendo un danno irreparabile, smetterò - ha detto in un’intervista al Sunday Times - odio l’iperbole, ma è una possibilità molto concreta che dovrò mettere via la musica”.

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