Marc Jordan, la storia di "Lost in the Hurrah"
MARC JORDAN – Lost in the Hurrah
Warner Bros, 1979
(Marc Jordan)
Storia di solitudine in mezzo a gente che non si accorge del male perché accecata dal bene. Storia di momenti difficili in un posto dove percepisci l’oceano come fosse un deserto blu. Canzone straordinaria e poco conosciuta. Una scheggia d’anima, un guizzo intuitivo sublime che dà il giusto identikit per scoprire l’entità fluidamente indefinibile della musica californiana anni Settanta, quella che cercava di estendere ulteriormente il suo già solido patrimonio cantautorale dando consistenza a un codice intenso e originale dove il pop si miscelava con l’r&b e il jazz.
Jordan aveva già affrontato l’argomento di disagio esistenziale l’anno prima con la stessa metafora del deserto, in quel caso rosso, con un altro incredibile capolavoro di cantautorato colto intitolato appunto "Red Desert" e pubblicato con un testo decisamente suggestivo: “Deserto rosso / Sono negli Stati Uniti / Nascondendomi a Brooklyn / Soffocando a Los Angeles / Sotto la vernice scrostata / E sotto la latta arrugginita / Si poteva quasi vedere l’alba / Anche se il raggio di speranza era sottile”. E anche allora il racconto di disillusione era autobiografico. Infatti Marc Jordan, canadese nato a Brooklyn e figlio d’arte (suo padre Charles era un buon cantante), incise alcuni singoli senza successo che però attirarono l’attenzione di Gary Katz,
il produttore degli Steely Dan, e un contratto con la Warner Bros.
Nel 1977 Jordan si trasferisce a Los Angeles e sotto l’egida di Katz incide "Mannequin", imponente album di cantautorato colto, supportato da grandi musicisti dell’area californiana. Purtroppo la qualità artistica del prodotto non si abbinò con l'esito commerciale, ciononostante la Warner, consapevole del grande talento di Jordan, decise di sostenerlo nell’incisione di un secondo lavoro, seppur con il vincolo di una stampa realizzata in numero limitato. In quei giorni, il giovane cantautore australiano Steve Kipner aveva appena pubblicato, per la Warner, "Knock the walls down", e Gary Katz fu sbalordito dalla corposa musicalità e dalla cerebrale ricercatezza di particolari sonori che la produzione di Jay Graydon era riuscita a conferirgli, così suggerì a Jordan di farsi produrre proprio da Graydon, sicuro che gli avrebbe fornito una supervisione altrettanto accurata. L’autorevole referenza di Katz spinse Jordan a gran velocità verso Graydon che, con entusiasmo, gli aprì le porte dei suoi Garden Rake Studios.
Jay, dal canto suo, stava iniziando a pensare sempre più da arrangiatore e produttore piuttosto che da puro sessionman. La metamorfosi completa si sarebbe verificata nei dischi di Al Jarreau, nei quali Jay avrebbe quasi totalmente dedicato la propria professionalità alla produzione, agli arrangiamenti e alle chitarre ritmiche, riducendo drasticamente il numero degli assoli. Ma Marc fece ancora in tempo ad avvalersi, oltre che del Graydon meticolosissimo produttore, anche del Graydon virtuoso chitarrista. “Graydon portò molte idee interessanti nel disco” ha detto Jordan, “e credo che alcuni dei suoi più grandi assolo di chitarra siano lì”.
Per l’album "Blue desert" Jordan scrisse tutti i brani da solo concependolo con l’intento di creare un prodotto più morbido e dinamico e più facilmente veicolabile rispetto al precedente, non disdegnando di introdurvi, grazie alle intuizioni di Graydon, qualche sperimentazione. La solidità e la completezza del materiale di Jordan non resero necessaria, contrariamente a pressoché tutte le altre produzioni della carriera del chitarrista (come ad esempio in "This time" di Al Jarreau), la sua collaborazione al songwriting. Jay si occupò esclusivamente della produzione, della scrittura degli arrangiamenti (insieme allo stesso Jordan e a Michael Omartian), oltre che dell’esecuzione di tutte le partiture di chitarra. La partecipazione di alcuni
fra i migliori musicisti disponibili a Los Angeles (fra cui Jeff Porcaro, Greg Mathieson, Ray Parker Jr, Dean Parks, Ernie Watts, Bill Champlin), donò all’album quei meravigliosi suoni su cui si sarebbe poi magnificamente incastrato il timbro leggermente nasale, e dalla prosa intellettuale, di Jordan.
Ne venne fuori un album brillantissimo, tra i più raffinati dell’epoca. Ci sono diverse canzoni da ricordare, come "Generalities", "I’m a Camera", "Twilight", ma la più bella è certamente "Lost in the Hurrah", episodio radioso e ricco di classe, intriso di quella
raffinata musicalità derivata dalla nobile fusione di pop, soul e jazz. Liricamente è una storia privata di Jordan messa su pentagramma: “La scrissi per un mio amico che si era trasferito a Los Angeles nello stesso periodo in cui l’ho fatto io. Passò un momento difficile, ma per fortuna riuscì a superarlo”. Il rendiconto di un certo modo di vivere del Sud California di quel tempo. Lo stato magazzino con le insegne al neon che diventa paradiso dei pellegrini, dei diseredati, degli sfortunati, dei perdenti e dei sognatori. Il significato di questa canzone ricorda per certi versi quello narrato in "It Never Rains in Southern California" di Albert Hammond. Un canzone apparentemente “innocua” dove si parla di un uomo che se ne va a Hollywood in cerca di
fama e fortuna, ma non trova né l’una né l’altra. E come succede in "Lost in the Hurrah" il personaggio alla fine fa i conti con la nostalgia, il che non aiuta affatto i suoi sentimenti di inadeguatezza.
È il ritratto di un misfatto generazionale di un’umanità tradita da un mondo che funziona illudendola: “Vuoi tanto e provi a impegnarti / Fai delle cose che non dovresti fare / Non per amore o per le urla della folla / Hai perso i tuoi amici e ora sei solo / Hai guidato come un eroe a Los Angeles / Guardando l’orizzonte scivolare via…”. È la città dello smarrimento, del benvenuto di convenienza: “Strade vuote, tutta le gente spazzata via / Erbaccia secca e stai cadendo / Perso nel tuo entusiasmo…”. La metafora di esistenze e conflitti di una società fantasma che si identifica in un mondo virtuale, un tessuto urbano dove eroi, giustizieri, santi e rottami umani convivono insieme tra desideri e rinunce, viene esposta meravigliosamente nei versi finali: “Deserto blu, senza acqua che si infrange sulla tua riva / La polvere silenziosa soffia incessantemente e sussurra alla tua porta / Sono stupito che non puoi vederla / Alzati e giudica l’unica persona che ha cercato di aiutarti”.
È una canzone stupefacente, con quella smania sottopelle di camminare lungo la “jazzy side of life”, di dire le cose in tempi dispari. Basta ascoltare la ritmica e i fill di Jim Keltner alla batteria oppure la leggendaria improvvisazione al flicorno di Chuck Findley per capire come si siano miscelati perfettamente in questo brano i suoni disponibili del r&b e quelli sfuggenti del jazz. Altro elemento vincente risulta il pianismo di Omartian che apporta quei contributi armonici essenziali al completamento di ritmiche così vibranti e diversificate, sottolineate dai sontuosi fraseggi di Graydon al sintetizzatore e dalle spettacolari armonie vocali.
Nonostante il profondo significato artistico che avrebbe da quel momento in poi costituito un riferimento di base della musica d’autore più colta e raffinata, l’impatto commerciale fu praticamente inconsistente. La carriera di Graydon continuò la sua veemente ascesa (Manhattan Transfer, Al Jarreau, George Benson), mentre Marc Jordan avrebbe invece faticosamente proseguito la ricerca di una dimensione artistica in grado di rendere giustizia al proprio talento, cosa che avvenne soprattutto come autore per Rod Stewart, Natalie Cole, Diana Ross e Kim Carnes.
Per gentile concessione dell'editore Arcana e dell'autore (che l'ha scelta personalmente) pubblichiamo questa scheda tratta dal libro di Mauro Ronconi "Canzoni per un mondo senza Beatles".
