Dance! Kevin Saunderson, "Faces & Phases"
Kevin Saunderson
Faces & Phases
(Planet E, 1996)
L’anima straziata della Techno di Detroit. L’imponente ma bonario omaccione le cui intuizioni hanno forgiato il lato più ironico, sensuale, emotivo e sensibile del primordiale suono elettronico della città dei motori. Il produttore che prima e meglio di chiunque altro ha contribuito a gettare un ponte indistruttibile verso il calore del Soul. Una poetica dove convivono, esaltandosi a vicenda, la robotica meccanicità del Jack (in una sua versione più atletica, possente e slanciata), l’uso scientifico, magistrale, di tastiere e sintetizzatori (con trame sintetiche, giri, ostinati e melodie rigorosamente frutto di un rapporto quasi simbiotico con le macchine, laddove il campionamento, pur importante nell’economia delle tracce create dal nostro uomo, passa quasi sempre in secondo piano), la sgargiante, ludica, sfacciataggine della House e un nervo intimamente afroamericano,
dove anche Gospel, Funk e addirittura Spiritual, hanno un ruolo centrale nel definire strutture, atmosfere e dinamiche. Kevin Maurice Saunderson, l’elevatore.
Le sue numerosissime facce e fasi vengono provvidenzialmente raccolte quasi tutte nel 1996 dalla Planet E di Carl Craig, che pubblica due Cd pieni di quei classici i quali, assieme a quelli di Juan Atkins e Derrick May, nella seconda metà degli anni
Ottanta hanno inventato un intero genere. Una sequenza mozzafiato di pietre miliari, dal vortice malato di "The Sound" (in compagnia di un altro maestro come Santonio Echols) al mutante esperimento "Uptempo", dove il tirannico riff di "Mentasm" (ideato da Beltram e Mundo Muzique) viene immerso in un oceano di amorevole incanto, dando origine a un cortocircuito stilistico devastante. E poi le micidiali "Bassline" e "Funky, Funk, Funk", oscuramente tecnologiche e lisergicamente seducenti, con un impiego geniale e ultracreativo di effetti e manipolazioni di studio; l’esuberanza incontenibile di "Bounce Your Body to the Box"; il minimalismo solare e divertito di "Groovin’ Without a Doubt"; l’innodia epica di "Truth of Self Evidence".
Eppure, per quanto grandi, non sono ancora i vertici dell’arte saundersoniana, titolo spettante a capolavori come "The Groove That Won’t Stop", che parte sincopata e paranoide per poi sciogliersi in un meraviglioso e acidissimo giro di TB-303, portando per oltre sette minuti l’ascoltatore su e giù, tra le nuvole e ritorno. O, ancora, la drammatica "Rock to the Beat" e una "Just Another Chance" irresistibile come una pomiciata con struscio il pomeriggio dopo la scuola. Oppure una "Triangle of Love" pionieristica nel suo non essere ancora compiutamente Techno ma capace di divenire il più incredibile apocrifo dei New Order mai scritto, con quel giro di basso circolare e radioattivo condito da una struggente melodia vocale.
L’apice, non solo del disco ma probabilmente della carriera tutta, arriva inaspettato proprio alla fine, con "Ahnongay". Una cavalcata House in tempo medio baciata da intrecci melodici che sono pianto accorato di sirene dall’amore infranto, richiesta d’aiuto consapevole di essere ignorata, malinconia estatica da primavera inoltrata.
Un gigante, Kevin Saunderson, che con il progetto Inner City (tre, altalenanti, album su Virgin) vedrà coronato
anche economicamente il suo immenso talento.
Il testo è tratto da "Dance! - Techno e House, 100 dischi fondamentali" di Andrea Corritore, per gentile concessione di Arcana Editore. (C) 2022 Lit edizioni s.a.s.
