Annette Peacock: guida all'ascolto di "I'm the one"
Annette Peacock, I'm the one
RCA Victor, 1972
I’m The One
7 Days
Pony
Been And Gone
Blood
One Way
Love Me Tender
Gesture Without Plot
Did You Hear Me Mommy?
"I’m The One" di Annette Peacock rappresenta uno dei primi e più riusciti esempi di interazione tra voce umana e sintetizzatori, in una maniera molto diversa e più organica rispetto al seminale lavoro di Milton Babbit; in quel caso infatti la voce veniva trattata in postproduzione e poi utilizzata dal vivo come elemento di dialogo con la voce naturale. Nell’album di Annette Peacock invece il trattamento avviene in tempo reale, grazie alle splendide macchine di Robert Moog.
Sulle orme degli Weather Report, la title track si apre con una fanfara elettronica, che imita il timbro di una sezione fiati; e tanto è realistico l’effetto che risulta inevitabile correre alle note di copertina per verificare se veramente si tratta di un’emulazione. Poi improvvisamente entra la voce naturale della cantante che intona il tema su di una struttura di Blues. Le carte in tavola cambiano nuovamente quando dopo due chorus la sezione B si muove su tutt’altre coordinate espressive e strutturali, mentre la voce viene filtrata elettronicamente. Inaspettato arriva anche il movimento conclusivo in cui l’ascoltatore viene scagliato in un’atmosfera da ballad pop, con la voce che subisce un progressivo morphing deteriorante e disarmante, in totale contrasto con l’estetica dominante in queste situazioni
stilistiche.
Da sottolineare l’apporto straordinario di Mike Garson, al pianoforte in «I’m The One» e all’organo in «One Way»; Garson si distinguerà anche nella produzione di «Aladdin Sane» di David Bowie, a cui
avrebbe dovuto prendere parte anche la Peacock, che però in un impeto di orgoglio (!) rifiutò. L’inconfondibile tocco di Paul Bley è invece di scena in «Blood» (dove nella seconda parte sembra riallacciarsi allo stile di «Requiem» di Lennie Tristano) e «Gesture Without Plot».
Oltre a essere una performer eccezionale, Annette Peacock è una compositrice davvero fuori dai canoni, rispettata e amata da un’infinità di artisti delle aree più disparate. Tra le sue «invenzioni» non si può non citare quella che lei stessa ha definito «free-form song», a cui moltissimi faranno riferimento, conscio o inconscio, nelle proprie opere.
Questa scheda è tratta da "1000 dischi per un secolo. 1900-2000", di Enrico Merlin (Il Saggiatore), per gentile concessione dell'autore e dell'editore.
Enrico Merlin, musicista e musicologo, nella composizione e scrittura del volume ha cercato di tracciare la storia della musica occidentale registrata, attraverso la selezione di 1000 opere sonore che fossero innovative in almeno uno dei sei parametri di cui la musica è composta: melodia-armonia-ritmo-timbro-dinamica-espressività. Per ognuna di esse ha realizzato una sorta di guida all'ascolto in cui vengono raccontate le motivazioni per cui quel disco è di fatto una pietra miliare. Mancano diversi dischi famosi, mentre vi sono opere seminali, ma di nicchia, che malgrado uno scarso successo di pubblico hanno lasciato un segno profondo in altri artisti contemporanei o successivi. Le schede non sono quindi delle recensioni, quanto piuttosto dei suggerimenti d'ascolto, dei trampolini di lancio per andare alla scoperta di nuovi mondi sonori e, perché no, trovare qualche conferma.
