Fabrizio De André, la storia di "Si chiamava Gesù"

Il primo album del cantautore, "Volume 1", compie 55 anni
Fabrizio De André, la storia di "Si chiamava Gesù"

SI CHIAMAVA GESÙ 
Musica di Fabrizio De André e Vittorio Centanaro
parole di Fabrizio De André

Sono quarantadue, quasi una su tre, le canzoni in cui De André parla espressamente di Dio o di Cristo. Da ateo, da anarchico, da blasfemo a volte, ma sempre con quella spiritualità che ha diviso la Chiesa e gli ascoltatori. Si è beccato querele, scomuniche, anatemi, ma ha anche aperto il mondo della canzone ai temi mistici, al dibattito sul destino, la vita e la morte, il paradiso e l’inferno. "Si chiamava Gesù" è la sua implacabile concezione del Salvatore come essere umano, rivoluzionario
(“il più grande della storia”), peccatore, predicatore schiacciato e affascinato dalla missione fra gli umili e i diseredati.

Fabrizio, che tornerà tre anni dopo sul tema con un intero album, LA BUONA NOVELLA, si sente un po’ Gesù e non fa molto per nasconderlo (il “Gesù Cristo privato” di Dori Ghezzi). In una delle sue ultime canzoni, "Khorakhané", ricanta decine di volte il verso finale “dal punto di vista di Dio” con la motivazione: «Così è troppo forte, devo cantarla ancora più piano, io non posso permettermi di pronunciare la parola Dio ad alta voce, devo cantarla fra me e me». Contro le regole, generoso, pronto al sacrificio, sempre dalla parte degli ultimi non solo nelle parole ma anche nella vita vissuta, lui che è nato con la fortuna dell’agio e della cultura, come un Siddharta o un San Francesco, con le dovute cautele del confronto.

Nelle canzoni, con prediche asciutte e definitive, con la sua voce sciamana. E nella vita: la ricerca a volte esasperata degli estremi più perversi, viziosi e plebei, lui rampollo ribelle di buona famiglia che veste di bianco per distinguersi dagli altri ragazzini, che frequenta compagnie alternative, prostitute, alcolizzati, filosofi, anarchici, va a vivere con un intellettuale paraplegico, Piero Repetto, e con un poeta cieco, Riccardo Mannerini, emana un fascino messianico, con quella faccia sofferta, il lungo ciuffo a coprire l’occhio semichiuso per un problema alla palpebra. «Quello è stato il mio vero cruccio e il motivo per cui non apparivo mai in pubblico. Poi a 35 anni ho fatto una semplice operazione e ho smesso di essere timido». Le sue candide parole confermano una smisurata vanità – mai appagata dalle mille conquiste femminili – e l’urgenza di piacere per poi fuggire a qualsiasi legame da misantropo convinto.

La fortuna di Fabrizio è anche quella di avere avuto Giacomino Piana (il don Birillo) come insegnante di religione al liceo. «Avevo sottolineato che Socrate muore come uno scrittore disprezzando la vita, mentre Gesù muore da uomo e sente proprio il distacco dai suoi e sulla croce grida la sua disperazione: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato». Alla fine della lezione Fabrizio comunica il suo apprezzamento a “quel Gesù così umano”. «Mi piace moltissimo 'Si chiamava Gesù'» confessa don Piana, «la conosco a memoria, è l’espressione profonda di quella lezione». Non è difficile, soprattutto per un sacerdote, conservare nell’anima questi versi: “Non intendo cantare la gloria / né invocare la grazia o il perdono / di chi penso non fu altri che un uomo / come Dio passato alla storia / ma inumano è pur sempre l’amore / di chi rantola senza rancore / perdonando con l’ultima voce / chi lo uccise fra le braccia di una croce”.

Nel 1968 Paolo Villaggio conduce da istrione il programma tv "Quelli della domenica" e invita l’amico Faber in trasmissione. Lui accetta a condizione di cantare "Si chiamava Gesù" ma la Rai vuole andare sul sicuro e gli concede solo "La canzone di Marinella": la partecipazione salta. Paradossalmente è Radio Vaticana – che già ha avuto modo di dimostrarsi molto meno bacchettona dell’emittente di stato – a dare fiato a questa canzone decisamente anticattolica ma così profonda e foriera di dibattiti e approfondimenti: “Non si può dire che sia servito a molto / perché il male dalla terra non fu tolto / ebbe forse un po’ troppe virtù / ebbe un volto ed un nome: Gesù”.

Questo testo è tratto da "Tutto De André" di Federico Pistone (Arcana). (C) 2021 Lit edizioni S.a.s. per gentile concessione.

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